Quando il deserto fiorisce
Non è semplice vedere un fiore nel deserto. La terra arida, polverosa e secca, quasi ostile per l’uomo, si riflette nell’assenza di una vegetazione florida, di un’ombra sotto cui ristorarsi. La luce è accecante, le rare gocce d’acqua stagnanti o in corsa sono un miracolo nel silenzio di un paesaggio pressoché sterile. L’uomo resiste all’idea del deserto; troppo inospitale per viverci, sfondo apocalittico e simbolico per morire. Vivere l’esperienza del deserto significa anche morire.
Diciannove persone, a poche ore dall’imbarco a Milano, Bologna e Roma sono arrivate a Tel Aviv. Sarebbero potute procedere verso nord, in Galilea o sprofondare nei frammenti di Gerusalemme. Davanti l’orizzonte, a fianco le colline riarse di una terra inospitale, mentre sul pulmino con una disposizione del tutto casuale e sopraffatti da un mancato bagagliaio, stavano già procedendo a sud. Destinazione: deserto del Neghev. I 19 erano già in viaggio, insieme, senza conoscere nulla gli uni degli altri e forse anche della terra in cui stavano. A quel punto erano solo volti sconosciuti, le storie di ognuno appese all’interpretazione graduale dei gesti più impercettibili; avventori fortunati in un viaggio che li avrebbe portati a plasmare un deserto dentro di sè per gustare le rare bellezze vive della terra brulla.
Alla ricerca di spiritualità
Difficile trovare una ragione comune che spiegasse il loro viaggio; per alcuni era la ricerca in loco della storia di Dio, dall’Antico al Nuovo Testamento. Alcuni volevano assaporare gli odori e immergersi nella Parola; altri volevano saperne di più di Israele, di quel lembo di terra dilaniato da lotte fratricide, dove i destini di Ebrei, Cristiani e Musulmani si incrociano. Altri, infine, avevano semplicemente scelto una vacanza, lontani dalla stanchezza del lavoro e della relazioni umane che già conoscevano. A dire il vero, non era la fede in Cristo ciò che li accomunava, ma una ricerca volenterosa e impegnata della propria spiritualità.
Il primo giorno sono arrivati del deserto del Neghev. Hanno sfiorato Beersheva da lontano e scaricato le valigie al kibbutz, Mashabei Sadeh. Cassa comune, aspettative, sistemazione nelle camere e l’enigma del pranzo del giorno dopo sono stati i primi passi da affrontare insieme. La preghiera della prima sera, spontanea e informale, era per tutti il collante in un’esperienza breve che li avrebbe fatti sentire uniti fra loro, in comunione più di quanto potessero immaginare. I corpi erano già avvolti da un calore secco, ficcante, lo stesso che hanno ritrovato nella pienezza del giorno, dall’alba, sul Maktesh Ramon. Da lì è iniziata la scoperta del deserto.
La creazione silenziosa, primordiale, che potevano contemplare da quel luogo si rispecchiava nell’essenza dei passi della Genesi che annunciano la nascita dell’uomo: “Quando il Signore Dio fece la terra e il cielo, nessun cespuglio campestre era sulla terra, nessuna erba campestre era spuntata – perchè il Signore Dio non aveva fatto piovere sulla terra e nessuno lavorava il suolo e faceva salire dalla terra l’acqua dei canali per irrigare tutto il suolo-; allora il Signore Dio plasmò l’uomo con polvere del suolo e soffiò nelle sue radici un alito di vita e l’uomo divenne un essere vivente” (Gen 2,4b-7)
Guardare il deserto amare il proprio vissuto
In un silenzio di essenziale sobrietà della natura ascoltavano la Parola, perfetta e accurata nella descrizione del paesaggio in cui stavano, mentre alle loro spalle, una famiglia di ebrei ortodossi pregava quel Dio dell’Antico Testamento e la madre, giovane, esprimeva col corpo una preghiera quasi danzante. Avevano davanti agli occhi e nella memoria della Parola l’origine di sè e del mondo, la stessa che ricorre nel Corano, dove Adamo (Alaihi Salam) anche per i musulmani nasce da argilla e fango.
Quei pellegrini, aiutati dall’immaginazione, rivisitavano la disperazione di Agar, cacciata da Abramo con il figlio Ismaele. E a partire dal sudore che ricopriva il corpo, iniziarono a comprendere il valore del deserto. Avanzavano e si accorgevano passo dopo passo che quella terra non era così desolata; ogni rivolo d’acqua portava il sapore di uno spiraglio di vita, ogni cespuglio era il segno di una speranza. La promessa di Dio di fare nascere i fiori nel deserto è sorretta dalla tenacia dei suoi abitanti, da Ben Gurion che ne fece una missione e da quel gruppo di giovani che, a quanto dicevano, si sentivano in grado di osservare con uno sguardo nuovo i gesti, rari o quotidiani che fossero; volevano impegnarsi, fin dai giorni del Neghev, a custodire ogni segnale, ad avere cura della bellezza come il Piccolo principe per la Rosa. E’ dal deserto che è nato il viaggio; dagli struzzi e dagli onagri che si riparavano sotto l’ombra, dal pervasivo senso di Provvidenza che avvolgeva le creature, come Gesù ricorda nel Vangelo di Matteo:
“Perciò vi dico: per la vostra vita non affannatevi di quello che mangerete o berrete, e neanche per il vostro corpo, di quello che indosserete; la vita forse non vale più del cibo e il corpo più del vestito?Guardate gli uccelli del cielo: non seminano, né mietono, né ammassano nei granai; eppure il Padre vostro celeste li nutre. Non contate voi forse più di loro? E chi di voi, per quanto si dia da fare, può aggiungere un’ora sola alla sua vita? E perché vi affannate per il vestito? Osservate come crescono i gigli del campo: non lavorano e non filano. Eppure io vi dico che neanche Salomone, con tutta la sua gloria, vestiva come uno di loro. Ora se Dio veste così l’erba del campo, che oggi c’è e domani verrà gettata nel forno, non farà assai più per voi, gente di poca fede? Non affannatevi dunque dicendo: Che cosa mangeremo? Che cosa berremo? Che cosa indosseremo? Di tutte queste cose si preoccupano i pagani; il Padre vostro celeste infatti sa che ne avete bisogno”.
