A proposito della preghiera per gli ebrei
di Mauro PeraniÂ
Con il motu proprio Summorum Pontificum del 7 luglio 2007, Papa Benedetto XVI reintroduce la possibilità di utilizzare la formula liturgica pre-conciliare, in lingua latina, per la celebrazione eucaristica. A seguito di tale provvedimento, lo scorso 6 febbraio – nella ricorrenza del mercoledì delle ceneri – il Pontefice modifica la preghiera per gli ebrei del Venerdì Santo contenuta nel Missale Romanum anteriore al Concilio Vaticano II, sostituendo il riferimento al «popolo accecato [che deve essere] strappato dalle tenebre» con l’espressione «Preghiamo per gli Ebrei. Il Signore Dio Nostro illumini i loro cuori perché riconoscano Gesù Cristo Salvatore di tutti gli uomini».
La disposizione del Papa è contenuta in una nota della Segreteria di Stato della Santa Sede.Tale modifica giustifica di fatto una preghiera liturgica alternativa e contrapposta a quella vigente, e che a nostro parere è in contrasto con i testi conciliari Dignitatis humanae, sulla libertà religiosa, e Nostra aetate, sul rapporto fra la Chiesa cattolica e le altre religioni, in cui si afferma che «gli ebrei, in grazia dei padri, rimangono ancora carissimi a Dio, i cui doni e la cui vocazione sono senza pentimento. […] gli ebrei non devono essere presentati come rigettati da Dio, né come maledetti, quasi che ciò scaturisse dalla sacra Scrittura» (Nostra aetate, 4).
Il provvedimento inoltre sembra contraddire palesemente il magistero precedente, poiché si contrappone a quanto affermato negli Orientamenti e suggerimenti per l’applicazione della dichiarazione conciliare Nostra aetate, 4 (1975), che al punto I afferma: «condizione del dialogo è il rispetto dell’altro, così come esso è, e soprattutto il rispetto della sua fede e delle sue convinzioni religiose. […] La Chiesa, per la sua stessa natura, deve annunciare Gesù Cristo al mondo. Per evitare che questa testimonianza resa a Gesù Cristo appaia agli ebrei come una violenza, i cattolici dovranno aver cura di vivere e di annunciare la loro fede nel più rigoroso rispetto della libertà religiosa».
La preghiera del Venerdì Santo, nella versione post-conciliare, esprime suppliche indirizzate alla salvezza di tutti gli uomini: nel caso specifico degli ebrei, questo significa pregare perché essi restino fedeli all’Alleanza mai revocata. Per nessun uomo si chiede la «conversione», ma si prega perché tutti seguano lo Spirito nella via che è loro data e che, per Israele, non può che essere la fedeltà all’Alleanza. Poiché, inoltre, il Venerdì Santo è il giorno in relazione al quale è stata rivolta al popolo ebraico l’accusa di deicidio – accusa infondata, ma foriera di abissi di orrore – ritoccare il cambiamento introdotto dal Concilio Vaticano II appare un regresso, pericolosamente prossimo alla teologia della sostituzione di Israele e capace di evocare gli antichi tentativi di conversione. Posizione, questa, che ci pare da respingere in base alla stretta ortodossia cristiana e ad una corretta prospettiva escatologica.
Non possiamo che manifestare il nostro rammarico per una scelta che mette a serio rischio più di quaranta anni di dialogo, in quanto qualunque cosa possa far pensare a un tentativo di conversione è inconciliabile con il riconoscimento ed il rispetto della verità nella fede dell’altro.Â
Bartolini Elena Lea Docente di Giudaismo – Centro Studi del Vicino Oriente di Milano Bartolomei Maria Cristina – Docente di Filosofia Morale e Teologa – Università di Milano De Benedetti Paolo – Docente di Giudaismo – Facoltà Teologica dell’Italia Settentrionale Milani Claudia – Dottoranda di Ricerca – Università di Chieti, Perani Mauro – Docente di Ebraico – Università di Bologna, Presidente della European Association for Jewish Studies.Â
Hanno sottoscritto il seguente documento
Airoldi Maria Silvia Baini Pierpaolo – Membro Commissione Ecumenismo e Dialogo Diocesi di Lodi Ballabio Fabio – Segretario Commissione Ecumenismo e Dialogo Diocesi di Milano Barbati Biondo Gianfranca Bartolini Fabia Veronica Bartolomei Adelina – Psicologa – A.E.C. Roma Basso Ricci Luisella Bellavite Vittorio – Coordinatore di “Noi siamo Chiesa” Bertani Maurizio – Bancario Boidi Filippo – Rinnovamento nello Spirito – Torino Bonaccorsi Aurora Bonetti Zanda Ornella Borghi Ernesto – Docente di Esegesi Biblica – Centro per le Scienze Religiose di TrentoBovi Grazia Calzetti Sara – Associazione Terra di Danza Cappellazzi Claudia Castagnaro Mauro – Redattore – Missione Oggi Cattaneo Myriam Cento Francesca Ceresa Matteo Chiassi Mariangela Chiesa Rosangela Chiocchetti Marisa – Redazione SeFeR – Studi, Fatti, Ricerche Ciocca Beppe Ciurcina Nella – Socia di Biblia – Associazione Laica di Cultura Biblica Coglitore Bongiovanni Rosanna Colombo Ivan Conforti Marisa Conti Irma Corrao Vincenzo D’Angelo Teresa Dal Corso Marco – Redazione CEM Mondialità Daminelli Luisa De Martin Roder Giusi De Mattè Riccarda Derungs G.G. Ursicin – Teologo e Scrittore Donarini Adele Donghi Vilma Faini Gatteschi Ebe – Presidente Associaz. Amici della Facoltà Teologica dell’Italia Settentrionale Ferrandi Maria Gabriella Ferrari Licia – Avvocato Ferri Egle Fiacchi Doria Frenkel Viviana – Redazione SeFeR – Studi, Fatti, Ricerche Forni Alessandra Galimberti Giulia Galimberti Vera Giudici Giovanni Giuliani Massimo – Docente di Studi Ebraici ed Ermeneutica Filosofica – Università di Trento Grassi Giulia Francesca – Assegnista di Ricerca – Università di Udine Gualandi Franca Guasti Davide – Medico Gusmini Giuseppina Hofer Evelyne Lenghi Marcello Limonta Elena Lonati Antonella Lupi Elisa Masina Ettore – Scrittore – Roma Melchiorre Virgilio – Professore emerito di Filosofia Morale – Università Cattolica – Milano Messina Lucia Minervini Rosita Mistura Paolo – Redazione SeFeR – Studi, Fatti, Ricerche Montiglio Elena Monzio Compagnoni Belliride Montresor Marianita – Insegnante e responsabile SAE – Verona Morelli Paola Padovani Carla – Associazione Terra di Danza Pandozi Nazareno – Redazione SeFeR – Studi, Fatti, Ricerche Pasianotto Daniela Pedalino Grazia Maria Pia Perani Mauro, Università di Bologna, Presidente della European Association for Jewish Studies Perrera Rosa Maria Pescara Renato – Docente di Diritto Privato – Università di Padova Pietripaoli Luigi Pirondi Ennio Pirovano Carla Pistone Gioachino – Comitato esecutivo SAE Princigalli Domenico Ramon Tragan Pius – Professore e Rettore emerito – Pontificio Ateneo S. Anselmo – Roma Ranghetti Elisabetta Recanati Daniela Recanati Enrica Recanati Pietro Recanati Roberto Riboni Luca – Consigliere Comunale – MelegnanoRigazzi Luigi – Redazione QolRinaldi PaolaRivaroli PasqualeRobiati Bendaud Vittorio Roncelli Angelita Rubini Giuseppina Saibene Elsa – Redazione SeFeR – Studi, Fatti, Ricerche Sala Danna Adriana Saldan Marisa Salvatorelli Germano – Ordinario di Istologia – Università di Ferrara Sanna Sandro Scapino Sergio Storti Mauro Stradi Geminiano Superchi Franca – Logoterapista Tagliabue Lidia Tamborrino Annamaria – Insegnante Tassi Sofia Valensisi Fausto Vigentini Giuseppina Vitali Gianbattista Zadra Felice – Dirigente Medico Ospedaliero Zanda Federico Zanoncelli Emma Zini Raffaello – Redazione Qol.
