Conosciamo Paolo, l’Apostolo delle genti
Saulo ha avuto la sua vita felicemente spezzata in due parti dall’”incontro” del tutto inatteso con Gesù, avvenuto mentre andava da Gerusalemme a Damasco per perseguitare anche là i cristiani che vi si trovavano (Atti c. 9). Si trattava evidentemente di ebrei che credevano in Gesù. Nelle vicinanze di Damasco una luce abbagliante lo acceca; egli cade a terra e una voce lo interpella: «Saulo, Saulo, perché mi perseguiti?». Egli risponde: «Chi sei, tu Signore?». E la voce: «Io sono il Gesù che tu perseguiti. Va’ in città e ti sarà detto ciò che devi fare».
Un cristiano di nome Anania lo va a trovare su ordine di Gesù, lo guarisce dalla cecità che lo aveva colpito e lo battezza. Saulo dopo pochi giorni, con stupore di tutti, comincia a predicare nelle sinagoghe di Damasco che Gesù di Nazaret è il Messia, il Figlio di Dio (Atti 9,20).
TESTIMONE DELLA FEDE PRIMITIVA
SENTIAMO nominare san Paolo spesso nella Messa alla domenica, quando la seconda lettura viene presa dalle sue lettere. Ma quanti di noi hanno letto una lettera di Paolo? È vero che qualche brano è difficile da capire e ci sono varie cose legate al tempo di Paolo che devono essere spiegate in un commento.
Eppure queste lettere erano inviate da Paolo ai suoi fedeli convertiti da poco tempo, tra i quali c’erano degli analfabeti. Certo, bisogna porsi in atteggiamento di fede e di preghiera, perché queste lettere sono parola di Dio e stanno alla base della nostra fede cristiana. Sono state scritte prima che fossero scritti i vangeli e ci riportano formule di fede precedenti alla conversione di Paolo, dato che egli scrive chiaramente: «Vi trasmetto quello che anch’io ho ricevuto», parlando dell’istituzione dell’Eucaristia (1Cor 11,23-26) e di come era ricordata la morte e risurrezione di Gesù (1Cor 15,3-5).
Paolo ha ricevuto l’istruzione sulla fede cristiana evidentemente al tempo della sua conversione avvenuta verso la metà degli anni 30, quando Gesù era scomparso da pochissimo tempo (5/6 anni) e le prime comunità fondate dagli apostoli erano ancora istruite e guidate da loro.
LA LUCE DOPO LA CECITÀ
PAOLO sulla via di Damasco ha sperimentato la potenza di Cristo che lo ha atterrato e accecato, ma anche l’attrazione irresistibile di Gesù che diventerà il centro della sua vita ormai tutta dedicata a lui e alla missione affidatagli.
Alla luce di Cristo egli ha compreso la falsità della situazione in cui viveva, sia per la pretesa, tipica del fariseo, di crearsi un diritto alla salvezza dinanzi a Dio con la sua pratica della legge, sia per l’ostilità verso Gesù e i suoi seguaci, giudicati trasgressori della legge e traditori della religione dei padri.
E sempre alla luce del Risorto, Paolo comprese che Dio aveva posto la sua compiacenza nella persona, nella parola e nell’opera di Gesù: egli era veramente il Messia, il Cristo, e le sue parole erano veramente Vangelo, cioè “la buona notizia” della salvezza di Dio per Israele e il mondo intero.
In lui si erano compiute le profezie sul “Servo del Signore” che per compiere la sua missione avrebbe sofferto fino alla morte, ma che sarebbe stato glorificato da Dio e avrebbe portato la salvezza a Israele e al mondo (Cfr Is 53). D’ora in poi Paolo vedrà solo Cristo nella sua vita e potrà dire: «Non sono più io che vivo, è Cristo che vive in me» (Gal 2,20).
