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sacerdote diocesano brasiliano, ha conseguito la licenza e il dottorato in Teologia Biblica presso la Pontificia Università Gregoriana (Roma). Vive ed insegna in Brasile nella diocesi di Cachoeiro de Itapemirim (Estado do Espírito Santo).

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sacerdote diocesano italiano, ha conseguito la licenza in Teologia Biblica presso la Pontificia Università Gregoriana (Roma). Vive a Prato (IT), è Direttore dell’Ufficio diocesano per l’evangelizzazione e la catechesi, assistente diocesano della Fuci, docente di varie materie bibliche presso la Scuola Diocesana di Teologia.

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editor in chief
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Dalla croce alla risurrezione

di don Bruno Maggioni

La Croce e la Risurrezione. È una realtà unica quella che cercheremo di contemplare. Naturalmente, alla luce del Vangelo. Non possiamo fare altro.

Con una precisazione: ci interessa la figura di Cristo, del Crocifisso risorto; della figura umana che vedo, dei sentimenti umani che leggo. E, attraverso questa figura umana, ci interessa intravedere il volto di Dio che si svela.

Vedrò così anche la figura del vero discepolo. Vedrò la via che la Chiesa è chiamata di nuovo a percorrere anche nel terzo millennio.

Una seconda precisazione: dedicheremo la nostra contemplazione più al volto del Crocefisso che a quello del Risorto. Per una ragione semplice: perché la risurrezione è la verità della Croce, è la garanzia che la via della Croce è giusta, è vera, rivela il disegno del Padre. Ma il grande segno, la novità assoluta, da contemplare con stupore è, appunto, il Crocifisso.

Il nostro discorso si svilupperà con un certo ordine:

1. cercheremo di capire perché Gesù parla della sua crocifissione e morte come di una cosa “necessaria”;

2. contempleremo, poi, il mistero della Sua morte come un “compimento”;

3. ciò non toglie però che la sofferenza e la morte siano state per Gesù anche una “prova”;

4. concluderemo, infine, contemplando il Risorto come “verità della Croce” e profezia del vero credente.

Sarà, la nostra, una riflessione che, forse, non avrà quei “risvolti pratici” che noi ci attendiamo sempre, a torto. Ma potrebbe invece provocare in noi un movimento di conversione, aprendo davanti a noi la bellezza del mistero cristiano.

La “necessità” della croce

Gesù – e su questo i vangeli sono concordi – ha innanzitutto compreso la sua passione e la sua morte come una necessità. Ma come intendere questa necessità? E come, poi, inserirla in un’altra consapevolezza di Gesù, altrettanto chiara, e cioè la sua libertà?

    Innanzitutto Gesù è consapevole che sono gli uomini – in particolare le autorità – a volerlo condannare. Questo risulta con particolare acutezza nel Vangelo di Giovanni: la ragione della opposizione che Gesù incontra è proprio la verità di Dio che egli insegna. Se dicesse la menzogna, non lo condannerebbero (Gv 5,44; 8,40.45).

La necessità della condanna di Gesù è dunque dentro la libera scelta di vita che egli ha fatto, quella appunto di dire, costi quel che costi, la verità di Dio. Una scelta di vita, questa, che porta con sé necessariamente il rischio della condanna. Gesù non ha scelto di morire sulla croce, però ha scelto una vita che include tale eventualità. Come il martire, che non sceglie di morire, ma di testimoniare fedelmente, costi quel che costi, la verità. La necessità della croce, pertanto, è dentro la libertà di una scelta di vita.

Gesù ha vissuto la croce come una necessaria coerenza e una necessaria fedeltà. È questo un primo significato di quel devo che egli spesso ripete: “Il Figlio dell’uomo deve … molto soffrire, essere riprovato dagli anziani, dai sommi sacerdoti e dagli scribi, poi venire ucciso” (Mc 8,31).

    Quanto detto si colloca soltanto a un primo livello, quasi di superficie. C’é un secondo livello, molto più profondo. Oltre la consapevolezza di aver scelto una vita che porta con sé il rischio – che si fa sempre più concreto – della morte, Gesù è anche consapevole di una “divina necessità”, di un disegno del Padre.