Chi desiderasse aderire, può comunicarlo al seguente indirizzo e-mail:elenalea@alice.it
17 commenti
venerdì, 7 marzo 2008 - 10:46
> Il provvedimento contraddice palesemente il magistero precedente in particolare a quanto affermato nei testi conciliari Dignitatis humanae, sulla libertà religiosa, e Nostra aetate, sul rapporto fra la Chiesa cattolica e le altre religioni, in cui si afferma che «gli ebrei, in grazia dei padri, rimangono ancora carissimi a Dio, i cui doni e la cui vocazione sono senza pentimento. […] gli ebrei non devono essere presentati come rigettati da Dio, né come maledetti, quasi che ciò scaturisse dalla sacra Scrittura» (Nostra aetate, 4). > Il provvedimento si contrappone anche gli Orientamenti e suggerimenti per l’applicazione della dichiarazione conciliare Nostra aetate, 4 (1975), che al punto I afferma: «Condizione del dialogo è il rispetto dell’altro, così come esso è, e soprattutto il rispetto della sua fede e delle sue convinzioni religiose. […] La Chiesa, per la sua stessa natura, deve annunciare Gesù Cristo al mondo. Per evitare che questa testimonianza resa a Gesù Cristo appaia agli ebrei come una violenza, i cattolici dovranno aver cura di vivere e di annunciare la loro fede nel più rigoroso rispetto della libertà religiosa». A dire il vero non vedo proprio in che senso il “provvedimento”
contraddica il Concilio. Perché condizione del dialogo è non solo il rispetto dell’altro, ma anche che io possa esprimere la mia identità e che l’altro la rispetti. Se la Chiesa “deve annunziare Cristo al mondo” non deve poi pregare Dio che il Cristo sia riconosciuto dal mondo? Senza polemica, lo trovo sinceramente privo di logica. Saluti a tutti,d. Marco Pratesi
venerdì, 7 marzo 2008 - 10:48
Secondo me bisogna stare molto attenti a dare spazio alle reazioni di suscettibilità dei fratelli (siano essi ebrei, islamici, altri cristiani). Questo non significa non considerarle seriamente. Si dovrebbe altrimenti epurare qualsiasi nostro linguaggio non solo
liturgico, ma anche biblico (quante parti del vangelo di Giovanni contro i “Giudei”, degli Atti degli Apostoli per es. discorso di Stefano, e lettere paoline…: allora dovremmo eliminarle dalla liturgia e dalla teologia?). Il testo liturgico va piuttosto letto nel contesto più grande del vero dialogo ebraico-cristiano iniziato da decenni e proseguito con gesti coraggiosi sia dei pontefici sia dai livelli quotidiani del popolo cristiano, con i suoi alti e bassi. La risposta va data con serenità , smussando le esacerbazioni e le
irritazioni e spiegando le caratteristiche e la natura del linguaggio liturgico. Gabriele Penna Milano
domenica, 9 marzo 2008 - 15:26
Il senso comune, che saggiamente non chiede una universalità onnipotente, né una bontà , un rispetto, un dialogo onniscienti, ma che si limita a dire: “Rispetta il prossimo che hai di fronte”, quel concreto essere umano cui nulla frega di Voltaire e di coloro che la sanno lunga, vede nelle pretese di alcune intolleranti retroguardie ebraiche una prepotenza contro il legittimo e incontestabile spirito missionario cristiano. I cristiani, insieme al loro papa e ai loro vescovi, con mitezza, pregano e annunciano Gesù e lo fanno agli Ebrei come a chiunque altro, visto che per loro “non c’è più né Giudeo, né Greco”. Ad ognuno di loro spiegano l’universale verità della persona di Gesù che completa ed esalta tutto ciò che vi è di buono nei singoli e nei popoli. Questo tipo di verità personale sfugge al possesso di chiunque, visto che una persona non si possiede, ma si segue.
Chi invece sviluppa e possiede ideologie più o meno illuministe o illuminate, fa altro, che non vuole seguire nessuno perché preda della tracotanza del suo proprio “Ego” che gli fa dire “tutto è relativo”, fa altro. Così come fa altro chi esalta acriticamente l’autocritica e non sottopone a giusto ridimensionamento questa frase dallo schiettissimo sapore totalitario:”Il punto di vista di chi parla con autocritica sarà sempre superiore a quello di chi la sospende” Per fortuna che qualche discepolo ha preferito sospendere l’autocritica e convincersi che seguire Gesù era veramente la cosa migliore da fare, perché lì c’era la possibilità di vivere concretamente l’amore di Dio e del prossimo. Con tutta l’autocritica di cui, invece, dispone la raffinata cultura di molti Ebrei di Israele, in quei luoghi si continua a massacrare il povero, l’orfano e la vedova.
Cari amici,
Penso che Massimo Maraviglia ignori completamente i documenti conciliari del Vaticano II e del successivo magistero della Chiesa, dalla Nostra aetate a tanti altri, dove si è cercato un altro approccio, senza essere volterriani. Non credo proprio che si possa parlare di “prepotenza contro il legittimo e incontestabile spirito missionario cristiano” di “alcune intolleranti retroguardie ebraiche”, se qualcuno è preoccupato per l’apparente ritorno a posizioni pre-conciliari. Nessuno mette in discussione lo spirito missionario della Chiesa, ma il problema è il modo in cui viverlo e come intenderlo verso gli ebrei.
