Chi è l’uomo della Sindone?
di Antonio Gaspari
ROMA – Custodito presso il Duomo di Torino c’è un lenzuolo di lino protagonista di una storia fitta di misteri e di colpi di scena. E’ la Sindone, il telo più famoso al mondo, quello che milioni di fedeli ritengono abbia avvolto, duemila anni fa, il corpo di Gesù deposto nel sepolcro.
Alcuni sono però convinti che si tratti di un falso storico perchè il telo, secondo analisi fatte nel 1988 con il metodo del C14, è risalente al tardo medioevo.
Le datazioni sembrano però smentite da quegli stessi scienziati che le eseguirono venti anni fa. A questo si aggiunge la quantità di misteri che riguardano il come e il perchè si sia formata l’immagine sul telo e le innumerevoli somiglianze di quell’immagine con la persona di Gesù che diceva di essere figlio di Dio.
Marco Tosatti, vaticanista de “La Stampa”, ha cercato di rispondere alle mille domande sulla Sindone, con un inchiesta che è diventata un libro: “Inchiesta sulla Sindone” (Piemme, 320 pagine, 15 Euro).
L’autore ha interpellato esperti e storici, ha consultato documenti e fonti, ha esaminato anche le più remote tessere di quello che sembra un vero e proprio mosaico di intrighi, segreti e misteri.
Tosatti non ha esitato a indagare anche tra i poteri occulti. Fu infatti il Cardinale Anastasio Alberto Ballestrero, Arcivescovo di Genova, che accennò ad alcune frange massoniche, interessate a screditare quello che forse è un testimone muto della Resurrezione.
Per conoscere gli esiti dell’inchiesta, ZENIT ha intervistato Marco Tosatti.
Nel libro lei sostiene che l’esame del C14 sulla Sindone era sbagliato. Ci spiega come e perchè è arrivato a queste conclusioni e che cosa cambia nel dibattito in corso sulle origini della Sindone?
Tosatti: I numeri, non io, sono giunti a queste conclusioni. Diciamo intanto che i laboratori e il British Museum non hanno mai fornito, nonostante ripetute richieste da parte del committente, la diocesi di Torino, i “dati grezzi” degli esami compiuti, necessari per capire che cosa è veramente successo.
Ma anche solo esaminando i dati pubblicati su Nature, un ingegnere di Milano, Ernesto Brunati, si è accorto che c’era qualche cosa che non andava. Ho chiesto di rifare i calcoli a due professori di matematica e statistica della Sapienza, che non c’entrano nulla con il mondo della Sindone. Livia De Giovanni e Pierluigi Conti, che hanno confermato: c’era un errore di calcolo, tale da inficiare la validità dell’esame.
La “tolleranza” di errore che i tre laboratori si erano dati era del 5%; e dai numeri di Nature sembrava che si fosse raggiunto proprio il minimo, il 5%. In realtà è stato raggiunto l’uno per cento. L’esame avrebbe dovuto essere rifatto, ma i campioni ormai erano distrutti. Grazie agli esami di alcun professori americani, l’ultimo dei quali è Roberto Villareal, del Los Alamos Center, che ha presentato le sue scoperte nell’agosto 2008, credo che si sia scoperto qual’era il problema.
Una contaminazione fortissima del tessuto, e un “rammendo invisibile” praticato nel Medioevo, o dopo. L’unico risultato scientifico che supporta la tesi del falso medievale è l’esame al C14. Se questo cade, come secondo me è caduto, tutta la discussione si riapre. E’ necessaria certamente una nuova stagione di ricerche scientifiche.
Da questa indagine che idea si è fatta dell’Uomo della Sindone?
Tosatti: L’idea che mi sono fatta (e ho preso in considerazione solo i dati scientifici “duri”, cioè supportati da esami rivisti da “pari” esperti) è che quel telo abbia ospitato il corpo reale di un uomo flagellato durissimamente, e morto in croce. Il sangue è sangue, e l’immagine non è dipinta, e non è neppure ottenuta dal contatto con una superficie molto calda (strinatura), perché non c’è fluorescenza.
Perchè quel telo affascina ancora così tante persone?
Tosatti: Perché è un oggetto incredibilmente suggestivo, enigmatico e maestoso. E non sto parlando di fede o di cattolici; fra i più appassionati ricercatori della Sindone ci sono ebrei come Avinoam Danin, e protestanti come William Meacham, per non citarne che due. Senza tener conto di agnostici come Delage, e altri professori e ricercatori americani. Un qualche cosa di assolutamente unico al mondo.
