Gerusalemme «quinto Vangelo»

La Terra Santa come “quinto Vangelo”, il dramma delle vittime della pulizia etnica in Bosnia ed Erzegovina, la tragedia del Myanmar, i martiri lettoni del ventesimo secolo, l’allarme per la grande diffusione di interpretazioni new age della Bibbia, che offrono “acqua avvelenata a chi ha sete di Dio”: ecco alcuni temi trattati durante l’ottava congregazione, svoltasi nella mattina di venerdì 10 ottobre, alla presenza del Papa e di 237 padri sinodali, e moderata dal cardinale Pell, presidente delegato di turno.
Della Città Santa come quinto Vangelo ha parlato Fouad Twal, Patriarca di Gerusalemme dei Latini: ci sono “pietre che parlano” della vita di Gesù, dunque della nostra fede. Una “presenza” che è confermata dall’opera di tanti istituti biblici. “Purtroppo – ha aggiunto – oggi la terra di Gesù è afflitta dalla piaga dell’emigrazione dei cristiani, di fatto allontanati dalla perdurante situazione di violenza”.
Le difficoltà quotidiane dei cristiani sono state denunciate anche dal cardinale Vinko Puljic, arcivescovo di Sarajevo. Ha raccontato le drammatiche conseguenze della pulizia etnica tra i suoi fedeli: più della metà sono stati costretti ad abbandonare le parrocchie e sradicati dalla loro terra e dunque a rischio di perdere anche le loro radici cristiane. La Chiesa ha risposto all’emergenza nella persecuzione con la diffusione di migliaia di copie della Bibbia, curandone capillarmente una sorta di distribuzione itinerante. Sino a ora è stato possibile stampare oltre quindicimila copie. Ma proprio la persecuzione spesso rende più viva e consapevole la fede: lo ha ribadito Ján Babjak, arcivescovo slovacco di rito orientale, spiegando che il potere totalitario comunista ha cercato di annientare la Chiesa cattolica, ma questo odio “ha dato nuovo slancio alle vocazioni e Dio ha concesso nuove grazie”. È questa anche l’esperienza vissuta in Lettonia, presentata dal vescovo Antons Justs. Il regime sovietico era certo che vietando la diffusione dei testi sacri avrebbe inesorabilmente eliminato anche la religione. Ma ha trovato l’opposizione della gente comune, non solo di vescovi e sacerdoti. Monsignor Justs ha raccontato storie eroiche: preti e laici, praticamente sono state colpite tutte le famiglie cristiane, uccisi e deportati in Siberia perché sorpresi con il vangelo in mano.
Profonda impressione ha suscitato anche il racconto di come la Chiesa in Myanmar abbia dato tutta se stessa nell’opera di carità per assistere i due milioni di rifugiati dopo la grave catastrofe naturale. “Abbiamo perso tutto ma non la speranza che abbiamo distribuito a piene mani” ha detto l’arcivescovo Bo. In quei drammatici momenti la Parola di Dio è stata l’anima di tutto il popolo del Myanmar, indipendentemente dalla fede religiosa.
Parola di Dio e poveri: la questione della centralità dell’amore per gli ultimi, “stando con loro si conoscono meglio le Scritture”, è stata riaffermata anche da monsignor Vincenzo Paglia che ha poi chiesto al Sinodo di suggerire l’omelia anche per le messe quotidiane e di fare un appello perché ogni persona abbia una sua copia personale della Bibbia. La parola di Dio come fonte di vero ecumenismo, perché porta “a un incontro reale con Cristo”, è stato uno dei temi dell’intervento dell’arcivescovo della Madre di Dio a Mosca, monsignor Paolo Pezzi.
Un argomento di particolare attualità è stato affrontato da Victor Hugo Palma Paúl, vescovo guatemalteco, il quale ha notato come proprio la confidenza con i luoghi dove è nato e vissuto Gesù, potrebbe rivelarsi ottimo antidoto alla molteplicità di interpretazioni create dalla “mercatotecnica new age”, per disorientare e confondere i fedeli con un nuovo agnosticismo che invita alla “reinvenzione di se stessi” facendo perdere la dimensione escatologica della vita.
Tra le proposte ricorrenti presentate durante la settima congregazione generale – svoltasi giovedì pomeriggio alla presenza del Papa – la traduzione della Parola di Dio in tutte le lingue del mondo, anche in quelle locali, per raggiungere il maggior numero di persone possibile. Nei trentatré interventi complessivi più volte è stata manifestata questa esigenza. Ai lavori hanno partecipato 238 padri sinodali, presidente delegato di turno il cardinale Levada. In questo senso una significativa iniziativa è stata promossa dalla Conferenza episcopale ungherese: la pubblicazione per la prima volta della Bibbia integrale in lingua rom. Per il metodo da seguire nelle traduzioni dei testi è stata proposta la creazione di un team di esperti a Roma, con sede presso il Biblico. Altra preoccupazione sottolineata è stata quella di invitare a tenere omelie comprensibili da tutti.
È stata inoltre nuovamente denunciata la gravità della situazione in India: la questione delle sette e degli integralisti è una sfida che interpella la Chiesa. Ci sono alcuni – ha detto un vescovo indiano – che stanno cercando di bloccare l’interpretazione corretta della Bibbia e di ostacolare il dialogo tra le culture. Da qui l’urgenza di predicare la Parola di Dio in spirito di tolleranza facendo leva sui valori tradizionali del popolo.
Negli interventi preordinati di giovedì pomeriggio, i padri sinodali, tra gli altri argomenti, hanno posto particolarmente l’accento sul dialogo ecumenico. Il delegato dei Discepoli di Cristo, il reverendo Robert Welsh, ha voluto, infatti, ancora una volta sottolineare il fatto che “l’unità dei cristiani sta nel cuore del messaggio evangelico”. Il rappresentante della Federazione Mondiale Luterana, il vescovo Gunnar Stålsett, ha invece posto l’accento sul fatto che “il dialogo cattolici-luterani ha contribuito al tema del Sinodo con questioni centrali quali la dottrina della giustificazione, il ruolo del ministero ordinato e la natura della chiesa”.
I lavori sono proseguiti venerdì pomeriggio. Il cardinale Angelo Scola, Patriarca di Venezia, ha tenuto una relazione sulla recezione dell’Esortazione apostolica post-sinodale Sacramentum caritatis.
(©L’Osservatore Romano – 11 ottobre 2008)





