Prima di tutto mi pare che Massimo citi completamente a sproposito la frase di Paolo quando egli dice che in Cristo “non c’è più né giudeo né greco, né schiavo né libero, né uomo né donnaâ€. Il senso della frase è che Cristo ha cancellato le tre grandi divisioni che caratterizzavano il mondo antico, divisione di sesso, di cultura e di condizione civile, fonti di un’emarginazione e di una separazione, i cui muri Cristo ha abbattuto. La dinamica è nel senso dell’abbattimento di separazioni, non di livellamento o di una omogeneizzazione che rende tutto indifferenziato.
Forse che, se il fatto di essere uomo e donna in Cristo non deve più essere motivo di prevaricazione di separazione e di dominio, questo vuol dire che non esiste più la differenza fra uomo e donna? E se in Cristo non esiste più quello che separava l’ebreo dal greco, che consisteva in un privilegio dell’ebreo sul non ebreo-gentile, prima di Cristo in qualche modo escluso dalla salvezza e ora invece ammesso, che significa questo: che io devo considerare l’ebreo che rimane tale un potenziale cristiano? O non piuttosto che dal punto di vista interno alla comunità cristiana di fede un credente in Gesù che viene dalla ecclesia ex circumcisione non deve sentirsi superiore al fratello che viene alla fede dal mondo pagano? Così come un maschio che crede in Cristo non deve sentirsi superiore a una femmina e un cristiano libero superiore a un suo fratello credente schiavo? Credo proprio che Paolo intendesse questo!
Forse che possiamo prendere l’affermazione paolina per promuovere una politica di conversione verso gli ebrei perché in base a Paolo essi non esistono più, o per dire che non possono più esistere ebrei che vivono la fede ebraica perché Paolo fa un’affermazione teologica relativa alla condizione della nuova creatura in Cristo, in cui tutti sono uno?
Il modo di ragionare di Massimo mostra un non rispetto delle fedi diverse, che è altra cosa dal proibire una corretta missionarietà della Chiesa, e di fatto sconfina con atteggiamenti che non sono lontani a quelli che per quasi venti secoli ha spinto il cristianesimo a perseguitare gli ebrei, a farli oggetto dell’insegnamento del disprezzo, a subire le prediche forzate durante la quaresima, a essere sequestrati per ogni pretesto nelle case dei catecumeni eccetera, ai battesimi forzati ecc.
Io credo anche che molti non conoscano quasi nulla della storia della persecuzione teologica della Chiesa contro gli ebrei. Sarebbe invece molto importante che ne fossero informati, perché il problema del rapporto con gli ebrei e di come rapportare a loro la missionarietà della Chiesa non parte da zero, ma ha alle spalle quasi 2000 anni di anti-ebraismo teologico con cui non si può non fare i conti, e per cui Giovanni Paolo II ha sentito il bisogno in qualche modo di chiedere scusa, anche durante la sua visita al Muro del pianto, quando ha deposto il suo bigliettino fra i blocchi del basamento erodiano del tempio.
Forse, Massimo, quello che tu definisci “prepotenza contro il legittimo e incontestabile spirito missionario cristiano”, in realtà è stata la prepotenza missionaria cristiana contro gli ebrei, di cui vorrei raccontarti alcune cose. Non con spirito polemico, ma positivo e per informare qualcuno che forse non conosce molto questa storia, narro alcune vicende, nemmeno tanto lontane, fra le molte che si potrebbero mostrare.
La politica conversionistica della Chiesa vero gli ebrei è giunta a dichiarare il battesimo invitis parenti bus in alcuni casi illecito ma valido. Il campione di questa teologia, che di fatto rinnega San Tommaso, è stato Benedetto XIV, che fu Papa dal 1740 al 1758, e nel 1747 scrisse una Lettera a Monsignor Arcivescovo di Tarso Veceregente sopra il Battesimo degli Ebrei o infanti o adulti. Papa Lambertini in questo campo fece scuola e influenzò i successivi pontefici, come scrive Marina Caffiero, Battesimi forzati. Storie di ebrei, cristiani e convertiti nella Roma dei papi, Viella, Roma 2004, (libro che consiglio vivamente di leggere a chi non conoscesse questi argomenti) in particolare il Cap. II e III, e per la citazione che segue p. 75: “Le ricerche in corso rendono sempre più chiaro, infatti, che quanto la decretazione benedettina (scil. di papa Benedetto XIV), fondatrice di una nuova legge, abbia concretamente inciso sulle decisioni prese dai vari pontefici in epoca successiva e quali profondi mutamenti essa abbia determinato nei secoli seguenti, sul piano dei comportamenti e degli atteggiamenti diffusi nei confronti degli ebreiâ€.
Quanto al suo insegnamento sugli ebrei e sul battesimo di ebrei e “infedeliâ€, “Essa costituisce una piccola summa sull’argomento, completa e definitoria di una questione sulla quale non c’era l’accordo dei teologi, almeno fino a metà Settecento†(ibid.).
Alla lettera del 1747 ne seguì un’altra del 1751 …sull’offerta fatta dall’Avia Neofita di alcuni suoi Nipoti Infanti Ebrei alla fede Cristiana. Entrambe le lettere circolarono a stampa in lingua italiana e costituirono la traduzione di due bolle i n latino: la Postremo mense e la Probe te meminisse.
Nella prima lettera ilpapa afferma che “generalmente parlando non è lecito battezzare gli infanti degli Ebrei senza il consenso de’ genitori†ma riconosce che ci sono dei casi “ne’ quali ciò possa essere lecito e doverosoâ€. Sulla patria potestà prevale il favor fidei.
Si dichiara valido lo scioglimento del matrimonio di un ebreo che si faceva cristiano e, sciolto da ogni legame dalla moglie rimasta ebrea, poteva sposare una cristiana (divorzio spirituale interreligioso?). Il papa è cosciente di questo rischio, e invita a esaminare la purezza delle intenzioni degli ebrei convertiti.
«Data la conoscenza diffusa fra gli ebrei dei privilegi riservati ai neofiti e alle neofite, non sfuggiva infatti a Benedetto XIV la frequenza della pratica sociale per cui le donne (ebree) dichiaravano di volersi convertire per sposare un cristiano “di cui sono innamorateâ€, mentre gli uomini (ebrei) facevano altrettanto “per liberarsi dalla moglie Ebrea†o per sottrarsi ai debiti e alla miseria» (Caffiero, op. cit., p. 92).
Lo scioglimento del matrimonio ebraico “poneva in grave difficoltà la moglie rimasta ebrea che, secondo le leggi ebraiche, non avrebbe potuto risposarsi a sua volta senza avere ricevuto il ghet, il libello di ripudio da parte del marito: un rituale ebraico che però le leggi cristiane vietavano espressamente (all’ebreo convertito) in quanto pratica ‘superstiziosa e giudaizzante’ “ (ibid.).
