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pubblicato:
sabato, 4 aprile 2009

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Pasqua cristiana e Pasqua ebraica

Storia e origine della Pasqua cristiana e ebraica

Per capire la storia della nascita e della celebrazione della Pasqua professata dalle due più grandi religioni monoteiste, il Cristianesimo e l’Ebraismo, dobbiamo fare un salto nel passato e andare a scandagliare i più remoti angoli della storia.

La Pasqua cristiana glorifica il sacrificio del figlio di Dio, Gesù di Nazareth che, dopo essere stato crocifisso, risorge per liberare gli uomini dal peccato originale. La Pasqua ebraica festeggia la liberazione del popolo giudeo dalla schiavitù dell’Egitto.

L’origine della Pasqua, secondo il Nuovo Testamento, risale alla crocifissione di Gesù, episodio che coincide con la vigilia della celebrazione di quella ebraica.

I cristiani di origine ebraica onoravano la Resurrezione dopo la celebrazione della Pasqua semitica, mentre i cristiani di origine pagana la ossequiavano tutte le domeniche dell’anno. Da questa ambivalenza e confusione di festeggiamenti nacquero numerosi controversie che terminarono nel 325 d.C. grazie al Concilio di Nicea, che stabilì che la Pasqua doveva essere celebrata la prima domenica dopo la luna piena che seguiva l‘equinozio di primavera. Nel 525 d.C. si stabilì che questa data doveva cadere tra il 22 marzo e il 25 aprile.

La Pasqua cristiana

La Pasqua cristiana è preceduta dalla Quaresima, un periodo di penitenza di quaranta giorni che va dal mercoledì delle Ceneri al Sabato Santo. La Domenica seguente – la Domenica delle Palme, il cui simbolo è il ramo d’ulivo – viene ricordato l’arrivo del Messia in Gerusalemme e la sua passione.

Da qui inizia la Settimana Santa durante la quale hanno luogo momenti liturgici ben precisi. Dal lunedì al mercoledì è il tempo della Riconciliazione, il giovedì mattina si apre con la Messa del Crisma in cui vengono benedetti l’olio profumato – quello utilizzato nei sacramenti del Battesimo, della Cresima e dell’Ordine – l’Olio dei catecumeni e l’Olio degli infermi.

La sera del giovedì Santo si svolge la Messa in Cena Domini in ricordo dell’ultima cena di Gesù, alla quale segue la processione al “sepolcro”. Le ostie, che saranno utilizzate nella celebrazione del venerdì santo, vengono portate in un tabernacolo, il sepolcro, per essere adorate dai fedeli.

I cristiani considerano il venerdì Santo un giorno di contemplazione della passione di Gesù: è infatti in questo giorno che si svolge il rito della Via Crucis, che in maniera figurativa ripercorre l’ultimo giorno di vita del Figlio di Dio. Questa giornata è, per tutti i fedeli, dedicata al digiuno, testimonianza del bisogno di partecipazione alla Passione e alla Morte di Cristo.

Il sabato Santo è un giorno di riflessione e preghiera silenziosa. La notte tra sabato e domenica si svolge la Veglia Pasquale, durante la quale si leggono le promesse di Dio al suo popolo. Questa notte è scandita da quattro momenti: la Liturgia della luce (benedizione del fuoco, preparazione del cero, processione, annunzio pasquale); Liturgia della Parola (nove letture); Liturgia Battesimale (canto delle Litanie dei Santi, Preghiera di benedizione dell’acqua battesimale, celebrazione di eventuali Battesimi); Liturgia Eucaristica. Il giorno di Pasqua si festeggia la resurrezione del Redentore.

La Pasqua ebraica
Le origini della Pesah, Pasqua ebraica, risalgono, probabilmente, alla festa pastorale che veniva praticata nel Vicino Oriente dai popoli nomadi per ringraziare Dio. I festeggiamenti pastorizi erano legati anche alla “festa del pane non lievitato” – mazzot.

Dopo la liberazione del popolo ebraico, fuggito dall’Egitto guidato da Mosè, la Pasqua ebraica assunse un diverso significo. Mosè, come è scritto nel dodicesimo capitolo dell’Esodo, programmò la fuga del suo popolo. Tutti gli ebrei uccisero un agnello di un anno, consumarono il pasto in piedi con il bastone, pronti per la partenza, e segnarono con il sangue dell’animale le porte delle abitazioni. Così facendo tutti i primogeniti ebrei si sarebbero salvati dall’angelo inviato da Dio.

