Obama-Livni: “Israele sogna la pace con i palestinesi”
di Adriano Cirillo
L’elezione del 4 novembre 2008 segna il nuovo corso della politica non solo americana ma mondiale. In Europa si pensa all’economia, in Russia si pensa alla distensione dopo la guerra di Georgia e prima della crisi in Crimea e in Medio Oriente si pensa alla pace.
La stabilizzazione dello scacchiere mediorientale risulta fra i primi obiettivi nell’agenda internazionale del neo presidente Barack Obama. L’aria del rinnovamento soffia intanto anche in Israele: a Gerusalemme, con il 52% dei voti, il laico 49enne Nir Barkat diviene sindaco della Città santa sconfiggendo l’ultraortodosso Meir Porush (che ha avuto il 43% delle preferenze). Tale affermazione rilancia l’economia della città in nome del rispetto dei diritti per tutti compresi i palestinesi dei quartieri arabi della città. Un rilancio nel segno dell’unità della città ma che renda però vivibile ed economicamente florida anche le aree a concentrazione araba. Un messaggio distensivo che sembrerebbe inaugurare una nuova politica anche con i rapporti con gli arabi della città.
E se a Gerusalemme succede un laico all’ultraortodosso Uri Lupoliansky che era in carica dal 2003, anche le elezioni parlamentari del 10 febbraio 2009, secondo gli analisti, potrebbero portare la vittoria del movimento Kadima guidato da Tzipora Livni. Un credo politico della nuova Golda Meir che vede nel compromesso territoriale con i palestinesi un fattore di controllo delle derive fondamentaliste ultraortodosse all’interno e di sicurezza esterna per lo Stato di Israele.
Kadima riscopre Camp David e le promesse elettorali vanno nella direzione di riuscire dove il progetto del 2000 avallato dal presidente Bill Clinton si arenò drasticamente, consegnando il territorio della Cisgiordania alla 2a intifada. Kadima sembrerebbe porre le condizioni in campagna elettorale. E le pone dando risposta al senso di insofferenza della maggior parte della società civile israeliana: così si spiega il ritorno al processo di pace nel solco di Sharon; il ritiro unilaterale dai territori ma “bilanciato” dai criteri etnici e di rispetto per la conservazione in futuro di una consistente maggioranza ebraica nello stato di Israele operando swap lungo un tratto della “linea verde” e conservando i blocchi di colonie dove risiede il 74% dei coloni ebrei nella West Bank, che farebbero variare la percentuale ebraica in Israele dal 76% di oggi a quasi l’81% dopo la definizione dei confini con lo stato palestinese. Una soluzione non distante in fondo da quanto perseguito dalla destra, ma figlia comunque di un desiderio di pacificazione con il popolo palestinese, in guerra oramai da oltre sessant’anni.
Ebbene la candidata Livni con Kadima che balza nei sondaggi fino a pareggiare il Likud potrebbe rispettare le attese delle cancellerie di mezzo mondo ponendo le condizioni definitive per Israele nel trattato di pace; questi stessi orientamenti porrebbero l’establishment palestinese ad un fatto compiuto difficile da rifiutare.
I diversi punti su cui poi la diplomazia mondiale porrebbe il proprio assenso sono :
- Il rispetto della continuità territoriale in Cisgiordania e i collegamenti con Gaza
- Uno Stato palestinese demilitarizzato e democratico
- La rinuncia del ritorno dei profughi nel territorio israeliano ma possibilità di rientro nel nuovo stato di Palestina
- Collegamento stradale della Palestina con la Giordania attraverso la valle del Giordano annessa da Israele
- Swap territoriali : Israele annette i territori entro il muro e valle del Giordano, Palestina annette parti del cosiddetto Triangolo a nord ovest della Cisgiordania, annessione di una striscia florida in parte, desertica e semidesertica in prosecuzione della striscia di Gaza
- Hebron “h2″ enclave Israeliana (ipotesi in quanto oggi con le vicine colonie conta 10000 presenze ebraiche e 20000 abitanti arabi)
- Gerusalemme capitale di Israele o ipotesi da considerare attraverso negoziati diretti.
La politica mediorientale potrebbe pertanto avere dei grossi sviluppi positivi di qui a pochi anni: la creazione dello stato Palestinese, la pacificazione dell’Irak, la stabilizzazione dei rapporti con l’Iran, l’entrata nella U.E. della Turchia e di Cipro Nord (con la riunificazione con la parte greca). Israele trarrebbe indubbi vantaggi anche in vista del rispetto dell’integrità territoriale successivo al trattato di pace con l’Autorità Palestinese. Si aprirebbe un’era di pace e prosperità per l’intero Medio Oriente che aprirebbe spiragli per le sospirate riforme delle quali si parla da decenni nel mondo arabo.
Resta lo spettro del terrorismo internazionale di Al Qaeda. Ma a distanza di sette anni dall’11 settembre tutto il mondo ha desiderio di profondi cambiamenti, epocali che rendano il vivere più sereno dove gli Stati Uniti e Israele paesi chiave per la soluzione dei problemi mediorientali saranno nuovamente attori principali. In attesa che le aspettative divengano fatti compiuti il mondo assiste al cambiamento americano targato Barack Obama.







