Il marito che si convertiva poteva portare in dono alla chiesa i suoi figli, facendoli battezzare, anche se la moglie rimasta ebrea non voleva, e ciò grazie alla patria potestà . E se era la moglie a farsi cristiana e voleva “portare in dono i figli alla chiesa”? la logica farebbe pensare che, in base al principio della patria potestà , non potesse se il padre era rimasto ebreo e non voleva! Invece no: la madre può, perché in questo caso le ragioni della madre sono più forti, perché il diritto della patria potestà segue e viene dopo quello della fede! Si stabilisce, inoltre, che si debba considerare adulto un bambino al raggiungimento dei 7 anni, per cui in seguito non soggiace più alla patria potestà ! E se ancora si facevano cristiani i nonni di bambini ebrei e volevano battezzare i loro nipoti contro la volontà del padre? poteva portare i nipoti rimasti ebrei in dono alla chiesa? Si direbbe di no! E invece si! Perché scrive Benedetto XIV: “l’avo (il nonno) è libero e il padre è servoâ€! Il nonno si è acquistato questa libertà aderendo alla vera fede cristiana. Il papa cita il caso di un ebreo mantovano che nel 1699, dopo aver detto che voleva convertirsi al cristianesimo e battezzarsi lui e i figli, ebbe un ripensamento. Il Sant’Uffizio ordinò che i due figli più piccoli di 3 e 5 anni fossero comunque battezzati, mentre i due più grandicelli furono portati nella casa dei catecumeni. Ipotizzando il papa la possibilità che qualche ebreo facesse battezzare i figli non per sincera adesione alla fede cristiana, ma per superstizione, nella convinzione che il battesimo cacciasse gli spiriti maligni e il fetore, Benedetto XIV conclude, richiamandosi a Sant’Agostino, che il battesimo comunque resta valido, “dovendosi in questo proposito considerare non l’intenzione di chi offre il battezzando, ma di chi dà il battesimoâ€! A prevalere è la volontà di chi lo conferisce.
Nel caso di un cristiano, la nonna non ha alcuna patria potestà ad esempio per far entrare in convento un nipote. Ma se si tratta di ebrei la cosa cambia, perché si tratta di salvare un’anima dalla dannazione. Ci fu un caso di una nonna ebrea convertitasi che voleva offrire alla chiesa i quattro nipoti, contro il volere della madre rimasta ebrea, mentre il padre era defunto.
Nella seconda lettera il papa afferma che il favor fidei supera la patria potestà e così scrive: “.. offerendo la madre Ebrea, fatta Cristiana, il figlio al battesimo, contraddicendo il padre restato nell’Ebraismo,per favor della Fede la donna può dirsi diventar uomo, e la madre diventata padre†(Caffiero, op. cit., p. 102).
C’è anche un’altra cosa interessante. Papa Lambertini afferma che gli sponsali (vale a dire il fidanzamento), pur distinti dal matrimonio, sono validi anche per gli ebrei. E questo comporta che, sia il marito convertito, sia il fidanzato ebreo poteva “portare in dono ed offrire alla Chiesa†la sua sposa o la sua fidanzata. Se si verificava la validità anche solo degli sponsali ebraici che un convertito affermava di aver fatto con una ebrea, la fidanzata doveva essere portata alla casa dei catecumeni per la quarantena tesa a convincerla a farsi cristiana (Caffiero, op. cit., p. 96).
E vengo alla conclusione. Questa teologia e prassi era ancora forte nel 1858, quando si verificò il caso Mortara, credo a tutti noto. 1858 vuol dire solo 100 anni prima che diventasse papa Roncalli, Giovanni XIII, e 104 anni prima dell’inizio del Concilio Vaticano II che si aprì l’11 ottobre del 1962. Non è tanto questo tempo! Ho raccontato queste cose perché ci possiamo rendere conto di quanta strada la Chiesa ha fatto in un secolo. Di quanto grande sia stata l’azione dello Spirito. E soprattutto perché siamo consapevoli che gli ebrei queste cose le hanno sperimentate sulla loro pelle per quasi venti secoli e se le ricordano bene. Conosco personalmente il pronipote di Edgardo Mortara e tanti amici ebrei che di esse mi parlano. Ora il problema dell’approccio cristiano alla questione del battesimo e della conversione degli ebrei, dicevo, non parte da zero, e deve essere consapevole della storia che ha alle spalle, perché la storia è storia.
Nella speranza di aver portato elementi utili, saluto tutti. Mauro Perani (Professore Ordinario di Ebraico Università di Bologna, Dipartimento di Storie e Metodi per la Conservazione dei Beni Culturali)
lunedì, 10 marzo 2008 - 10:35
Grazie a Mauro dei chiarimenti, molto opportuni ed efficaci: che però spostanto l’accento sul comportamento, da secoli scorretto, della Chiesa di Roma nei confronti degli ebrei. Ma una domanda mi resta: come valutare, esegeticamente, l’atteggiamento di Paolo verso se stesso come ebreo e verso il suo popolo che egli non vuole abbandonare e che ama da morire? Può Paolo, considerato nell’insieme del corpus paulinum, come agiografo teologo, e negli Atti come personaggio “storicoâ€, ispirare un comportamento corretto verso i nostri amatissimi fratelli maggiori? Oppure Paolo è solo un antinomista e antisemita da dimenticare, o da “interpretare†razionalmente?
Cari amici a me sembra che ritornare al testo biblico, comunque è salutare, anche in un dibattito ispirato dal contesto storico in cui ci troviamo – con una certa difficoltà di essere “romani†e “pietrini†più che semplicemente cristiani, come Cristo. Saluti cordiali
lunedì, 10 marzo 2008 - 13:01
…Credo che la citazione paolina di Gal 3,28 o Col 3,11 riguardi nella sua sostanza proprio l’idea di una non-discriminazione tra Giudeo e Greco, e non dell’affermazione della loro equivalenza indifferenziata. Esattamente in questo spirito Paolo predicava Cristo sia ai Giudei sia ai Gentili, pur riconoscendo ai primi una peculiare collocazione nella storia della salvezza, incurante il più delle volte (non in 1Ts 2,15-16) del trattamento non particolarmente delicato che molti tra i responsabili locali delle comunità della diaspora gli riservavano (cfr 2 Cor 11,24). Ciò malgrado, una giusta enfasi su Rm 9-11 – posteriore secondo la maggior parte degli studiosi a Gal 3-4, e più direttamente impegnata nella risoluzione della questione dell’elezione di Israele – induce a ritenere che nulla fosse più lontano da Paolo che un atteggiamento antisemita. Nondimeno, come dice il Sanders, “supporre che il ‘liberatore’ possa essere per Paolo Dio indipendentemente da Cristo significa aspettarsi da lui un’astrazione impensabile […] Non ci può essere una distinzione tra strati ‘teocentrici’ e strati ‘cristocentrici’ in Paolo. Dio vuole che tutti siano salvati attraverso Cristo. E’ Dio che ha indurito una parte di Israele, è Dio colui la cui parola non può venire meno (Rm 9,6), ed è Dio che provvederà in modo che tutto Israele sia salvato, sebbene questo non accada indipendentemente da Cristo†(E. P. Sanders, Paolo , la legge e il popolo giudaico, Paideia, Brescia, 1989, p.322, corsivo mio). Viene anche da qui la necessità , mai elusa dalla Chiesa, di una predicazione che non escluda gli Ebrei. Se questa ha assunto nella storia le forme inaccettabili che lei mi hai giustamente fatto notare, sarà motivo certo di una seria riflessione storico-culturale-morale per tutti i cristiani, ma non di una rinuncia ad una vocazione fondamentale implicita nella sequela di Cristo.