Questa divina necessità è ben lontana dalla necessità cieca del destino, perché è una necessità che discende da una libera – e dunque salvifica e amorevole – decisione del Padre. Il “devo” di Gesù esprime una necessità libera e intelligente.

Così i due discepoli di Emmaus sono stati aiutati a capire – si legge nel Vangelo di Luca – che la croce appartiene alla vita di Gesù come un evento logico, previsto, in linea con tutta la sua esistenza; non come un evento che la smentisce, non come uno scandalo che la nasconde. La croce – come dice S. Paolo – è sapienza.

    Quale sapienza? Quella di una libera scelta di Dio che ha deciso non solo di salvare il mondo, ma di salvarlo con la sua alleanza e quindi con la sua volontà di condividere la storia degli uomini: in tutto, anche nel destino di rifiuto che spesso la verità incontra. Gesù ha capito – e così ha svelato il volto del Padre – di dover salvare il mondo dall’interno, non standone a lato.

    Voglio insistere, anche a costo di ripetermi. È necessario, si legge nei Vangeli, che Gesù percorra la sua strada fino a Gerusalemme. La necessità della croce è all’interno di un percorso preciso. Il Padre ha voluto che il Figlio – per rivelare agli uomini il suo volto di Padre – si facesse compagno del cammino degli uomini, attraversando di questo cammino anche i momenti più negativi, quelli che addirittura sembrano smentire la stessa presenza di Dio e del suo amore: il trionfo della menzogna, la sconfitta della verità, l’inutilità (apparente) dell’amore, fino al lato più oscuro della storia umana, l’accanimento contro l’innocente, colpito proprio perché innocente.

La necessità della croce sta in questo disegno divino di sorprendente bellezza e di incredibile amore. Con la croce Gesù ha salvato il mondo e ha rivelato il Padre obbedendo al suo disegno di condivisione, che è indubbiamente la forma più alta dell’amore.

La croce come “compimento”

Gesù è andato incontro alla sua morte di croce come a un compimento. Non come alla fine della sua esistenza, ma come al suo momento più alto. Non “alto” perché ha introdotto qualcosa di diverso rispetto alla vita che ha vissuto, ma perché sulla croce egli ha vissuto gli atteggiamenti di sempre con assoluta radicalità.

La morte di Gesù non è stata altro rispetto alla vita. Il modo con cui egli si è posto davanti alla morte è stata la continuazione di come si è posto davanti alla vita, cioè nel perdono di chi ti sta contro come avversario, ed è miracolo straordinario; nella più profonda fiducia nel Padre e nel totale dono di sé agli uomini.

È in questo senso che Gesù ha “preparato” lungo la vita la sua morte. Ed è in questo senso che la croce è l’ora verso cui l’esistenza di Gesù si è protesa fin dall’inizio.

“Tutto è compiuto” (Gv 19,30), esclama il Crocifisso nel racconto di Giovanni. Il verbo, che ricorre tre volte, suggerisce l’idea di un percorso che ha raggiunto il suo vertice. Compiuta è l’obbedienza di Gesù, compiuta è la Scrittura, compiuta è l’alleanza di Dio con l’uomo. Oltre non si può andare.

Mi si permetta di insistere. Ai piedi della croce anche gli avversari riconoscono che Gesù è vissuto consegnandosi al Padre: “Ha confidato in Dio, lo salvi!” (Mt 27,43).

Se Gesù è morto “fidandosi” di Dio – anche in un momento in cui tutto parlava di abbandono – è perché ha vissuto fidandosi di lui. E se Gesù ha fatto della sua croce un dono è perché è sempre vissuto donandosi.

Sulla croce Gesù non ha fatto niente di più di ciò che ha sempre fatto. È così che egli ha vissuto la sua morte in croce come un compimento: “tutto è compiuto”.

La croce come “prova”

Il Vangelo insiste molto anche su un altro aspetto della Croce, vissuto intensamente da Gesù: quello della prova; non solo dal punto di vista umano ma anche sotto il profilo della fede.