Fra caos canto e sorpresa il si a Dio e alla vita
I 19 si sentivano smarriti nell’immensità del deserto, impotenti e piccoli come Stephen fra le pieghe delle colline di Sodoma, bianchissima, dove il Dio potente dell’Antico Testamento punì gli uomini che osarono violare l’ospitalità; erano impegnati a osservare e a farsi condurre da Halil e da Sergio in una terra sconosciuta, nella Israele tanto bramata che riproduce conflitti primordiali in nome di Dio. In una Gerusalemme separata dalla fede, dove la devozione si trasforma nel canto del muezzin, nelle preghiere teatrali del muro occidentale (HaKotel) e nel percorso della Passione di Cristo, fra il Getsemani e il caos del Santo Sepolcro, dove copti, cattolici e ortodossi pregano lo stesso Dio con parole e litanie diverse.
Erano sorpresi del teatro subacqueo del Mar Rosso e divertiti dalla perfetta geometria dei fondali di sale nel Mar Morto. A Betlemme hanno visto, con il cuore, gli occhi e la mente la disperazione delle case abbandonate, i murales di Bansky e quella colomba disegnata sul muro con le ali spiegate, un ramoscello d’ulivo nel becco e un giubbotto antiproiettile. Una partita di calcio con i ragazzi di Betlemme, nella piazza che separava la Basilica della Natività dalla Moschea, è valsa più delle differenze, tra Facebook, scambi di indirizzi e mail e foto con il cellulare, e lì i 19, ascoltando Valentina, hanno capito che ricreare un microcosmo di pace non è un sogno impossibile. Dall’Herodium hanno contemplato, sinceri, la solitudine di Gesù nei 40 giorni nel deserto; a Nazareth si sono sentiti fortunati perché avere goduto della solitudine durante la celebrazione nella Grotta dell’Annunciazione. Poi nel Golan, alle sorgenti del Giordano con i soldati israeliani, dove, a ridosso del fiume non è raro calpestare le munizioni.
A colazione e a cena si sono scambiati risate e imbarazzati silenzi, negli stessi momenti in cui pensavano a un dono per Sergio, Andherson, Mauro, Lorenzo, Stephen e Marfi (omaggiato della stola più inutile dalla sua ordinazione). Solo alcuni frammenti per ricordarli in Israele: Vincenzo ha ricevuto il segno che tanto aspettava, Carla rimarrà con il desiderio di un trekking nel deserto, Rosella e Stefania hanno vergato per prime il temuto diario di bordo, Elena ci ha deliziato con la lettura della Sura e con la sua voce; Valentina ringrazierà sempre Sergio per non averla portata nei centri commerciali, Filippo continuerà a mediare per far(mi) comprendere le difficoltà dei sionisti, Damiano ha trasmesso la sua passione per il nuoto, Michele discuteva di odori e sapori che non conoscevamo in Italia, Daniele ci ha reso partecipi del suo senso del viaggio nell’ultima condivisione e Andrea lo ricorderemo per aver parlato in pugliese con i ragazzi arabi di Betlemme (durante la celebre partita di calcio).
Eppure, con il passare dei giorni, era diventata la Messa il momento più alto di condivisione. Sia per chi aveva trovato per caso il viaggio su Internet sia per chi, fin da subito, ha camminato con la Bibbia in mano. La percezione di unità del segno della pace e le celebrazioni improvvisate a En Gedi su un altare di zaini hanno scavato a fondo, tracciato sentieri nuovi e portato a Milano, Bologna e Roma quel deserto che, come sperava Ben Gurion, fiorisce con fatica giorno per giorno: “Ma infine in noi sarà infuso uno spirito dall’alto; allora il deserto diventerà un giardino e il giardino sarà considerato una selva. Nel deserto prenderà dimora il diritto e la giustizia regnerà nel giardino. Effetto della giustizia sarà la pace, frutto del diritto una perenne sicurezza. Il mio popolo abiterà in una dimora di pace, in abitazioni tranquille, in luoghi sicuri, anche se la selva cadrà e la città sarà sprofondata. Beati voi! Seminerete in riva a tutti i ruscelli e lascerete in libertà buoi e asini” (Isaia, 32, 15-20)






