E. Peterson affermava che, in certa misura, un antigiudaismo cristiano è inevitabile, nel senso che il porsi della Chiesa come nuovo Israele non può non essere avvertito con fastidio dall’Israele secondo la carne (espressione, anche questa, che non può lasciare indifferenti). Nondimeno si tratta di quell’inevitabile rapporto di latente conflittualità che vede coinvolti tutti i monoteismi, ciascuno dei quali si ritiene alternatamente la versione originale contro la brutta copia “ereticaâ€, o la vera, autentica e definitiva versione che assorbe e rende inoperanti le precedenti. Un’attenzione verso gli effettivi comportamenti suggeriti dalle prassi di carità dentro ciascuno di questi monoteismi rappresenterebbe il controbilanciamento più efficace ad una simile inevitabile dialettica di reciproca scomunica-assorbimento. Ma ciò è possibile se ciascuno comprende e lascia essere l’Altro nella sua identità radicale, cui non va chiesta nessuna rinuncia, ma di cui va pretesa l’effettiva realizzazione nella pratica.Per quanto riguarda il rapporto dei cristiani con gli Ebrei, ciò significherebbe un massimo di predicazione di Cristo, con un massimo di agape nei confronti di ciscun ebreo e di tutto il popolo di Israele: insomma “aletheuein en agape†come lo stesso Apostolo suggerisce in Ef 4,15.
L’alternativa che è sottesa al documento di cui si è discusso mi pare invece improntata ad un atteggiamento rinunciatario che, se esprime la persistenza di un senso di colpa per le modalità errate in cui è stato predicato Cristo agli Ebrei nel passato, tuttavia lascia spazio ad una riserva non-cristiana nel cristianesimo che, chiedendo di tacere Cristo produce altrove l’inevitabile reazione, uguale e contraria, di “gridare Cristo†(rispetto a cui sono disposto a fare autocritica).
Da parte ebraica, viceversa, il rischio sarebbe quello di non avvedersi del germe revanchista contenuto nella pretesa di stabilire ciò che i Cristiani possono e debbono dire nelle loro preghiere: “Siccome in passato mi hai convertito con la forza, ora non ti permetto nemmeno più di citarmi nelle tue preghiereâ€. No, questo non mi pare legittimo, nessuna sofferenza subita, per quanto grande, ti consente di entrare legittimamente nell’ingiustizia. Se vuoi vendicarti, sei libero di farlo, senza però pretendere di stare nel diritto, soprattutto avendo strappato a Dio qualcosa che per natura Gli appartiene.
Un cordiale saluto
Massimo Maraviglia
lunedì, 10 marzo 2008 - 14:32
Mi permetto di far notare che
1) Gli ebrei non chiedono che noi non li nominiamo nelle nostre preghiere e non intendono venire ad insegnare a noi cosa fare. Non hanno nulla in contrario sulla preghiera che è in uso nel Messale di Paolo VI e che esprime la “liturgia ordinaria†(e anche la teologia “ordinariaâ€) della Chiesa cattolica di rito latino e non dicono “Siccome in passato mi hai convertito con la forza, ora non ti permetto nemmeno più di citarmi nelle tue preghiereâ€. Questo nessuno lo ha mai affermato. Se mai, nella nota dell’assemblea rabbinica, si fa notare un passo in dietro nel dialogo e da parte ebraica una pausa di riflessione nel dialogo con i cattolici. Cosa del tutto legittima.
2) Sono io – e credo che sia questo il senso del testo che si è stato chiesto di sottoscrivere – , come cristiano, che ritengo, credo legittimamente, che la nuova forma “extra ordinaria†della preghiera del venerdì santo non esprima il cammino della chiesa fatto dal Vaticano II in poi, come invece emerge nel Messale di Paolo VI, che – non dimentichiamo – rimane quello usato dal 99% dei cattolici di rito latino.
3) Credo che il problema riguardi prima e soprattutto un modo di pensare la chiesa e non ci sia nessun bisogno di proiettare sugli ebrei delle realtà che riguardano unicamente la chiesa cattolica al suo interno. Molti amici ebrei mi hanno detto che su questo sono i cristiani che si devono esprimere non loro. Questo mi pare un segno di grande rispetto.
4) Vorrei far notare inoltre che, cosa ben più grave della preghiera del venerdì, chi userà quella preghiera userà anche un Messale il cui Lezionario prevede la lettura del 1% del Primo Testamento (è il 14% nel Messale di Paolo VI). Un impoverimento assoluto rispetto ai “tesori della Parola di Dio†dischiusi dalla liturgia post-conciliare. Anche questo ci allontana da Israele e dalle sue Scritture, ma ancora una volta, non si tratta di un problema che riguarda gli Ebrei, ma che tocca la vita della chiesa al suo interno.
lunedì, 10 marzo 2008 - 23:10
Rev. padre Ferrari,
Le reazioni scomposte da parte ebraica documentate anche da questi file in allegato confermano la mia interpretazione relativa al fatto che alcune autorità religiose hanno espresso opinioni che rappresentano una sorta di ingerenza non richiesta nelle questioni cattoliche, che, come lei giustamente afferma, rimangono interne alla Chiesa. Il cammino di quest’ultima, peraltro, non comincia con il Concilio Vaticano II, ma qualche secolo prima. Nondimeno il nostro papa è stato un protagonista teologico della stagione conciliare e quindi possiede tutti gli strumenti per valutare quale sia l’intepretazione corretta che si deve dare dell’evento e dei suoi “prodotti” liturgici, pastorali e dottrinali. A tale interpretazione bisogna, come cristiani cattolici, accordare il peso che effettivamente ha, visto che si tratta del peso “leggero” ma rilevantissimo dello Spirito Santo che assiste il Santo Padre nello svolgimento del suo compito, più di quanto faccia con le nostre bellissime e dottissime riflessioni, anche di quelle che si distinguono per un certo ecumenismo aristocraticamente neo-ebionita.