UNA “CONVERSIONE CONTINUA”
PARLANDO dell’evento di Damasco non si dovrebbe parlare di “conversione”; Paolo parla di “rivelazione” e di “missione”: «Quando (a Dio) piacque di rivelare in me suo Figlio affinché io lo annunciassi alle genti…» (Gal 1,15-16). Paolo infatti non cambiò religione, né si convertì da una vita di peccatore.
Egli accolse Gesù di Nazaret come Cristo, il Figlio di Dio, morto e risorto per la salvezza d’Israele e di tutta l’umanità. Però il Signore gli chiese altre “conversioni”. Egli dovette convertirsi “ai progetti di Dio”, abbandonando i suoi: Paolo pensava di svolgere la sua missione, cominciando subito da Damasco, dove Gesù gli si era rivelato; ma gli fu rifiutato e altrettanto avverrà a Gerusalemme.
Nel 2° viaggio missionario voleva fermarsi ancora in Asia Minore, ma lo Spirito di Gesù glielo impedì (At 16,6-7), e lo chiamò in Macedonia.
La “conversione ai tempi di Dio” impose a Paolo un’attesa di anni, estenuante per un tipo come lui che voleva gettarsi con foga nella missione, come era stato focoso nella persecuzione.
La “conversione ai modi di Dio” che alternava fallimenti e successi nella missione, in modo a volte incomprensibile… Ma Paolo si era abbandonato tutto alla volontà di Dio.
UN QUADRO GENERALE DELLA SUA VITA
DOVENDO parlare spesso di Paolo, sembra opportuno offrire i dati essenziali della sua vita apostolica dopo la conversione, tenendo presente che le date sono incerte. I tentativi di annunciare Gesù come il vero Messia e salvatore, a Damasco e a Gerusalemme hanno scarsi risultati, anzi suscitano rifiuti e ostilità, e Paolo si ritira a Tarso in attesa dei “tempi di Dio” che arrivano quando Barnaba, verso il 43-44, va a cercarlo e lo conduce ad Antiochia di Siria per animare quella comunità.
Da qui egli parte per i suoi viaggi missionari. Nel 45-48 percorre Cipro e l’Asia minore e ad Antiochia di Pisidia, Iconio, Listri, Derbe si formano delle comunità. Nel 49 partecipa al Concilio di Gerusalemme. Nel 50-52 giunto in Macedonia fonda le comunità di Filippi, Tessalonica, Berea e poi, nella Grecia, la comunità di Corinto.
Nel 54-57 dà vita alla comunità di Efeso, mantenendo rapporti con le altre comunità, di persona o per lettera. Nel 58 va a Gerusalemme dove viene arrestato e poi trasferito a Cesarea. Qui si appella al tribunale imperiale, come cittadino romano, ed è inviato a Roma nel 61, dove trascorre due anni, agli arresti domiciliari, in attesa di giudizio.
Probabilmente fu prosciolto e tornò a visitare le sue comunità. Di nuovo arrestato, fu ricondotto a Roma dove subì il martirio nel 67, durante la persecuzione di Nerone, nel luogo detto oggi: Le tre Fontane, perché secondo la tradizione, la testa spiccata dal busto rimbalzò tre volte sul terreno provocando tre getti d’acqua.
PRIMO VIAGGIO MISSIONARIO
TRASCORSO un anno ad Antiochia, suona l’ora di Dio per le grandi missioni di Paolo. La comunità prega per i missionari Barnaba, Saulo e il giovane Marco che si dirigono direttamente alla vicina isola di Cipro, patria di Barnaba, e la percorrono annunciando Gesù. Il proconsole Sergio Paolo, <<uomo intelligente, desideroso di ascoltare la parola di Dio>> (At 13,7), li ascolta e accoglie il “vangelo di Gesù”.
Da allora Saulo cambia il nome in quello di Paolo. Da Cipro i missionari sbarcano sulle coste dell’Asia Minore e si fermano ad Antiochia di Pisidia, città con una buona comunità giudaica.
Il racconto prosegue con la missione verso altre località dell’interno (Iconio, Listra, Derbe) con avventure e disavventure. Poi dal porto di Perge si imbarcano per Antiochia di Siria, da dove erano partiti. Questa prima missione raccontata in Atti cc. 13-14, si svolse tra gli anni 46-48.