Si può partire dal testo di Luca (9,52) che descrive l’inizio della salita verso Gerusalemme: “Mentre stavano compiendosi i giorni in cui sarebbe stato tolto dal mondo, si diresse decisamente verso Gerusalemme…”. Quell’avverbio “decisamente” è debole traduzione di una espressione ben più forte: “rese di pietra il suo volto”, a connotare la consapevolezza di una grande prova. E il viaggio comincia con un rifiuto, quello dei samaritani, davanti al quale Gesù non accetta la mentalità di ritorsione che affiora nei discepoli: “vuoi che diciamo che scenda un fuoco dal cielo che li consumi?”.

a) La “prova” raggiunge il vertice nell’ora del Getsemani

Marco e Matteo, nel riferire l’episodio, si assomigliano. Ma il primo sembra più incisivo, più essenziale. Facciamo, pertanto, riferimento a questo testo (Mc 14,32-42).

Marco parla della angoscia di Gesù. “E incominciò a provare paura e smarrimento”: per descrivere questo sentimento di Gesù, Marco utilizza due verbi, che, uniti, denotano l’emozione più intensa possibile: “ekthambéisthai” e “ademonéin”. Il primo ha come significato base lo sbalordimento, che rende attoniti, impietriti e sconcertati, come quando qualche cosa di terribile accade di colpo davanti agli occhi; il verbo fissa soprattutto quel momento in cui per la sorpresa si resta come impietriti, attoniti e incapaci di reagire. Il secondo verbo usato da Marco (che, probabilmente, in origine, significava separazione dalla comunità) denota uno stato di grande ansietà, di irrequietezza (Gesù va avanti e indietro dagli apostoli per ben tre volte!) e di angoscia.

Smarrimento, angoscia e tristezza mortale: questi i tre sentimenti di Gesù. Invece di reagire e dominare, Gesù sembra soggiacere.

Uomini pii, certamente ben intenzionati, hanno pensato e scritto che l’angoscia di Gesù non fosse dovuta alla passione e alla morte, ma alla consapevolezza di tutto il peccato del mondo. Di questo, però, Marco non fa cenno.

Forse il rilievo più vero che possiamo fare è che Gesù non si è perso nella nostra tenebra, ma ha innalzato fino a sé la nostra angoscia. Lo vediamo nelle altre notazioni di Marco.

Gesù pregava. Il verbo è espresso all’imperfetto, cioè indica azione ripetuta. L’uomo di fede profonda, di profonda umanità, sperimenta l’ansia e la paura, si interroga e si lamenta, sempre però davanti a Dio. Gesù è impaurito, ma sta di fronte al Padre.

La preghiera che Gesù rivolge al Padre è in quattro parti: l’invocazione (“Abbà”), la professione di fede (“tutto è possibile a te”), la supplica (“allontana da me questo calice”), l’accettazione della volontà di Dio (“non quello che voglio io, ma quello che vuoi tu”).

    ”Abbà” è un termine confidenziale (“babbo”), col quale i bambini ebrei si rivolgevano al loro padre, ma non a Dio. Esprime pertanto la grande confidenza di Gesù verso il Padre, la sua profonda consapevolezza di essere il Figlio amato e la sua tenerezza. È motivo di stupore che questa commovente tenerezza rimanga intatta anche nel momento della prova e del lamento.

Il racconto di Marco, in queste e nelle successive notazioni, si pone come una rivelazione, una epifania: proprio questo uomo sbigottito è il Figlio di Dio. Questa è la inattesa rivelazione.

Marco non attenua in alcun modo il contrasto, perché è proprio attraverso il contrasto che si comprende il mistero di Gesù. Non basta salire dal basso all’alto (questo uomo è il Figlio di Dio), ma è altrettanto importante scendere dall’alto al basso (questo Figlio di Dio sperimenta la debolezza dell’uomo). L’incarnazione, infatti, è un abbassamento prima che un innalzamento, ed è un gesto di totale condivisone della condizione umana.

Questa del Getzemani potrebbe definirsi una rivelazione capovolta, dal momento che non si è posti di fronte a un uomo che si manifesta con la gloria di Dio (come nell’episodio della Trasfigurazione), ma a un Figlio di Dio che si manifesta nella debolezza dell’uomo. Tuttavia anche nel Getzemani Gesù manifesta di essere Figlio. Non però nei gesti della potenza, ma nel miracolo della obbedienza e della fede nuda, che anche nella angoscia più profonda riconosce la paternità di Dio, invocandolo con confidente tenerezza: “Abbà”.