Mi permetta dunque, padre Ferrari, ma per non saper né leggere né scrivere, io sto col papa.
Come storico del cristianesimo vorrei notare:
1. una preghiera per la conversione degli ebrei, il venerdi santo, potrebbe avere il senso di concepire il problema della conversione degli ebrei nel contesto della
uccisione di Gesù, il che significa attribuire indirettamente a tutti gli ebrei la responsabilità della sua morte, visto che si vorrebbe la conversione di tutti gli ebrei di oggi.
I documenti ecclesiastici cattolici dalla “Nostra Aetate” in poi avevano riconosciuto, sulla base dei risultati dell’esegesi neotestamentaria, che non tutto il popolo
ebraico di ieri e di oggi è responsabile della morte di Gesù.
2. Il fatto dell’introduzione della preghiera per la conversione, dal punto di vista storico, è di fatto un passo indietro rispetto alla riforma liturgica post-conciliare. Lo storico registra questo come uno dei molti fatti che riportano indietro la teologia cattolica a volte a prima del 1962, a volte addirittura a prima del 1930, data da considerare all’incirca come l’inizio della grande teologia storica cattolica che ha portato al rinnovamento conciliare.
3. Leggendo le reazioni di alcuni biblisti o iscritti all’ABI, mi sembra che le argomentazioni non siano di carattere esegetico o storico, ma teologico e confessionale. Mi sembra anomalo per un’associazione di biblisti.
4. Dal punto di vista storico, mi domando cosa significhi il fatto che alcuni interventi sembrano dimenticare del tutto la storia dell’antigiudaismo e antisemitismo cattolico e cristiano. Ogni discorso sulla conversione degli ebrei non può prescindere dalla consapevolezza di questa storia. Basterebbe ricordare che il periodo di maggiori conversioni di ebrei al cattolicesimo in Italia si è verificato nel 1938 e 1939 in occasione delle leggi razziali. Mauro Perani ha ricordato altri periodi e fatti.
5. Chiedere agli ebrei la conversione in una chiesa come quella cattolica che è radicalmente disebraizzata, significherebbe chiedere la rinuncia a tutta la loro cultura e a tutta la loro religione biblica e post biblica, cosa che non avvenne per gli ebrei come Pietro o come Giacomo che seguirono Gesù o come per la sua
stessa madre. Gesù stesso rimase per sempre ebreo come un documento vaticano afferma.
6. Come storico, ricordo che oltre a Paolo ci fu Giacomo e ancora nel 160 Giustino riconosceva che esistevano ebrei credenti in Gesù che non erano chiamati “Christianoi” (dial. 47).
7. Mi sembra che la consapevolezza della estrema complessità e delicatezza della questione, che ai documenti ufficiali cattolici e alla teologia cattolica era ben presente negli anni Sessanta – Ottanta, sia poi andata diminuendo.
8. Criticare la preghiera per la conversione non è attaccare la chiesa, ma semplicemente esprimere un parere su una questione altamente controversa e discutibile. Non si tratta del resto di una definizione dogmatica di un concilio né di una definizione ex cathedra,
9. Mi domando dove stiamo andando visto che per affrontare una questione molto precisa come quella della preghiera sulla conversione degli ebrei Maravaglia coinvolge la critica a Voltaire, accusa chi ha una posizione illuminista o una ideologia illuminata di avere un “Ego tracotante” (ma perché offendere le persone di chi non la pensa come noi accusandole di depravazione etica? perché questa violenza?), perché tirare in ballo la questione israeliana (per di più con giudizi molto unilaterali). Perché tirare in ballo l’illuminismo e gli intellettuali ebrei? Avremmo così: da una parte i buoni, quelli che seguono Gesù sospendendo la autocritica e trovano l’amore del prossimo, dall’altra gli intellettuali illuministi, gli intellettuali ebrei, i relativisti, quelli che hanno l’Ego tracotante, che non seguono nessuno, gli israeliani che offendono il povero e la vedova…. Veramente pensiamo che si costruisce comprensione in questo modo? Credo che stiamo eccitando gli animi allo
scontro.
10. riportando tutto alla questione esegetica: a. veramente il problema della teologia cristiana verso gli ebrei è quello della “conversione” o non piuttosto quello della koinonia (vedi ancora Giustino Dialogo 47)? b. conversione predicava il Battista e Gesù, ma a chi? a cosa? Non sarà che il concetto attuale di conversione è diverso da quello di Gesù?
Soprattutto, cerchiamo di non concepire mai una ricerca, un pensiero esegetico in polemica contro qualcuno o qualcosa, né per apologia, né per attacco, né per antipatia personale. Pieghiamoci sui testi con passione conoscitiva e disponibilità ad accettare il parere scientificamente fondato di altri e basta.
Sono pienamente d’accordo con la pacata, costruttiva e chiara risposta di Mauro Pesce.
martedì, 11 marzo 2008 - 09:44
Un esegeta del corpus paulinum difficilmente può smettere di fare il teologo cristiano.
La differenza tra ebrei e cristiani non è la fede in Cristo, Figlio di Dio? e non tanto o principalmente una fede nella “razza” ebraica di Gesù di Nazaret e della chiesa degli inizi.
Non si può essere ebrei e cristiani assieme? C’è chi si sforza di farlo ogni giorno anche nella lettura cristiana delle Scritture.
Ma dinanzi a chi si offende di Gesù come il Cristo e Figlio di Dio e Signore, relegandolo a qualcosa che ha nulla a che vedere con l’esegesi e la storia, o ad eresia, è proprio un’offesa mortale, un antisemitismo o una mancanza di rispetto pregare in Cristo per tutti, compresi i fratelli maggiori?
Pietro nel primo discorso a Gerusalemme che dice? O il Nuovo Testamento è una montatura della Chiesa che si allontana dalla Sinagoga?
Essere storici o essere esegeti non necessariamente significa essere credenti. Ma l’esegesi e la storia, con tutti i metodi critici o “scientifici”, sono incompatibili con la Chiesa?
Chiesa imperfetta e scienza esegetica perfetta (gonfia per l’arroganza, spesso)?
Essere credenti e pregare in base alla propria fede cristiana per ottenere quanto si considera il sommo bene dell’umanità è antisemitismo?
Per il sottoscritto è essere davvero un ebreo come Gesù.
L’impressione è che stiamo parlando di politica del passato, o di regressioni storiche nella liturgia, più che di Sacra Scrittura o di storia della Chiesa, corpo vivo di Cristo – secondo le Scritture.
Paolo, poi, non ha gli stessi diritti di parlare di Giacomo o Giovanni? Certo che non esiste solo Paolo. Ma non è meglio non essere di Paolo, di Apollo o di Cefa, ma come chiesa, di essere di Cristo e di Dio?