Quali sono gli argomenti per cui lei crede che quell’uomo fosse il Gesù di cui si parla nei Vangeli?
Tosatti: Perché quello che ci racconta il telo calza come un guanto sui racconti della Passione. Le ferite, la flagellazione, il colpo di lancia (invece del crurifragium lo spezzare le gambe per far morire di asfissia i crocifissi ebrei prima del sabato) addirittura le scorticature sulle ginocchia…Vero o falso, quel telo rappresenta Gesù.
Se l’uomo della Sindone è Gesù, allora dobbiamo pensare che quel telo è un reperto per stupire gli scettici e per spingere gli uomini ad avere più fede? Oppure no?
Tosatti: Mi sono posto questa domanda. Io credo che chi è credente non abbia bisogno della Sindone. Ma certamente chi è credente, sapendo che non è un artefatto, la vede con occhi diversi. Mi è anche venuto in mente un pensiero, che spero non venga giudicato irriverente. Il buon Dio si è “divertito”, se come penso è autentica, lasciandoci un oggetto così “esagerato” nella sua tremenda veridicità. Tremenda perché racconta di una violenza e di una crudeltà enormi.
E’ vero che nel telo ci sono tracce ematiche, cioè il sangue di Cristo?
Tosatti: Nel libro riporto il racconto di come alcuni studiosi americani – uno dei quali, Adler, ebreo – hanno certificato che quello sulla Sindone è sangue. Ma altri, fra cui Baima Bollone, lo hanno confermato. Se non ricordo male sono stati compiuti almeno dodici esami diversi per verificare se si trattava realmente di sangue. E la risposta è positiva.
Ci dia almeno un motivo per convincerci a leggere il suo libro?
Tosatti: Le do un motivo totalmente laico. Quella della Sindone, e dei misteri ad essa collegati, antichi e attuali, comprese non poche cose legate all’esame del C14, è una delle storie più intriganti e affascinanti che mi è capitato di scrivere. In 28 anni da vaticanista me ne sono sempre occupato poco; lavoravo per La Stampa, e di conseguenza il telo era “coperto” da colleghi della città in cui la Sindone è conservata. Sono grato a Piemme per avermi chiesto di scrivere quest’inchiesta, che mi ha obbligatoriamente condotto in un mondo meravigliosamente coinvolgente. E ho cercato di renderne se non altro qualche riflesso.
2 comments
Friday, 13 November 2009 - 20:48
troppo bella












































































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Thursday, 29 October 2009 - 07:11
I TRE VOLTI DELLA SINDONE SECONDO LEONARDO DA VINCI
Sono il Volto del Cristo, che comprende metà volto del Molay e metà volto di Leonardo.
Agli inizi la Sindone è stata conservata dalla comunità cristiana, come reliquia della Passione di Gesù; a causa delle persecuzioni veniva tenuta nascosta.
In seguito, venne portata nella città di Edessa e chiamata mandylion.
Dopo che Edessa venne occupata dai musulmani, i bizantini trasferirono il mandylion a Costantinopoli.
Nel 1204 Costantinopoli venne saccheggiata dai crociati, e del mandylion, ovvero della Sindone, si persero le sue tracce.
Infatti, la storia “certa” della Sindone inizia intorno alla metà del Trecento, quando riappare inspiegabilmente 150 anni dopo a Lirey in Francia.
Da quella data tutti i passaggi sono rigorosamente documentati (Lirey,Chambéry,Torino).
Da Costantinopoli alla Francia?
Sono state avanzate diverse ipotesi per ricostruire in quale modo la Sindone, se davvero si trovava nel 1204 a Costantinopoli, poi sia pervenuta in Francia per riapparire nel 1353 in mano a Goffredo di Charny.
