Bibbia o biblioteca?
La lectio divina è prima di tutto una lectio, cioè lettura. Deve aprirsi anzitutto al senso letterario del testo. Come per ogni testo antico si richiede che il lettore proceda a tappe.
Critica testuale
Il contenuto della Bibbia, di tutti gli scritti che ci sono pervenuti, è certamente il più stabile e il più fedele. È sufficiente a dimostrarlo un solo esempio, preso dalla critica testuale. Fino al 1947, a parte il Codice Sinaitico (che si data tra il 300 e il 350 dopo Cristo) e il Codice vaticano (che si data verso l’anno 350 dopo Cristo), redatti in greco, le più antiche copie della Bibbia ebraica che avevamo a disposizione rimontavano intorno al 900 dopo Cristo. Tale il Codice di Aleppo esposto nel Museo de Libro a Gerusalemme.
La più antica copia completa della Bibbia ebraica, il Codice di Leningrado, è datata al 1008. La scoperta dei manoscritti del Mar Morto nel 1947 ha permesso alla ricerca biblica di fare un salto di parecchi secoli all’indietro, dal momento che la gran parte dei manoscritti del Deserto di Giuda redatti in ebraico risalgono al II o al I secolo avanti Cristo. Il loro contenuto è risultato essere più o meno identico a quello del Codice di Leningrado. Mille e duecento anni di fedeltà , a parte qualche dettaglio che si trova modificato. Il livello di credibilità dei copisti ebrei era testimone di una solida tradizione, appoggiata su una cultura di arte scrittoria e di rispetto del testo. Sebbene noi non possediamo ancora a tutt’oggi alcun manoscritto ebraico completo dell’Antico Testamento anteriore al secolo XI, i rotoli del Mar Morto dimostrano che possiamo fidarci ciecamente.
Per la Bibbia possediamo più numerosi e più antichi manoscritti delle altre opere classiche dell’antichità , come quelle di Cesare o di Omero per esempio. Ma la domanda principale rimane: perché e come questi testi sono stati scritti? Quante generazioni hanno aggiunto loro propri capitoli a questa grande epopea? La Bibbia possiede la sua propria storia che vale la pena di essere presentata.
Per il Nuovo Testamento, che racchiude i Vangeli, gli Atti degli Apostoli, le Lettere e l’Apocalisse gli studiosi dispongono di 5300 manoscritti greci completi, di altri 13000 frammentari e di 9000 altri documenti. Il più antico frammento a disposizione degli esegeti è una copia del Vangelo di Giovanni, databile all’anno 125: il Papiro Rylands, conservato a Manchester in Inghilterra. Tra i papiri più antichi del Nuovo Testamento bisogna citare anche i Papiri Chester Beatty, scritti in greco e risalenti al III secolo. Questi documenti, che riportano passi dei Vangeli, degli Atti degli Apostoli e delle Lettere di Paolo, sono stati scoperti nel 1928 a Deir el-Medineh, in Egitto, insieme con altri frammenti dell’Antico Testamento. Sono stati trovati nascosti in una tomba, tra le fondazioni di una piramide e la volta di una cappella. La tradizione orale racconta che sarebbero stati passati attraverso trafficanti di antichità prima di cadere nelle mani di un collezionista americano, Chester Beatty, appunto. Costui ne perfezionò l’acquisizione nel novembre del 1931. I papiri sono oggi esposti in un museo di Dublino, in Irlanda. Si tratta delle vestigia di una lunga storia che è cominciata due mila anni fa e che non ha ancora per niente svelato tutti i suoi segreti.
Aggiungete a questo i risultati degli scavi archeologici dell’Ofel che hanno finalmente permesso di ritrovare dei resti che risalgono al tempo di Davide e voi avrete la certezza che la Bibbia non ha inventato nulla dal punto di vista storico.
Critica delle fonti
Per secoli si insegnava che Mosè era l’autore dei primi cinque libri della Bibbia. Fin dalle prime righe della Genesi il lettore più curioso si interroga: Da dove provengono questi racconti? La critica moderna ha permesso ha permesso di saperne molto di più. Il 3 dicembre 1872 l’assiriologo inglese G. Smith ha polverizzato secoli di (falsa) certezza: scopriva, infatti, in Mesopotamia una serie di tavolette che raccontano la medesima storia del Diluvio biblico. In più, questa fonte mesopotamica – L’Epopea di Gilgamesh – era risalente alla fine del II millennio e aveva perciò probabilmente ispirato la Genesi, decisamente posteriore.
L’ipotesi dei documenti del Pentateuco
Partendo di lì, la critica letteraria ha permesso di raggiungere certe conclusioni. Passo a passo, è successo che gli scribi ai quali noi dobbiamo il Pentateuco hanno riunito dei documenti scritti che provenivano da tradizioni più antiche. È l’ipotesi documentaria, elaborata alla fine del XIX secolo, e che ha conosciuto un grande successo tra gli anni 1950 e 1970. Secondo questa ipotesi, ci sarebbero stati in principio quattro documenti: un primo, detto “Yahvistaâ€, un secondo, detto “Elohistaâ€, il documento detto “deuteronomistaâ€, e il documento “sacerdotaleâ€.
Oggi gli esegeti pensano che non i può più attribuire a questa suddivisione in documenti un valore scientifico. Alcuni esperti ritengono, ad esempio, che lo Yahvista e l’Elohista siano una cosa sola. Come diceva J. Bottero, esperto in religioni semitiche: “È una chimera sperare di giungere a vedere ciascuno dei quattro documenti perfettamente separato dagli altri e reso al suo tenore originario integrale†(Naissance de Dieu : la Bible et l’historienParis 1986). Oggi sono le leggende cultuali legate ai differenti santuari che gli esperti scrutano più volentieri per spiegare l’origine dei documenti.