Luca, invece, addolcisce il racconto: giustifica gli apostoli “addormentati per la tristezza” e parla dell’angelo che viene a confortare Gesù nella sua “agonia”. E proprio a questa parola, desunta dal linguaggio sportivo, Luca ricorre non al vocabolario della tradizione di Mc e Mt (sbigottimento, tristezza, angoscia). Propriamente, la parola agonìa indica lo stato di tensione dell’atleta nell’imminenza della gara o, anche, nel momento in cui, vicino al traguardo, raccoglie tutte le sue forze in un ultimo slancio.

Nel significato di agonia non è certo assente l’apprensione, e ancor meno lo sforzo, la fatica e la sofferenza. Tuttavia non c’é l’angoscia che paralizza.

In ogni caso, all’evangelista Luca importa molto insegnare alla sua comunità che, se si vuole superare la prova, occorre pregare come ha fatto Gesù.

E Giovanni? Il Cristo del quarto Vangelo ha sempre un profilo di maestà. Ma non manca l’accenno al “turbamento”. Il verbo usato da Giovanni è “taràssein”, che significa turbamento e agitazione psicologica (anche agitazione fisica, come dell’acqua della piscina “agitata” dall’angelo).

Gesù svela il suo stato di “turbamento” non in un episodio, come nei sinottici, ma in un discorso che vuole essere una risposta al desiderio dei greci di vederlo (12,20 ss). Più che una confidenza per dire di sé, le sue parole sono una catechesi per spiegare la croce, la sua e quella dei discepoli. Gesù é “turbato” anche davanti alla morte di Lazzaro; così pure mentre preannuncia il tradimento di Giuda. In tutti i contesti, comunque, l’inquietudine di Gesù non è descritta come un sentimento superficiale e momentaneo.

Gesù dirà ai suoi apostoli: “Non sia turbato il vostro cuore…” Ma, intanto, anche lui ha provato il turbamento. Possiamo concludere che tutti i Vangeli parlano della Croce come “prova”, che conosce l’abbandono, il turbamento, la paura.

b) Il “grido” di Gesù

Un’altra forte testimonianza in cui si rileva la “prova” che Gesù sta affrontando sulla croce, è il grido con cui esprime i suoi sentimenti. Anche qui Marco e Matteo sono i più espliciti.

Nel racconto di Marco, ai piedi della croce c’è grande movimento e si dicono molte parole. Ma dalla bocca di Gesù escono soltanto due gridi: il grido dell’abbandono (15,34) e il grido della morte (15,37). Per il resto Gesù è immobile e in silenzio. Si è lasciato crocifiggere senza una parola, e ora si lascia insultare senza rispondere. Grida una domanda al suo Dio ma non risponde a chi lo insulta.

Le derisioni rivolte a Gesù nascono tutte da una medesima radice: il contrasto tra le precedenti pretese avanzate da Gesù e la sua evidente incapacità di discendere ora dalla croce. Nel rimanere di Gesù sulla croce tutti i presenti non vedono il dono di sé, ma l’impotenza, come esplicitamente dicono i sacerdoti: “Non può salvare se stesso” (15,31). Invece sta proprio nel “non salvare se stesso” la verità di Gesù, trasparenza della verità di Dio. È questa la novità che tutto capovolge, la chiave che permette di fare della croce una lettura completamente diversa.

Il fatto che Gesù abbia salvato gli altri mostra che il suo stare sulla croce non è impotenza, ma libero dono. E il silenzio della croce mostra che il Dio di Gesù Cristo fa i miracoli, ma non salva il mondo con la potenza dei miracoli, bensì con la generosità dell’amore che giunge fino a dimenticarsi.

Il primo grido di Gesù è quello del lamento

“Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato…”: sono parole del salmo 22, una preghiera nella quale l’angoscia dell’abbandono si accompagna alla fiducia nella fedeltà del Signore.

Commuove leggere che nel momento più personale e rivelatore della sua esistenza, Gesù abbia espresso la sua intima esperienza non con parole sue, ma con parole già dette, note, di tutti, alle quali già il suo popolo ricorreva per dire a Dio la propria angoscia e la propria ostinata speranza. Facendo sua l’invocazione iniziale del salmo 22, Gesù si inserisce profondamente nella spiritualità del suo popolo. Questo grido esprime i sentimenti di un vero credente. Non è il grido di un disperato, ma di uno che si rivolge a Dio. Forse a chi vive la fede dall’esterno può sembrare che l’angoscia e la fiducia non possano coesistere, si contraddicono, immaginando la fede come immobile tranquillità. Ma il credente sa bene che non è così: nella fede profonda – anzi, quanto più è profonda – l’angoscia e la fiducia possono coesistere.