Tra le tante ipotesi fatte, la più credibile è anche la più semplice, quella che sarebbero stati i Templari a prendere la Sindone e a custodirla segretamente fino allo scioglimento dell’ordine: nel 1314, quando l’ultimo Gran maestro Jacques de Molay vene messo al rogo, insieme a lui fu bruciato anche un alto dignitario dell’Ordine a nome Goffredo di Charny, omonimo e probabilmente parente di colui che quarant’anni dopo espose pubblicamente la Sindone.
Sicuramente prima di Lirey, qualche cosa è esistito, un lenzuolo funebre che recava l’impronta di un corpo molto antico presumibilmente risalente all’anno 30-33, “se così fosse ci troveremmo difronte al telo di lino che avvolse il corpo di Gesù”, se così non fosse, esisteva già un falso. Un telo funebre con l’impronta di un volto, e di un corpo usato come reliquia dai Templari convinti che fosse autentica.
Perché di quel telo funebre così antico, si mostrava solo il volto? In realtà l’immagine più antica impressa sulla Sindone di Torino, quella che doveva mostrare il volto del Cristo per intenderci, soprattutto il corpo era talmente sfumata che le ferite sui polsi non si potevano neanche notare. Per questo motivo, è lecito supporre che il mandylion fosse in realtà la Sindone ripiegata e conservata in un reliquiario: il telo così piegato (tetradiplon) nascondeva l’impronta sbiadita del cadavere, facendo castamente emergere soltanto il Volto. La Sindone di Torino non mostra solo il volto e il corpo di Cristo, cela ben altri segreti mai svelati, e tenuti gelosamente nascosti. I nuovi attori che entreranno in scena sono:- “Lo stesso de Molay che reciterà la parte del nuovo crocifisso, e parecchi anni più tardi Leonardo da Vinci, che cercherà di sistemare il volto e parti dell’intera immagine del telo funebre”.
Perché proprio il corpo del de Molay?
Secondo una tesi certamente originale di alcuni ricercatori, il Gran Maestro sarebbe stato sottoposto ad una forma di tortura mirante a riprodurre sul suo corpo i segni della Passione di Cristo. Probabilmente anche nella crocifissione del Molay per consuetudine, i chiodi furono messi nel palmo delle mani e non nei polsi. Gli venne posata attorno al capo una corona di spine e fu flagellato. Liberato dai chiodi, all’uso Templare, fu poi disteso con molta cura su un lenzuolo “lo stesso lenzuolo che veniva considerato dal Molay e da alcuni Templari come una reliquia di grande potere”, come se fosse già segnato dalla morte, ma inaspettatamente “forse per il potere miracoloso del lenzuolo?”, riuscì a riprendersi lasciando, come traccia delle sofferenze gratuitamente inflittegli, la sagoma del proprio corpo impressa sulla superficie del lino. La Sindone torinese riproporrebbe, perciò in superficie, anche la figura e i tratti somatici di Jacques de Molay, compresi quelli di Cristo che si troverebbero ben sotto il suo corpo, considerando la stazza fisica del Molay di qualche centimetro più lunga e più larga. L’ipotesi è suggestiva, ma alcuni Templari d’altronde, sono da sempre considerati come i depositari di conoscenze magiche al limite dell’atteggiamento eretico.
La lacunosità delle fonti relative alla Sindone tra 1204 e 1353 lascia spazio ad ogni sorta di interpretazione, alcune più verosimili, altre del tutto fantasiose. Come anticipato, tutte le tracce riguardanti il tragitto della Sindone tra il 1204 e il 1353 conducono all’approdo di Lirey, centro abitato della regione della Champagne a circa venti chilometri da Troyes, la città nella quale si ratificò la fondazione dell’Ordine dei Templari.
La storia trasuda di coincidenze, tutto sta nell’interpretarle correttamente.
Vi è un fatto da non sottovalutare che collega il Molay alla Sindone di Torino, Il Molay fu portato al rogo nel 1314, assieme al suo amico d’arme Gioffroy de Charny, guarda caso presunto zio dell’omonimo Goffredo di Charny (nipote), proprietario documentato della Sindone di Torino dal 1353. Non ci è dato di sapere se quella Sindone fosse la stessa Sindone di Costantinopoli, o qualche cosa d’altro. Dopo trentasei anni dalla morte dello zio, il nipote omonimo, dichiara apertamente di essere in possesso della Sindone, morirà, senza mai spiegare come sia venuto in suo possesso. Della Sindone si erano perse le tracce da circa 150 anni. Se fosse stata la vera Sindone di Costantinopoli, era tutto interesse del nipote rendere chiara la sua provenienza, ma questo non lo fece. Non se la sentiva di dire che era la reliquia tanto venerata dai Templari, e che per il volere di alcuni era diventata qualche cosa d’altro. In realtà lo stesso telo funebre che recava l’immagine di un uomo crocifisso e adorato dai templari come se fosse il Cristo, aveva avvolto anche il corpo del Gran Maestro Molay. Sostenere delle mezze bugie per il nipote di Geoffroy de Charny, era più difficile che tacere. Ma questo nipote, non si era mai dimenticato dello zio (del quale portava il nome).