Ipotesi diverse
L’esistenza dei doppioni nel Pentateuco conferma la pluralità dei racconti originari, così anche le loro contraddizioni. Yahveh, per esempio, chiede a Noè di far entrare gli animali nell’arca in numero di “due di ogni specie†(Gn 6,19) e, un po’ più in là , “sette paia, maschio e femmina†(Gn 7,3). Tutto quello che riguarda Abramo, poi, nella Genesi, proviene dalle fonti più recenti tra quelle che compongono questo libro.
Per quanto riguarda la coerenza storica, J Bottero sottolinea certe impossibilità . “Come ha potuto Isaia, tra il 760 e il 700 avanti la nostra era, conoscere per nome – dato che lo menziona in due riprese e in un contesto che non lascia il minimo dubbio (Is 44,28 e 45,1) – il re Ciro, fondatore dell’impero persiano due secoli più tardi (558-528 aC)?†J. Bottero rilancia: “Siamo dunque costretti a negare al profeta Isaia la paternità degli Oracoli di Babilonia (Is 13,1-14, 23), dal momento che essi implicano una situazione politica posteriore di due secoliâ€. Che cosa resta, allora, di Isaia, dato che un’altra teoria prevede la presenza di un “secondo Isaia†– nome di battaglia di un glorioso sconosciuto – cui si attribuiscono i capitoli da 40 a 55 del medesimo libro?
Non è che qualche elemento scelto in un oceano di punti interrogativi. Da tutte queste riflessioni si ricava che il racconto della Creazione è un testo liturgico che non può essere accolto in maniera letterale, e che la dottrina dell’evoluzione non contraddice per nulla la versione biblica.
L’Antico Testamento, si può vedere, è una vera biblioteca creata lungo otto secoli, almeno, di redazione. Bisognerebbe anche evocare alcuni interi passaggi del libro di Daniele (Dn 24 a 27) inseriti posteriormente, certi Salmi troppo sveltamente attribuiti a Davide, il libro di Samuele, composto di pezzi e bocconi messi insieme nel corso di almeno quattro secoli.
Da questo insieme di elementi incerti scaturisce, tuttavia, una straordinaria unità . Sostanzialmente, l’Antico Testamento è in gran parte completo all’epoca dell’esilio di Babilonia (intorno al 590 avanti Cristo). Sembra che gli ebrei, privati del loro Tempio e della sua liturgia relativa, abbiano sentito probabilmente il bisogno di disporre di un testo scritto.
Tre versioni della Bibbia
Ma l’unità lì si ferma. A partire dal ritorno in Israele, un gran numero di Ebrei emigra verso l’Egitto. Una forte diaspora è concentrata in Alessandria e vi gioca un ruolo preponderante. Poco a poco, questi ebrei si assimilano e perdono l’uso dell’ebraico, adottando, in seguito alla conquista dell’Egitto da parte di Alessandro (circa 330 avanti Cristo), la lingua greca. Avendo dimenticato l’ebraico, intorno alla metà del II secolo avanti Cristo, sentono il bisogno di tradurre la Bibbia in greco.
Così nasce la Settanta, completata verso il 130 avanti Cristo. Il fossato culturale tra gli ebrei della Palestina e quelli dell’Egitto si allarga. Questi ultimi aggiungono addirittura alla Settanta alcuni altri libri che i loro fratelli di Gerusalemme non considerano come ispirati: Giuditta, Tobia, i Maccabei, la Sapienza, l’Ecclesiastico. Da questo fatto si sviluppa la costituzione di un altro Libro Santo. Questa differenza si perpetua fino ai nostri giorni: per l’Antico Testamento, i protestanti, come gli ebrei, riconoscono solo il canone di Gerusalemme, mentre i cattolici e gli ortodossi hanno conservato i libri supplementari proposti nella Settanta (chiamati “deuterocanoniciâ€, cioè “del secondo canoneâ€). A questo si aggiunge il fatto che la maggior parte dei libri deuterocanonici non ci sono conosciuti che in greco, e non in ebraico.
Anche nelle sinagoghe di Palestina l’ebraico stava perdendo terreno al ritorno dall’esilio. Bisognava tradurre la Bibbia per l’uditorio, che parlava aramaico. Nacquero perciò i targumim, o traduzione aramaica della Bibbia. Una versione che ha incorporato anche numerose tradizioni orali. In seguito alla scoperta del targum Neophiti nella Biblioteca vaticana gli esperti hanno ricominciato ad interessarsi nuovamente a questa versione liturgica giudaica.
A termine di questa lunga avventura, ebrei e cattolici si ritrovano con in mano la stessa Bibbia. La Bibbia greca, che è stata per lungo tempo quella dei cristiani, è un testimone interessante della diaspora ebraica di Alessandria d’Egitto. Con San Girolamo la Chiesa è ritornata alla veritas hebraica. Bibbia greca e Bibbia ebraica sono ambedue ispirate, perché l’ispirazione è un carisma messo a disposizione delle comunità credenti.
“La parola di Dio dura sempre†affermava il profeta Isaia (Is 40,8). Un libro che ha ispirato artisti, musicisti, poeti di ogni nazione per tanti secoli merita attenzione. la parola di Dio non può essere incatenata. I regimi totalitari l’hanno imparato a loro spesa. Parola efficace, realizza quello che annuncia come la pioggia feconda la terra (Os 6,3).































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