SECONDO VIAGGIO MISSIONARIO
Nei primi decenni della Chiesa era viva la questione se imporre ai convertiti dal paganesimo la legge giudaica. Paolo e Barnaba vanno a Gerusalemme (siamo nell’anno 49) e narrano che la loro missione ha ottenuto la conversione di tanti pagani. In un’assemblea Pietro, d’accordo con Paolo e ricordando la sua esperienza (At c. 10), afferma che Dio salva chiunque crede in Gesù e accoglie il vangelo (At 15,5-29).
Paolo, ritornato ad Antiochia, riparte con un altro amico, Sila o Silvano, per visitare le comunità fondate nel primo viaggio. Ripassando da Listra incontra il giovane Timoteo che lo segue e diventerà il suo discepolo più caro e fidato. Paolo ha i suoi progetti, ma il Signore dispone diversamente (At 16,6-7) e così va in Macedonia dove fonda le comunità di Filippi e Tessalonica.
Passa poi in Grecia e dopo un insuccesso ad Atene, si ferma a Corinto 18 mesi, e fonda la più vivace delle sue comunità. Lì viene condotto dinanzi al proconsole romano Gallione; ma l’accusa era inconsistente. La notizia però è importante poiché sappiamo che Gallione era in carica a Corinto negli anni 51-52. È questa pertanto l’unica data sicura della vita di Paolo.
Paolo voleva approfittare per parlare nel teatro, ma fu consigliato a non esporsi a una folla inferocita e poco dopo partì da Efeso per visitare le comunità della Macedonia e di Corinto, col proposito di recarsi a Gerusalemme.
In questo viaggio è importante la sosta a Mileto dove incontrò i capi della chiesa di Efeso ai quali tenne un commovente discorso di addio. Paolo giunse a Gerusalemme, ma proprio nel tempio, dove si era recato, un gruppo di fanatici tentò di ucciderlo. Alcuni soldati romani intervennero in tempo e lo arrestarono, sottraendolo al linciaggio.
Il quarto viaggio “missionario” è stato annunciato e garantito a Paolo da Gesù stesso che in una visione gli disse: «Coraggio! Come mi reso testimonianza a Gerusalemme così mi devi testimoniare anche a Roma» (Atti 23,11). Dopo il suo arresto a Gerusalemme, Paolo fu trasferito a Cesarea Marittima, sede del governatore romano, dove, dopo oltre due anni, come cittadino romano, fece appello al tribunale dell’imperatore.
Il viaggio a Roma fu lungo e fortunoso. La nave di Paolo, sballottata per vari giorni, andò ad incagliarsi presso l’isola di Malta dove i passeggeri poterono salvarsi. Ripreso il viaggio per l’Italia, sbarcarono a Pozzuoli, e per la via Appia, raggiunsero Roma. Qui Paolo fu trattenuto due anni in attesa di giudizio.
Luca qui dice che a Roma Paolo visse agli arresti domiciliari, ma poteva invitare e ricevere chiunque andava a visitarlo e «annunciava il vangelo del regno insegnando le cose riguardanti il Signore Gesù Cristo, con piena libertà e senza ostacoli». Così Paolo a Roma compì la sua “missione” anche come prigioniero!
DELL’APOSTOLO Paolo ci sono giunte 13 lettere (la 14, agli Ebrei, non è sua). Costretto dalle circostanze, egli si vanta del suo lavoro apostolico, delle rivelazioni, delle sofferenze subìte per Gesù (Cfr. 2 Cor 11,22-12,5), ma non si vanta mai delle sue Lettere. Ma esse sono quanto di più prezioso egli ha lasciato in eredità alla Chiesa universale, sia per la fede, sia per le norme di vita cristiana. E questo l’ha potuto fare con l’apostolato della penna, di cui ha sentito il bisogno e l’utilità, poiché così continuava a essere presente ai suoi fedeli con la sua “predicazione scritta”.
