Quella volta che Dio prese il posto del re
Un’interpretazione dello “Shema’ Yisrael” in un saggio di Loretz Oswald di Marilena Amerise
Il brano di Deuteronomio, 6, 4b, (“Ascolta, Israele! Il Signore è il nostro Dio, il Signore è uno solo”), professione di fede ebraica nel Dio di Israele uno e unico, è fondamentale non solo per l’ebraismo, ma anche per il cristianesimo e l’islam. Questo versetto è stato oggetto di perenne confronto tra le religioni e proprio alla storia dell’interpretazione dello Shema’ Yisra’el è dedicato il libro di Loretz Oswald, L’unicità di Dio. Un modello argomentativo orientale per l’”Ascolta, Israele!” (Brescia, Paideia, Studi Biblici, 154, 2007). L’autore – docente emerito di Antico Testamento presso l’università di Münster – non ha bisogno di presentazioni: sono noti i suoi numerosi studi dedicati soprattutto al rapporto tra Ugarit e gli scritti della Bibbia ebraica; in lingua italiana sono conosciute le sue pubblicazioni La verità della Bibbia. Pensiero semitico e cultura greca (Dehoniane, Bologna, 1970) e, soprattutto, Creazione e mito. Uomo e mondo secondo i capitoli iniziali della Genesi (Paideia, Brescia, 1974).
Il volume di Loretz, che rappresenta la traduzione italiana del testo tedesco pubblicato nel 1997 (titolo originale: Des Gottes Einzigkeit. Ein altorientalisches Argumentationsmodell zum “Schma Jisrael”, Wissenschaftliche Buchgesellschaft, Darmstadt) affronta l’argomento in una prospettiva originale: egli non considera infatti le dispute sul modo corretto di intendere l’unicità di Dio nelle religioni monoteistiche, ma esamina fino a che punto la dottrina biblica dell’unicità abbia antecedenti nel Vicino Oriente e nella Siria. Rispondendo a tale questione, in realtà l’autore riesce a raggiungere una più approfondita comprensione delle interpretazioni dell’unicità di Dio ebraiche, cristiane e musulmane. L’opera, suddivisa in quattordici capitoli, coglie nei testi ugaritici gli antecedenti formali preisraelitici. I testi ugaritici, secondo l’autore, documentano che in Deuteronomio 6, 4b “sopravvivono sia un modello argomentativo sia un teologumeno dei miti siro-cananei antichi che, attraverso un lungo processo, sono stati trasferiti nel culto di Israele”.La novità introdotta da Deuteronomio, 6, 4 è che il popolo non si distingue più per il suo re, ma per il suo Dio: nell’antico ambito orientale non è possibile riscontrare alcun parallelo di tale nuovo rapporto tra popolo e Dio.Loretz, partendo da questo dato, polemizza contro il concetto di monoteismo nel senso moderno del termine, in quanto esso conduce a non comprendere le affermazioni bibliche e lo sviluppo storico di tale concetto in Israele.L’autore dimostra infatti – ed è questa la conclusione maggiormente pregnante del volume – che “secondo la visione biblica non c’è un monoteismo semitico originario, bensì un unico Dio, Jahvé, collegato con la storia di Israele”. Il concetto di monoteismo biblico si può comprendere proprio alla luce di Deuteronomio, 6, 4b che stabilisce un rapporto tra il popolo e Dio: non risulta dal fatto che ci sia un singolo Dio al di sopra degli altri, ma dal fatto che ci sia un popolo eletto.Questo concetto spiega ciò che nella prospettiva del monoteismo moderno risulta contraddittorio e sconcertante: in molti passi degli scritti biblici, accanto a Jahvé, si parla anche di altri dèi. L’autore sottolinea che solo su un piano argomentativo più avanzato – come ad esempio nel Deutero-Isaia – si trova l’affermazione che accanto al Dio uno e unico non esiste alcun altro essere dello stesso rango.Loretz (p. 104) afferma che “la professione di fede di Deuteronomio, 6, 4b, dal giudaismo post-esilico fu intesa “monoteisticamente” solo in modo relativo, senza che fosse necessaria quindi una completa rottura con l’antica tradizione politeistica siro-israelitica. Lo Shema’ piuttosto porta a compimento il tema dell’unità di un Dio, già trattato nel mito di Baal, descrivendo con l’aiuto di questo tòpos mitico e teologico il rapporto, maturato nella storia, tra Jahvé e il suo popolo”.Il teologo dimostra quindi che il problema di conciliare la concezione tradizionale di Dio con quella universalistica viene risolto nel Deuteronomio, in quanto in esso, le due affermazioni, l’unicità di Jahvé e l’elezione di Israele, sono indissolubilmente unite. È quindi evidente che si può parlare dell’elezione di Israele tra tutti i popoli solo là dove si riconosce e si sostiene che Jahvé è il solo e unico Dio.Lo studioso pertanto conclude che l’essenza dell’ebraismo non si lascia definire solo dal monoteismo. Con la promozione del monoteismo a determinante dell’essenza dell’ebraismo viene applicato alla religione biblica un criterio esterno, quello del razionalismo deistico e teista.Il particolare interesse di questo testo, non solo per gli studiosi di Sacra Scrittura ma anche per chi si occupa di filosofia e di teologia, viene dal ricco percorso argomentativo attraverso il quale l’autore pone a confronto la comprensione biblica del tema dell’unicità di Dio con i modelli argomentativi, letterari e linguistici mediante i quali nelle culture del Medio Oriente antico si indicava l’unicità di questo o di quel dio, soffermandosi particolarmente su come veniva sostenuta nei testi ugaritici coevi l’unicità di Baal, il dio della tempesta dell’antica regione siro-palestinese.L’OSSERVATORE ROMANO Edizione quotidiana 3 agosto 2008
