Ancora oggi la Pasqua ebraica, che inizia con il plenilunio di marzo e dura per otto giorni, è celebrata seguendo antichi riti. Durante questi otto giorni tutto gli ebrei ricordano la liberazione dalla schiavitù del proprio popolo dalle vessazioni egiziane e l’inizio di un viaggio lungo 40 anni alla volta della terra promessa.

La celebrazione della Pasqua coinvolge tutti i familiari con la lettura dell’Haggadà – libro della leggenda. In questo periodo, inoltre, sono banditi i cibi lievitati e per questo si mangia esclusivamente il pane azzimo. La tavola, durante la festa, è ricca di cibi simbolici: le erbe amare che ricordano la sofferenza del popolo ebraico, il pane azzimo, l’agnello arrostito intero, le erbe rosse, un uovo che simboleggia il lutto e la salsa charoseth, usata dagli schiavi ebrei in Egitto.

intrage.it

 

PASQUA EBRAICA E PASQUA CRISTIANA identità e divergenze fra le due feste

Anche gli ebrei avevano una festa che veniva celebrata all’inizio della primavera, secondo un calendario che era basato sulle fasi della luna. Era la festa di Pesah, al plenilunio del primo mese lunare dopo l’equinozio di primavera. Una festa che viene celebrata ancora oggi e che ricorda l’intervento di Dio liberatore nel passato e pone le basi per la salvezza futura.
La parola Pesah significa «saltare oltre», a memoria perenne della piaga per la quale l’Angelo del Signore uccise tutti i primi nati delle famiglie egiziane, dopo di che il faraone concesse agli Ebrei di lasciare per sempre l’Egitto.

Inizialmente questa ricorrenza era legata ai pastori che festeggiavano l’inizio della bella stagione la notte di plenilunio precedente la partenza verso i pascoli estivi, immolando i piccoli del gregge e spargendone il sangue su capanne, familiari ed animali per proteggerli dalle disgrazie e renderli fecondi. Poi si mangiava la carne e si eseguiva una danza rituale che comprendeva anche tutta una serie di salti, una sorta di «saltar oltre».
Allorché ci fu la strage dei primogeniti egiziani, si seguirono gli stessi dettami della festa, cospargendo gli stipiti delle case degli Ebrei con il sangue di agnelli o capretti appena nati, mangiando le loro carni abbigliati in maniera rituale e bruciando i resti all’indomani mattina. Era la partenza per la nuova Terra.

Collegata alla Pesah, era la settimana delle Mazzoth, o degli azzimi. Derivava da una festa in ricordo dell’arrivo degli Ebrei nella terra di Canaan, dopo la fuga dall’Egitto. Era l’inizio della mietitura con l’offerta del primo covone e la regola di cibarsi di pane non lievitato (quindi azzimo), a perenne ricordo della veloce partenza dall’Egitto e del viaggio, durante il quale non era stato possibile far lievitare il pane. Il tutto accompagnato da erbe amare per ricordare l’amarezza della schiavitù in Egitto.
Quella ebraica è la Pasqua della memoria, del ricordo infinito della bontà di Dio nel liberare dal terrore e dalla fame il popolo d’Israele: è il compendio e la ricapitolazione di tutta la storia della salvezza, degli interventi di Dio in favore del suo popolo, in un percorso che è una sorta di rinascita degli Ebrei.

L’analogia è evidente nella lettura dei Vangeli, ove Gesù viene detto Agnello di Dio. Quando Dio ordinò a Mosè di far cospargere le case degli Ebrei con il sangue di agnelli, precisò che le ossa degli agnelli non venissero rotte, ma fossero lasciate intatte. Allo stesso modo, quando Gesù venne crocefisso era venerdì e al sabato non si poteva far rimanere in croce i condannati: infatti, Gesù fu l’unico crocefisso, gli altri due erano solo legati. I giudei chiesero quindi a Pilato di poter spezzare le gambe dei crocefissi, cosicché potessero essere portati via. Pilato acconsentì e vennero spezzate le gambe dei due ladroni: ma quando venne la volta di Gesù, questi era già morto, e venne solo ferito nel costato. Come per gli agnelli degli Ebrei, anche all’Agnello di Dio non venne spezzato alcun osso.