Ricordiamo le 13 lettere di Paolo inviate alle comunità cristiane o ai suoi collaboratori: ai Romani, due ai Corinzi, ai Galati, agli Efesini, ai Filippesi, ai Colossesi, due ai Tessalonicesi, a Filemone, due a Timoteo, una a Tito.
Quattro sono dette “Lettere dalla prigionia” (Colossesi, Efesini, Filippesi, Filemone), perché risultano scritte da una prigione, probabilmente da Roma. Tre lettere sono dette “Lettere pastorali” (due a Timoteo e a Tito), perché scritte a “pastori”: a Timoteo Paolo aveva affidato la chiesa di Efeso, e a Tito la chiesa dell’isola di Creta.
LA LETTERA AI ROMANI
QUESTA lettera affronta una questione fondamentale per l’uomo: qual è la sua giusta posizione di fronte a Dio, quella che lo porta alla salvezza? Paolo risponde che è la fede per cui l’uomo si affida al Dio che si è rivelato e alla sua parola. L’uomo non si salva da sè per il bene che fa e che Dio dovrebbe ricompensare, ma per ciò che Dio ha fatto e fa per lui, mediante Cristo, il suo Figlio: è lui il “il vangelo”, la potenza di Dio che salva chiunque crede (1,16). Tutta l’umanità è bisognosa di salvezza (1,18-3,20); e Dio la offre a tutti (3,21-31).
Abramo (4,1-25), capostipite d’Israele, è l’esempio dell’uomo gradito a Dio per la sua fede. E chi accoglie con fede il vangelo vive una vita nuova animata dallo Spirito Santo che lo rende figlio di Dio a somiglianza di Cristo (5,1-8,39): questa è infatti la salvezza che l’uomo non può realizzare da sé.
Paolo guarda poi al mistero d’Israele che ha rifiutato il Messia: esso non è ripudiato da Dio, ma resta il primo chiamato a far parte del nuovo popolo di Dio che è la Chiesa (9,1-11,27). Dopo preziose indicazioni di vita cristiana (12,1-15,13), la lettera si chiude con i saluti a tanti conoscenti e con una solenne lode a Dio (15,14-16,27).
LA PRIMA LETTERA AI CORINZI
PAOLO affronta in questa lettera una serie di problemi sorti nella comunità di Corinto, ai quali dà le soluzioni in accordo con l’appartenenza del cristiano a Gesù Cristo morto e risorto e alla sua Chiesa come comunità di fede, di speranza e di carità.
Perciò potremmo definire questa lettera come la più “pastorale” di Paolo. Mentre si trovava (tra il 54 e il 57) impegnato nella fondazione della comunità di Efeso, era venuto a conoscenza (1,11) di situazioni incresciose verificatesi a Corinto; inoltre da quella città era giunta una lettera in cui la comunità chiedeva indicazioni su altre questioni (7,1).
Questa lettera pertanto non ha una struttura, ma affronta le varie questioni proposte. Essa è preziosa come documento di vita cristiana in una città pagana, a circa vent’anni dalla scomparsa di Gesù, ed è ancora più preziosa per la teologia che Paolo sviluppa sotto lo stimolo di situazioni concrete: la sapienza cristiana, i rapporti tra cristiani, l’appartenenza dei credenti a Cristo, l’Eucaristia, la Chiesa come corpo ricco di vitalità e di doni, la vita di risorti con Cristo. A questa teologia attingerà norme di fede e di vita cristiana la Chiesa di tutti i tempi.
LA SECONDA LETTERA AI CORINZI
DOPO la prima lettera ai Corinzi si erano infiltrati nella comunità personaggi ostili a Paolo, che contestavano la sua autorità apostolica. Una breve visita di Paolo a Corinto, da Efeso (13,1-2), non aveva chiarito la situazione, anzi qualcuno l’ha anche offeso pubblicamente (2,5-11).