Il secondo grido è quello della morte (15,37).

Il grido della preghiera si ripete nel grido della morte: “Ma Gesù, dando un forte grido, spirò”: una morte così comune, così spoglia; un grido che appare come la più radicale negazione di ogni prodigio. Ma il grande prodigio – la meraviglia che non cessa di stupire – è che il Figlio di Dio abbia condiviso dell’uomo anche il modo di morire. Morire con un grido è il modo più umano di morire.

In conclusione, non sappiamo se ammirare di più la essenziale bellezza narrativa del racconto di Marco o la sua profondità teologica. Per Marco, infatti, l’evento della Croce è luogo di rivelazione, non solo gesto di salvezza. La croce dice chi è Dio, questa è la sua prima verità. La stessa risurrezione conferma la verità della croce, ma non la muta. Il Cristo risorto ha sempre il volto del dono di sé, come il Cristo crocifisso.

Nel Vangelo di Luca c’é qualche significativa variazione. Il Crocifisso di Luca non sta in silenzio, ma parla: alle folle, al Padre, al ladrone pentito. Eccetto che per il morire, Gesù è il soggetto soltanto di verbi di dire. La prima parola di Gesù è per le donne, come invito a convertirsi. La seconda parola è per i suoi crocifissori: “Padre perdonali, perché non sanno quello che fanno”. Gesù non solo perdona, ma scusa. Questa sua misericordia non sorprende il lettore. Tutta la passione secondo Luca è infatti attraversata dalla misericordia: il gesto di Gesù che guarisce l’orecchio del servo del sommo sacerdote, lo sguardo a Pietro che lo rinnega, la parola del perdono ai crocifissori.

Anche in Luca Gesù muore con un grido. Ma il grido di Gesù morente (23,46) riprende la preghiera del salmo 31, la preghiera, piena di confidenza in Dio, che i rabbini raccomandavano di recitare alla sera: “Padre, nelle tue mani depongo il mio spirito”.

Diversamente da Marco e Matteo, per Luca la vita di Gesù non finisce con un tragico interrogativo, ma nella serena convinzione di un compimento. Serenità, fiducia e abbandono, questi i sentimenti di Gesù morente.

E Giovanni? Anche lui non dimentica che il dolore è dolore e non può essere confuso con la gioia. La croce è croce anche per Giovanni. Egli però sottolinea l’idea del compimento utilizzando per tre volte la parola teléin (compiere). Il “tutto è compiuto” non significa semplicemente “la fine è giunta”. Bensì: l’opera che il Padre ha affidato a Gesù è compiuta, realizzata fino in fondo; Gesù ha condotto fino al limite estremo il suo amore e la sua obbedienza; le Scritture si sono compiute. La croce non è un compimento come gli altri, ma il termine a cui tutta la Scrittura, e dunque il disegno di Dio, tendeva.

Giovanni dice anche: “consegnò lo spirito”. Anche questa annotazione va letta secondo una triplice dimensione. Gesù muore: è il fatto nella sua esteriorità. Gesù muore cosciente e consenziente; il verbo è infatti all’attivo, mostrando che Gesù fino all’ultimo ha l’iniziativa: è lui che china il capo e rende lo spirito. Infine, Gesù dona lo Spirito. Gesù conclude la sua opera in un atto di serena consapevolezza e nell’atteggiamento che gli è stato abituale lungo tutta la vita: il dono.

Dio non può fare un gesto più grande di questo. Non può fare niente di più per rivelare il suo amore. È il massimo di chiarezza a coronamento della vita di Gesù.

C’è, infine, il gesto della trafittura del costato: “…e subito ne uscì sangue e acqua”.

Il lettore del Vangelo di Giovanni è preparato a scorgere nel “sangue” che scaturisce dal fianco di Gesù il segno del valore redentore del suo sacrificio e nell’ “acqua” il dono dello Spirito e della vita che di quel sacrificio sono il frutto. Ma è anche preparato a scorgere nel sangue e nell’acqua i sacramenti della Eucaristia e del Battesimo. Sono i doni dell’amore di Gesù.