Infatti nello svelare l’esistenza e la proprietà di questo telo funebre, faceva coniare una targhetta commemorativa, in piombo e stagno a sbalzo, di (cm. 4,5×6,2) che riproduceva per la prima volta esattamente la Sindone di Torino, con gli stemmi nobiliari di Geoffroy de Charny e dei Vergy il casato di sua moglie. In mezzo ai quali è rappresentato un sepolcro vuoto, mentre il sepolcro vuoto per effetto di un finissimo intervento a sbalzo, mostrava una croce templare, idealmente doveva essere il sepolcro per contenere il corpo di un Templare, quello del Molay ultimo Gran Maestro, bruciato sul rogo con lo zio di Goffredo. Non a caso questa targhetta-ricordo fu trovata nella Senna nel 1855 presso il Ponte di Change, proprio difronte al ponte di Neuf, il luogo dove Molay e lo Zio furono immolati sul rogo. Probabilmente gettata nella Senna durante una cerimonia segreta per commemorare tutti i Templari giustiziati dalla Santa Inquisizione. Di questo medaglione considerato importantissimo anche per altri motivi, esiste solo questo esemplare, sicuramente non furono stampati molti pezzi, solo qualche esemplare ad uso e consumo di una stretta cerchia di Cavalieri del Tempio. Oggi l’unico medaglione si trova a Parigi, nel Museo Nazionale del Medioevo-Thermes de Cluny.
Perché proprio Leonardo da Vinci?
Leonardo, come il padre era profondamente anticattolico, non tollerava il clero ed era attratto da una religione personale più vicina alla natura che alla storia di Gesù o dei Santi.
Il geniale toscano, arrivò a Milano nel 1482 e vi rimase per ben sedici anni, “mai una riga di ufficiale, che rivelasse dei contatti con i custodi della Sindone i Savoia”, mentre le cronache ci riferiscono di come si occupasse nei diversi campi delle scienze e delle arti, con prevalenza nell’arte pittorica, infatti, qui realizzò opere molto importanti tra le quali l’ultima cena che fu realizzata intorno al 1495-1497 nel refettorio del convento di Santa Maria delle Grazie.
Nel 1499 Ludovico il Moro fuggì da Milano, dopo l’invasione del ducato da parte dei francesi, mentre Leonardo intraprese una serie di viaggi, si recò a Mantova, a Venezia, e poi ritornò a Firenze, in questi anni iniziò anche il famoso ritratto della Gioconda, un dipinto a lui caro che portò con se anche in Francia, alla quale non poté negare quel sorriso quasi complice per quello che aveva appena fatto.
Leonardo come avrebbe potuto architettare questa gigantesca beffa della storia? In realtà Lui fu lo strumento, lavorò su commissione in gran segreto. Probabilmente il volto della Sindone necessitava di urgenti lavori di restauro, sin dalla sua apparizione nel lontano 1353, nel tempo, sempre più spesso, durante le ostensioni il telo veniva considerato come una grande bugia. Durante la sua permanenza al soldo di Ludovico il Moro, Leonardo, aveva continui contatti con esponenti del Priorato di Syon, e con artisti più o meno noti, iniziati alle scienze esoteriche. Anche se mai dichiarato apertamente, la Sindone di Torino fu da sempre in un certo senso, un protettorato dei Cavalieri del Tempio, non dimentichiamo chi la possedeva, quando riapparve nel 1353 a Lirey in Francia. Quali le sue segrete origini, e chi era in realtà impresso sul telo funebre, “l’ultimo Gran Maestro del Tempio”.
Quale migliore occasione, per architettare in gran segreto una simile beffa, nel dare il nome all’uomo della Sindone, e inserendo nel contempo la propria immagine, quasi una firma autografa.