Tornato a Efeso, scrive una lettera detta “delle lacrime” (2,4) perché non avrebbe voluto scrivere così ai suoi figli; ma non ci è pervenuta. Paolo ha poi inviato a Corinto il suo discepolo Tito che è riuscito a riportare serenità e pace. Paolo intanto, allontanatosi da Efeso (At 19), va verso la Macedonia dove incontra Tito con buone notizie (7,6.16).
E così rincuorato scrive ai Corinzi questa seconda lettera, la più appassionata, in cui: a) Paolo spiega il suo comportamento verso di loro e si diffonde sulla grandezza del ministero apostolico pur con i suoi aspetti dolorosi (cc. 1-7); b) raccomanda la raccolta di offerte per la chiesa di Gerusalemme (cc. 8-9); c) difende la sua qualità di apostolo e il suo apostolato con foga fortemente polemica contro gli avversari, definiti falsi apostoli (cc. 10-12). Chiude con una splendida formula trinitaria di carattere liturgico (c. 13).
LA LETTERA AI GALATI
PAOLO era passato tra i Galati, che abitavano nella attuale Turchia centrale, nel secondo viaggio missionario (circa 50-52) e vi si era dovuto fermare a causa di una malattia (4,13-14). Ne aveva approfittato per annunciare a loro il vangelo.
Trovò molti disposti a credere in Gesù. Nella sua predicazione Paolo ha parlato anche di Israele che Dio si era scelto come popolo, facendo con esso un’alleanza, donandogli una legge e promettendo un salvatore (4,4) che avrebbe portato la salvezza a Israele e a tutti gli uomini senza più distinzioni (3,26-29).
Dopo la partenza di Paolo passarono di là dei predicatori ebrei che avevano creduto a Gesù, ma affermavano che, per salvarsi, era necessario osservare la legge di Mosè, oltre che credere in Cristo; Paolo non era vero apostolo, non era stato con Gesù come i Dodici; ciò che lui predicava non era del tutto vero. E molti cristiani si lasciarono persuadere. Paolo, venutone a conoscenza, scrive questa lettera in cui difende la sua qualifica di apostolo (cc. 1-2); afferma che la salvezza è data a tutti mediante la sola fede in Cristo (cc. 3-4) e che l’uomo con la grazia dello Spirito, vivendo da figlio di Dio. dà frutti di opere buone (cc. 5-6).
LA LETTERA AGLI EFESINI
QUESTA lettera, tra le più belle e profonde di Paolo, in origine era forse destinata a varie comunità. Mancano infatti del tutto saluti e richiami a situazioni legate a Efeso, dove Paolo si era trattenuto oltre due anni (c. 54-56), formando una comunità cristiana. Ma la mancanza di riferimenti fa di questa lettera l’unico scritto paolino in cui la Chiesa di Gesù Cristo è ormai concepita come un’unica realtà: il corpo di cui Cristo è il Capo, la Sposa di cui Cristo è lo Sposo. La lettera si articola chiaramente in due parti.
La prima dottrinale (cc. 1-3) presenta la Chiesa corpo di Cristo, nella quale si realizza il mistero della riconciliazione tra giudei e pagani, quasi istintivamente ostili tra loro. Su tutti si stende la medesima carità di Dio e Paolo si sente il banditore di questo mistero. La seconda parte (cc. 4-6) trae conseguenze per la vita del cristiano, anche come membro di una famiglia. Di qui il codice familiare in cui si propone agli sposi il modello della loro unione: il rapporto CristoChiesa (5,25-27). Contemplando il mistero dell’amore di Dio per tutta l’umanità, Paolo eleva la stupenda preghiera di lode alla Trinità che apre questa lettera (1,3-14).