Quanta freschezza! Non è vero che il cristianesimo ha duemila anni; ha l’età della nostra vita, perché l’opera della salvezza è sempre presente.

Possono anche dirci: “dopo duemila anni di cristianesimo siete ancora così cattivi…”. Ma si comincia sempre da zero. Ognuno di noi è sempre ai primi passi. Questo è Giovanni.

Ancora: in Giovanni (l’evangelista della maestà di Cristo) c’è un’icona della crocifissione e morte di Gesù che noi spesso abbiamo la tentazione di ridurre e mutilare: la icona del Figlio di Dio in mezzo a due ladroni.

Ci infastidiscono quei due ladroni, noi li metteremmo volentieri da parte. La gente che passava di lì, infatti, avrà detto: “ne hanno presi tre, meno male…”

Accanto alla croce non ci sono ne angioletti, né figure di fondatori, come vediamo nei nostri quadri. Niente di tutto questo. Due ladroni e, in mezzo, il Crocifisso.

Il Risorto, verità della croce

Ogni volta che Gesù ha parlato della sua passione ha sempre accennato anche alla sua risurrezione. Ma anche l’angelo che annuncia alle donne la risurrezione ricorda nel contempo la passione: “Non abbiate paura! Voi cercate il Nazareno, il Crocifisso. È risorto, non è qui” (Mc 16,6)

La risurrezione è un giudizio di Dio che capovolge le valutazioni degli uomini e nel quale noi possiamo scorgere almeno due significati.

a) Dio ha fatto risorgere proprio colui che gli uomini, a nome suo, hanno crocifisso. Dunque Gesù aveva ragione. La risurrezione è la verità del Crocifisso.

Insistendo sulla realtà della risurrezione (risurrezione del corpo e non solo dello spirito) il Nuovo Testamento intende non soltanto ribadire la realtà storica della risurrezione di Gesù, ma anche aprirci a una grande e concreta speranza, una speranza religiosa, perché ha il suo fondamento in Dio, nell’amore di Dio. Dio è fedele ed è il Vivente: ha creato tutto per la vita, non per la morte. L’Amore che è sembrato sconfitto sulla croce, in realtà, nel Risorto, è vittorioso.

b) La risurrezione di Gesù, verità della scelta della croce, è anche la verità dell’uomo. E questo perché la croce non appartiene soltanto al cammino di Gesù, ma è anche, in senso molto reale, il simbolo della vita in generale, della nostra vita incamminata (sembra) verso la morte, sconfitta di fronte al peccato e alla violenza. E’ la risurrezione che permette di fare di questa vita – in apparenza segnata dalla vanità e dal peccato – una diversa lettura.

Molte sono le esperienze che possono indurre l’uomo a perdere il senso dell’esistenza e smarrirsi. L’esperienza, ad esempio, di una vita che promette e non mantiene, l’esperienza della vanità e della stoltezza, del peccato e della violenza. Il mondo nuovo anziché avvicinarsi sembra allontanarsi, e la storia continua ad essere in mano ai potenti e ai prepotenti…

Ebbene, queste riflessioni ci portano ai piedi della croce, cioè al momento in cui (nella vita di Gesù e nella nostra) l’amore sembra sconfitto dal peccato, la verità dalla menzogna, la vita dalla morte, la promessa di Dio dal suo apparente abbandono.

Ma dopo la croce c’è la risurrezione.

E la risurrezione di Gesù mostra che il muro della vanità si è infranto. Naturalmente, non ogni vita infrange il muro della vanità, del non senso, ma solo quella che ripercorre il passaggio aperto da Gesù: la via dell’amore, della dedizione e della obbedienza a Dio.

L’uomo trova la sua verità. L’uomo che si apre alla fede nella risurrezione, vive la gioia di un’esistenza che ha trovato finalmente il suo fondamento e la sua ragione: quella in cui l’amore, che appare inutile, è invece la realtà che vince, perché fondata sulla fedeltà dell’amore di Dio.

© Conferenza tenuta a Como in occasione di un corso di formazione teologica: da Testimoni 7 (2008) 23-27.






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