Secondo la tradizione, fu durante la celebrazione della Pasqua che Gesù Cristo istituì il sacramento dell’Eucarestia: dal pane e dal vino il corpo, il sangue, l’anima e la divinità di Dio. Ma la differenza sostanziale fra la Pasqua ebraica e quella cristiana sta nel fatto che l’Agnello cristiano è risorto e di questo viene dato annuncio subito. E la Resurrezione di Cristo (che vuol dire l’Unto) è per i Cristiani l’evento nuovo e divino che offre agi uomini il dono della nuova Vita, veicolata dal battesimo. Infatti, in origine si battezzava una sola volta l’anno, nella notte di Pasqua, perché momento di morte e nascita a nuova vita in Cristo e con Cristo.

Inizialmente la Pasqua cristiana era celebrata ogni domenica, poi, in età apostolica, si giunse alla celebrazione annuale, ma vi fu disaccordo sulla data. Una corrente orientale celebrava la Pasqua secondo il calendario ebraico al 14 di Nisan o alla domenica successiva, mentre quella occidentale nella domenica successiva al primo plenilunio di primavera.

La questione fu a lungo dibattuta e si cercò per diversi anni di risolverla, ma fu solo con il Concilio di Nicea, nel 325 d.C., che si stabilì di festeggiare la Pasqua nello stesso giorno per tutta la cristianità. Di stabilire di volta in volta la data fu incaricata la chiesa di Alessandria. Dal 525, per il computo di Dionigi il Piccolo, la Pasqua venne fissata fra il 22 marzo e il 25 aprile.
La Pasqua ortodossa non coincide con quella cattolica poiché la chiesa ortodossa non ha ancora accettato la riforma gregoriana del calendario, quindi, il più delle volte, cade successivamente.

di Almalinda Giacummo – arcobaleno.it

 

Verso Pesach – La Pasqua ebraica e quella cristiana

La festa di Pesach ha destato, per vari motivi, l’opposizione di molti governi, sotto cui si sono trovati gli ebrei; per il periodo adrianeo leggiamo nella Mechilta derabbì Ishmael: “Rabbi Natan dice: …Per quelli che amano i Miei Comandamenti. . . si riferisce agli Ebrei che vivono in Terra d’Israele e che rischiano la loro vita per i Comandamenti… Perchè mai vai ad essere crocifisso? – Perchè ho mangiato il pane azzimo…”. In questo caso il divieto delle matzot fa parte di una serie di divieti di osservanza delle mitzvot da parte dell’autorità romana.

La problematica cambia nell’Impero romano cristiano: se per gli Ebrei la festa di Pasqua ricorre ogni anno il 14 del mese di Nissan per celebrare l’uscita dall’Egitto, la Pasqua cristiana commemora invece la passione e la risurrezione di Gesù, che secondo la tradizione cristiana ebbero luogo proprio durante la Pasqua ebraica. Per questo motivo la Chiesa delle origini trovava perfettamente naturale fissare la data della Pasqua secondo quella ebraica. In tale epoca gli ebrei non avevano però un calendario lunare fisso, come oggi. Ogni volta si fissava l’inizio del mese a seconda dell’apparizione della nuova luna. I testimoni e alcuni padri della Chiesa trovarono ben presto insopportabile che si dovesse aspettare che i Rabbini avessero fissato la data del nuovo mese per poter essi stessi fissare la data della loro Pasqua. Quando la festa fu introdotta a Roma la celebrarono la domenica dopo la Pasqua ebraica, come ad Alessandria.

Dopo numerose discussioni fra la Chiesa d’Occidente e quella d’Oriente, la questione fu portata al Concilio di Nicea che minacciò punizioni per quei cristiani che celebrassero la loro Pasqua nello stesso tempo della Pasqua ebraica. Il problema fu affrontato in altri Concili della Chiesa ma era evidentemente di difficile soluzione e sembra essere ancora attuale al tempo di Giustiniano tanto che l’onnipotente imperatore vuol porvi fine una volta per tutte.

Nel 543 egli decretò, stando almeno a Procopio, che gli ebrei non potessero celebrare la loro Pasqua altro che dopo la Pasqua cristiana, per evitare così che i cristiani partecipassero al Seder degli Ebrei. “E non permetteva neppure di fare la loro offerta a D-o, nè il compimento di ogni cerimonia, secondo i loro propri costumi. E molti di loro sono stati perseguitati dalle autorità per aver mangiato carne d’agnello, con lorde ammende, sotto il pretesto di violazione delle leggi dello Stato”. Abbiamo qui senza
dubbio una grave offesa alla libertà delle feste ebraiche: oramai si tratta di un’osservanza tollerata, sottoposta sempre all’arbitrio di questo o quell’Imperatore.

Alfredo Mordechai Rabello – moked.it

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