I primi cristiani non pregavano per la conversione a Cristo degli ebrei? Non annunciavano Cristo agli ebrei?
Oggi la chiesa, che deve parlare in privato o politicamente in modo “inoffensivo” non deve predicare più Cristo agli ebrei?
Nessuno credo sia così ingenuo di condannare, nella Chiesa, tutto il popolo ebraico al presente – senza perdere la propria identità profonda che è ebraica fin nella carne.
Ma in politica quel che conta è la difesa del proprio diritto a pensare ognuno come vuole e a impedire all’altro di offenderci. Su questo allora possiamo convenire di togliere il disturbo.
martedì, 11 marzo 2008 - 09:54
Carissimi Biblisti,
Ho seguito in silenzio questo dibattito sulla preghiera per la Conversione degli ebrei e non ci son voluto entrare, ritenendo che i vostri pareri sono certamente molto più qualificati di qualunque opinione io possa esprimere.
Tuttavia, alcune frasi adoperate dal Dott. Massimo Maraviglia nella sua ultima email, qui sotto riportata, mi inquietano un po’.
In primo luogo mi pare problematico parlare dei Documenti del Concilio Vaticano II come “prodotti liturgici, pastorali e dottrinali”, perchè con questo linguaggio sostanzialmente se ne negano, per almeno alcuni di questi, le caratteristiche pregnanti di dogmaticità , di magistero irreformabile e, per chi ci crede, anche di una particolare assistenza dello Spirito Santo.
Questo linguaggio minimalista nei confronti dei Documenti del Concilio Vaticano II e dell’opera dello Spirito nella Chiesa, subito dopo viene, però, inaspettatamente capovolto dallo stesso Dott. Maraviglia quando parla dell’assenso da rendere all’interpretazione di tali ‘prodotti’ da parte del nostro Papa: “a tale interpretazione bisogna, come cristiani cattolici, accordare il peso che effettivamente ha, visto che si tratta del peso ‘leggero’ ma rilevantissimo dello Spirito Santo che assiste il Santo Padre nello svolgimento del suo compito, più di quanto faccia con le nostre bellissime e dottissime riflessioni”
Io non mi sento di stare alla pari di studiosi del calibro di coloro che state animando questo dibattito, ma oggettivamente in questo modo di presentare le cose (per altro oggi molto diffuso in ambito ecclesiale ed ecclesiastico) vedo un problema serio, perchè vi vedo una sorta di “inscatolamento” dello Spirito in contesto gerarchico.
Non vorrei essere frainteso, anch’io credo che in primo luogo il Sommo Pontefice goda dell’assistenza dello Spirito, ma questa assistenza non può essere presentata in termini di proprietà personale, umana e terrena, ma in termini di quel processo di soccorso permanente da parte di Dio nei confronti della Sua Chiesa e degli uomini che la costituiscono (a partire dalla gerarchia, se si vuole): “Lo Spirito soffia dove vuole” (Gv 3, 8) per dare vita, libertà e unità (v. Omelia di Benedetto XVI del 3 giugno 2006 in Piazza San Pietro).
Ma l’unità è quella della Chiesa universale: l’unità del gregge esige l’assimilazione del pastore al suo gregge e viceversa, in un reciproco procedimento di sinergia.
Scusatemi la parola forte, ma se l’assistenza dello Spirito viene derubricata a proprietà personale, in genere a favore esclusivo di ministri ordinati, si rischia, anche se in buona fede, di cadere in una sorta di “magicismo”, che non ha nulla a che fare con il messaggio cristiano.
Ovviamente il mio timore di questa caduta non è riferita alla gerarchia ecclesiastica, che, in genere, ha preparazione adeguata per non incorrere in tali equivoci, ma ad una diffusa mentalità della quale potrebbero esser vittime molti credenti e, talvolta, lasciata correre da parte di coloro che dovrebbero correggerla.
Qui, mi pare, ci sarebbe un grosso contributo che i Biblisti dovrebbero dare, riattualizzando la riflessione sulle identità della Rivelazione e dell’ispirazione divina nelle Sacre Scritture. Scusate l’intromissione, saluti affettuosi
martedì, 11 marzo 2008 - 10:30
Mauro Pesce ha scritto:
“una preghiera per la conversione degli ebrei, il venerdi santo, potrebbe avere il senso di concepire il problema della conversione degli ebrei nel contesto della uccisione di Gesù, il che significa attribuire indirettamente a tutti gli ebrei la responsabilità della sua morte, visto che si vorrebbe la conversione di tutti gli ebrei di oggi”.
In quella preghiera si prega anche per la santa chiesa, il papa, etc… anche questi sono da ritenere deicidi? d. Marco Pratesi
martedì, 11 marzo 2008 - 22:42
Il prof. M. Pesce parla come storico del cristianesimo, così dice all’inizio, esprime un chiaro giudizio su un provvedimento liturgico (l’indicazione sulla preghiera del Venerdì Santo) e attraverso questo giudizio valuta complessivamente la “teologia cattolica”, affermando che con il suddetto provvedimento viene “riportata indietro” a “prima del 1930″. L’argomentazione conclude poi ad un’illegittimità di qualsiasi altro punto di vista sulla questione (in particolare di quelli che il prof. Pesce chiama “teologici e – mi sembra un po’ spregiativamente, n.d.r. – confessionali”), poiché è solamente da una cosapevolezza storico-esegetica che si potrebbe legittimamente aspirare al conseguimento di un valutazione scientificamente plausibile che “costuisca comprensione” e “non ecciti gli animi allo scontro”.
Già su questo punto mi pare che si possa osservare che se esiste una circolarità tra storia, teologia, liturgia e fede della Chiesa, non è possibile escludere a priori un punto di vista dalla discussione. In un’associazione di biblisti non bisogna forse conoscere Filone per comprendere appieno la dottrina giovannea del Logos? Non bisogna avere nozioni di filosofia stoica e in generale ellenistica per comprendere appieno il Sitz im Leben ideologico di Paolo? Per non parlare di tutta la questione ermeneutica: se qualche biblista rimane affascinato dall’esegesi di Bultmann non deve sapere che legge la Bibbia con gli occhi iper o post moderni di Martin Heidegger? La Chiesa sa benissimo queste cose e conosce bene il rischio delle esaltazioni acritiche anche della Bibbia, visto che il cristianesimo non è un “religione del Libro”, e visto che esaltando le Scritture si possono benissimo surrettiziamente avallare pre-comprensioni che, proprio in virtù del rifiuto degli altri strumenti della ragione e della cultura, non accettano alcuna forma di autocritica sul piano epistemologico … così si scivola nel fondamentalismo biblico di cui negli USA abbiamo numerosi esempi.