LA LETTERA AI FILIPPESI
FILIPPI, nel nord della Grecia, è stata la prima città europea evangelizzata da Paolo (At 16,6-7). Egli vi giunse nel secondo viaggio missionario, prese contatto con gli ebrei della città (At 16,13), ma diede vita a una comunità mista con cui stabilì i rapporti più cordiali e affettuosi (At 16,16-40). In questa lettera tanto familiare, dopo l’indirizzo e la preghiera di ringraziamento (1,1-11), egli dà sue notizie: è prigioniero, forse a Roma, ma ha fiducia nella liberazione cosicché potrà rivedere i cari Filippesi (1,12-30); intanto li esorta a una vita cristiana dominata dalla carità che esige tanta umiltà (2,1-18).
Su questa esortazione si innesta il celebre “inno cristologico” (2,6-11) che in poche righe sintetizza l’essere di Gesù e la sua opera salvatrice. Paolo torna poi ai suoi progetti (2,19-3,1), usando anche un linguaggio duro e polemico contro certi “predicatori” giudeizzanti che volevano imporre la legge mosaica anche ai convertiti dal paganesimo (3,2-4,1). Dopo questa impennata, torna a richiami pratici, invitando tutti a vivere nella gioia del Signore. Segue il sentito ringraziamento per gli aiuti ricevuti e chiude col saluto cristiano ai fedeli della comunità (4,2-23).
LA LETTERA AI COLOSSESI
LA COMUNITÀ di Colossi, cittadina dell’Asia Minore, ad est di Efeso, era stata fondata da Epafra, discepolo di Paolo. Nella zona esistevano anche comunità giudaiche e alcuni tra i giudei divenuti cristiani, pretendevano di imporre l’osservanza della legge mosaica e diffondevano strane idee su spiriti celesti, immaginati come potenze cosmiche, tra l’uomo e Dio, che era necessario venerare con atti di culto. Gesù Cristo era una di esse.
Paolo, nella sua lettera, risponde affermando il primato assoluto di Cristo, Figlio di Dio, su tutte le creature. Inizia (1,15-20) con uno splendido inno a Cristo, in cui si nominano Troni, Dominazioni…, gli esseri celesti immaginati, e afferma che di qualunque entità si tratti, sono esseri creati, mentre Cristo Figlio di Dio, è “generato” prima di ogni creatura, perché è della stessa natura del Padre. In lui è presente la divinità in tutta la sua pienezza e nella Chiesa, che forma il suo corpo, Cristo è il capo e vi esercita il suo potere salvifico. Non vi sono altri esseri cui si debba offrire un culto, né ha valore la legge mosaica, ora che c’è il Vangelo. Paolo dà poi norme pratiche per vivere quaggiù, sulle orme di Cristo, cercando i beni di lassù (3,1).
LA PRIMA LETTERA AI TESSALONICESI
LA CHIESA di Tessalonica (oggi Salonicco, al nord della Grecia), fu fondata da Paolo nel secondo viaggio, come racconta Luca (At 17,1-9); ma la lettera suppone una comunità che vive con impegno la vita cristiana e resiste alla persecuzione. Paolo, preoccupato, manda Timoteo (3,1) a visitare quei fedeli. Dopo poco tempo egli ritorna da Paolo con buone notizie e con qualche domanda. Così Paolo detta subito questa lettera che, nella prima parte (cc. 1-3) esprime la sua ansia paterna e la sua gioia per questi figli che hanno appreso da lui la fede e anche la fortezza nel viverla.
Nella seconda parte (cc. 4-5) esorta i fedeli alla purezza, alla carità e alla laboriosità (4,1-12). Poi risponde al quesito sulla situazione dei cristiani, morti prima del ritorno del Signore (4,13 – 5,11), che le prime comunità attendevano già al loro tempo! I defunti non saranno in condizioni di inferiorità rispetto ai viventi, perché risorgeranno. Paolo sembra collocarsi tra i viventi (4,15-18), ma poi dice: «sia che vegliamo sia che dormiamo» (5,10), cioè sia che siamo vivi o morti, l’importante è vivere sempre nell’attesa del Signore (5,2; Cfr Mt 24,42-44). Seguono norme di vita cristiana e i saluti.





































