IMPARIAMO A GUSTARLA DI PIÙ
Davvero è accaduto tutto lì, proprio lì e non altrove? La nascita, l’esistenza ordinaria lunga trent’anni, la predicazione, i miracoli, la passione, la morte e la risurrezione di Gesù Cristo hanno realmente avuto per scenario i luoghi dove sono sorte le chiese nelle quali chi va pellegrino in Terra Santa si raccoglie in preghiera?
Padre Pierbattista Pizzaballa evita “sì” o “no” secchi, senza possibilità d’appello, suggerendo piuttosto un’altra chiave di lettura. «Le prove che chiediamo oggi», spiega, «sono frutto della moderna mentalità scientifica. Una volta non esistevano né scavi archeologici né datazioni ottenibili tramite il metodo del radiocarbonio. Quello che rende un luogo sacro, e quello che a noi importa, è la tradizione della Chiesa, una tradizione che deve risultare costante, ininterrotta, dalle origini ai giorni nostri. Ciò che “fa santo” un luogo, insomma, è sapere che la comunità primitiva s’è ritrovata lì, proprio lì, per ricordare quel determinato evento, e che da allora fino a oggi è stato così senza soluzione di continuità».
Dunque?
«Dunque cosa?».
Fatta salva la premessa metodologica, ci può dire quali dei luoghi del Nuovo Testamento sono “certi”?
«Direi Cafarnao, Nazareth e la basilica del Santo Sepolcro. Per il resto, siamo nell’ordine delle probabilità, molto alte: Gerusalemme era quella, Gesù e gli apostoli passavano da lì, metro più, metro meno».
Ha le carte in regola per ragionare di storia e di Sacra Scrittura, padre Pizzaballa. Nato a Cologno al Serio (Bergamo) il 21 aprile 1965, frate minore francescano dal 1989 e sacerdote dal 1990, padre Pizzaballa ha studiato presso lo Studio biblico francescano e l’Università ebraica di Gerusalemme, conosce a fondo le lingue antiche che contano per capire la Bibbia (ebraico, aramaico, siriaco, accadico, greco e latino): dal maggio 2004 è il Custode di Terra Santa.
Quando avviene il primo incontro tra lei e la Sacra Scrittura?
«Nel 1976, quando entro nel seminario minore francescano, a Rimini. Mi consegnano la Bibbia e un’edizione fresca di stampa delle fonti francescane. “Devi imparare a usare questi libri”, mi dicono. Cosa che avviene non senza fatica, almeno all’inizio. Devo molto al maestro dei novizi che mi ha fatto capire un po’ per volta la Bibbia, insegnandomi a gustarla sempre di più, non lasciandomi scoraggiare dalle pagine più oscure o pesanti».
Quanto ha influito sulla sua vocazione religiosa il personale rapporto con la Sacra Scrittura?
«Moltissimo. Entrato a 11 anni, ho seguito i percorsi naturali di qualsiasi ragazzo. Potevo smettere e uscire. Ma non l’ho fatto. L’aver imparato a pregare con la Bibbia è stato determinante nei momenti chiave della mia storia personale».
Nel suo trasferimento in Terra Santa c’entra la Bibbia?
«Assolutamente sì. Terminato il noviziato, il padre provinciale di Bologna mi chiese cosa volevo fare, quali corsi avessi piacere di frequentare, e io risposi immediatamente: vorrei approfondire lo studio della Bibbia. Avevo 20-21 anni, ero appena diventato frate francescano, avendo fatto la mia professione religiosa. Lì finì. A mia insaputa, lui decise che avrei dovuto andare in Terra Santa. E quando me lo comunicò fu per me un grande shock. Non era previsto. “Vuoi studiare la Bibbia?”, mi disse: “Bene, la Bibbia si studia a Gerusalemme”. E a Gerusalemme sono arrivato il 7 ottobre 1990, lo stesso giorno in cui morì padre Bellarmino Bagatti, uno dei fondatori dello Studio biblico francescano nel quale io mi sono formato, negli anni della prima Intifada».
È cambiato qualcosa nel suo modo di leggere, studiare e pregare la Bibbia da quando vive stabilmente a Gerusalemme?
«Sì, certamente. La Sacra Scrittura è pane quotidiano. Da una decina d’anni la leggo con sistematicità tutti i giorni. Quest’impegno, ovviamente, s’affianca e si somma alla normale preghiera comunitaria e alla liturgia della Parola compresa nella Messa. A volte succede che, per via dei doveri che comporta il mio incarico, interrompa per un giorno la lettura continuata della Bibbia: sento che mi manca qualcosa».
Lei ha studiato la Bibbia in ebraico, con gli ebrei, nella principale università ebraica del mondo, quella di Gerusalemme. Che esperienza è stata?
«Ho potuto constatare come davvero la Bibbia ci possa unire. I professori ebrei, ad esempio, mi hanno piacevolmente sorpreso ricorrendo al Nuovo Testamento cristiano per spiegare usi, tradizioni, precetti raccontati nei libri di quello che per noi è l’Antico Testamento. I cristiani, normalmente, fanno il percorso inverso, evidenziando quanto dell’Antico Testamento trova pienezza nella persona e nell’insegnamento di Gesù».
Quali sono i libri che le piacciono maggiormente?
«Quello dei Salmi. E poi Giobbe, il Siracide e il Deuteronomio».
Quali sono, invece, quelli che ritiene essere i più noiosi?
«Il Levitico e le Cronache».
Secondo lei la Bibbia è parola dell’uomo? E da dove comincia a essere parola di Dio?
«Dio parla agli uomini servendosi della storia degli uomini, delle parole degli uomini, delle cose care agli uomini. Accade ancor’oggi. Ma c’è troppo rumore dentro e fuori di noi, presumiamo troppo della nostra forza, del nostro potere e delle nostre capacità di spiegare ogni cosa. Nella nostra orgogliosa autosufficienza abbiamo deciso di fare a meno del Creatore. E ci troviamo tutti spiritualmente più poveri».
Come valuta la preparazione biblica dei pellegrini che si recano in Terra Santa?
«Al loro arrivo è di solito quasi nulla. Va detto, però, che il pellegrinaggio li stimola spesso a cercare maggiore familiarità con la Bibbia una volta tornati a casa».





