Così il prof. Pesce, mentre argomenta a favore di un certo copyright dell’esegesi e della storia sul tema (liturgico) in questione, butta lì una chiara vautazione di filosofia della storia. La teologia cattolica, a suo parere, viene portata avanti o indietro, laddove i due avverbi veicolano una netta presa di posizione: l’”avanti” è buono, l’”indietro” è cattivo. Chiaramente nessuno può contestare la legittimità individuale della sua doxa (opinione soggettiva), tuttavia ci si può chiedere da dove venga una simile griglia di valutazione. Anch’essa infatti ha una storia. E chi si incontra in questa storia? Un gruppo di persone che si sono definite “illuministe” e che hanno elaborato una precisa idea dello sviluppo storico umano, secondo la quale esso andava, o doveva andare, o doveva essere indirizzato “in avanti”, perché l’avanti era il progresso e il progresso conduceva – con non riconosciuta secolarizzazione dell’eschaton cristiano – al Bene. Ecco che
cosa può centrare Voltaire nel discorso dello storico del cristianesimo Mauro Pesce. Se vogliamo disincantare le sovrastrutture “ecclesiastiche” della fede con passione illuministica (passione che ha tra i suoi frutti migliori e da non buttare il consolidamento dell’approccio storico critico alle Scritture), bisogna però con “illuministica” apertura esporsi al disincanto e alla demistificazione delle strutture ideologiche cui lo stesso illuminismo ha dato vita, con unilaterale e irrazionale enfasi sulle facoltà emancipative della Ragione. Tra queste vi è il mito del progresso e il mito dell’ onnipresente e onnipotente connubio trono-altare (riproposto oggi, sotto mentite spoglie, nell’ideologia focaultiana del “potere pastorale”).
Accanto a questi vi è un altro mito, quello in cui l’illuminista diventa propriamente illuminato (e qui alludo evidentemente alla koiné ideologica della massoneria) e che conduce all’affermazione sincretistica dell’universale parità o equivalenza delle fedi e delle credenze. Tale mito ha avuto straordinaria diffusione grazie alla sua ripresa popolare nella religiosità cosiddetta “new age”. Esso condanna tutte le religioni alla coltivazione del proprio orticello, poiché essendo Dio il centro e le religoni i raggi di una simbolica Ruota, e portando in modo indifferente tutti i raggi verso il centro, non vi è ragione di proporre a nessuno la propria fede, né di annunciare chicchessia. Il ragionamento che il prof. Pesce fa per gli ebrei in realtà va in questa direzione. Dire che Gesù era ebreo, la Chiesa cattolica è disebraizzata, dunque chiedere agli ebrei di convertirsi è chiedere loro di rinunciare a tutta la loro cultura – a parte il fatto che afferma implicitamente che la Chiesa cattolica ha tradito Gesù e che quindi, se si vuole essere seguaci di Gesù, non bisogna essere cattolici, ma questo è un problema che riguarda la fede personale di Pesce, che non interessa al ns. discorso – si configura oggettivamente, lo voglia o meno il Nostro, come un caso di questa regola: non annunciare Cristo, anzi non annunciare niente, perché tutto si equivale. Infatti se annunci qualche cosa, chiedi giocoforza ad altri di rinunciare a ciò che è incompatibile con il tuo annuncio, dunque ad una parte della sua cultura. Ma siccome tutte le culture e, nel ns. caso, tutte le religioni si equivalgono perché dirette ad un unico centro, non c’è ragione perché nessuno rinunci a niente.
Ecco qui il relativismo di cui avevo accennato ed anche il soggettivismo (l’Ego tracontante, che non va ipostatizzato, ma è un modo per dire Soggetto, Io, nel senso moderno e fortissimo del termine, nel senso, per capirci, che conduce all’Unico di stirneriana memoria): tutto si equivale (l’assioma relativista); non rinunciare a niente (la massima soggettivista o, in senso lato, ego-ista).
Tutto ciò mi sembra inaccettabile per un cristiano (cattolico, scusate ma sono all’antica e un po’ campagnolo, per me “cristiano” e “cattolico” dicono
la stessa cosa), ma, mi chiedo: “E’ accettabile per un ebreo?” Cioè, per dirla tutta, in fondo la posizione del prof. Pesce, una volta fatti emergere i suoi presupposti ideologico-filosofici, non è perfettamente in contrasto anche con i contenuti più genuini della fede ebraica, che nel suo fondamento monoteista è rigidamente antirelativista e che, malgrado le sue odierne tendenze, ha conosciuto nell’antichità un periodo di intensa attività missionaria?
“quando Dio tace,gli si può far dire ogni cosa!”(Jean-Paul Sartre)
un sentito ringraziamento al prof.M.Pesce che con lucidità e consapevolezza nei suoi scritti mette a fuoco l’oggetto della ricerca in questione rendendo accessibile ad un pubblico di non specialisti argomenti così intricati e complessi!
martedì, 25 marzo 2008 - 21:25
Tale preghiera rende ancora più chiaro,se mai ce ne fosse stato bisogno,le intenzioni reazionarie di questo papa,il suo mettere la chiesa cattolica e in ultima analisi se stesso al di sopra di tutto e di tutti(della serie “io e il Padreterno praticamente siamo la stessa cosa,anzi è lui che è venuto a scuola da me per imparare)dopo le sue affermazioni sulle chiese riformate che non sono veramente chiesa,al gran chiasso mediatico del battesimo del famoso giornalista egiziano ,alle donne assassine perchè ree di praticare l’aborto e chi più nè ha più ne metta.Mancavano solo gli ebrei a cui va tutta la mia comprensione e il mio affetto per questo grave affronto da una valdese che non condivide questa logica imperiale delle gerarchie cattoliche ma è dalla parte del dialogo tra le fedi viventi e non per il proselitismo a danno delle altre fedi.
Concetta Melchiorre






































venerdì, 7 marzo 2008 - 09:53
Colgo la palla al balzo per condividere, anche se solo in parte, la proposta avanzata. Suggerisco tuttavia di fare di più e propongo di eliminare dalla preghiera quotidiana ebraica la Birkhat ha-minim.
Infatti chi voglia pregare secondo la tradizione di Israele dovrà ogni giorno, anzi più volte al giorno, recitare le 18 “benedizioni”. La dodicesima di queste è, in realtà , una maledizione rivolta anche ai cristiani, anche se non esclusivamente a loro. Il testo risulta a dir poco offensivo, per la sua sete di “vendetta immediata”, per chiunque sia cresciuto in una mentalità di dialogo e rispetto reciproco: “Sradica, spezza, abbatti e piega presto, ai nostri giorni Benedetto sei tu Signore, che spezzi i nemici e pieghi i superbi”.
Spero che venga presto il giorno nel quale sarà tolto questo testo aberrante dall’educazione religiosa del pio israelita.
Massimo Pazzini, Gerusalemme