Non è un dipinto né una stampa, è assente qualsiasi pigmento che non sia quello sanguigno. Si può dipingere con il sangue diluito in un ampolla con acqua e sale senza usare i pennelli, solo per contatto facendo una piccola pressione circoscritta attraverso una matrice? (Certo sì!) La tecnica usata, permetteva anche di produrre immagini al negativo.
“IL VOLTO NUOVO DELLA SINDONE IN PRATICA E’ LA SOMMA DI DUE MEZZI VOLTI, META’ VOLTO DEL MOLAY E META’ VOLTO DI LEONARDO.
Ce lo spiega Leonardo stesso come lo ha fatto:-
La scrittura con la seta, per questo sistema impressivo veniva utilizzata una matrice di seta.
Il sistema è un procedimento di stampa per contatto, che consiste nel far passare il sangue diluito, attraverso le maglie del tessuto di una matrice facendo una pressione con uno strumento a forma di spatola. Leonardo stravolse questo attrezzo, lo avvolse completamente con delle bende o garze cercando di mantenere la sua rigidità, ma nello stesso tempo renderlo morbido e assorbente, lo intingeva nel sangue molto diluito in acqua e sale e con una leggera pressione faceva passare il sangue diluito attraverso le maglie libere e strette del tessuto di seta usato come matrice, depositando le gocce sul supporto da imprimere “il telo funebre”.
La matrice è costituita normalmente da un telaio, sul quale viene teso ed incollato il tessuto di seta facendo sì che le maglie, in tensione, risultino ben aperte secondo la necessità, per facilitare il passaggio della miscela di sangue. Con un procedimento manuale si chiudono le maglie nelle zone che non si vogliono stampare e si lasciano aperte le maglie nelle zone da stampare, in questo caso la soluzione sanguigna che impregna lo strano pennello, viene quasi guidata dalle sapienti mani dell’ artista. Non era necessario fare una pressione forte perché la soluzione acquosa di sangue potesse oltrepassare gli spazi liberi della matrice, in modo che si depositasse per contatto sul supporto da imprimere. In questa maniera, il lenzuolo funebre assorbiva quasi naturalmente la quantità di pigmento sanguigno voluta dall’artista, prendendo le forme e le volumetrie volute da Leonardo, seguiva ad ogni passaggio del liquido sanguigno, il riscaldamento con un gran numero di candele per asciugare la stesura, e qualche volta per contatto con un attrezzo metallico riscaldato.
Per riprodurre esattamente la Sindone di Torino non basta un p’ò di polvere e qualche agente chimico, bisogna aver prima conosciuto tutte le verità nascoste che il Sacro Telo cela tra le Sue pieghe.
Per lasciare una traccia di ciò, trascrisse questo messaggio su un misterioso telaio in seta, rimasto segreto per più di cinque secoli, una tempera all’uovo del XV secolo, molto particolare, perché non presenta sottofondo, l’immagine dipinta poggia tra filo e filo la cui trama rimane libera, osservando la tela di seta in contro luce si possono vedere tutti gli spazi tra filo e filo, come se fosse dipinta su un telaio a maglie larghe, in controluce dal retro possiamo distinguere perfettamente l’immagine dipinta anteriormente.
Questa mirabile tempera all’uovo, fu riscoperta verso la fine del XX secolo durante un rocambolesco recupero effettuato da alcuni fiduciari per conto del Terzo Reich durante lultimo conflitto mondiale. Questo recupero venne eseguito presso un facoltoso custode, non fu mai portato completamente a termine, infatti prima di essere recapitato all’Ordine delle Tenebre, il dipinto venne intercettato da un nuovo ignaro Custode, che lo ospitò nella sua dimora fino al 1972.
Leonardo, sicuramente anche per le sue capacità tecniche, si è trovato “suo malgrado”, coinvolto in questo artificio solo per caso, e che a causa della sua vena ironica, trasformò un segreto per pochi, in una beffa per molti. A conferma di ciò, solo un particolare alquanto singolare, i proprietari della Sindone, probabilmente informati per tempo della morte di Leonardo, per paura che l’inganno venisse a galla, mandarono in Francia alcuni fiduciari per recuperare in gran fretta uno dei tanti taccuini dove Leonardo prendeva appunti per i sui lavori, evidentemente appunti compromettenti, tutte le prove dovevano scomparire per sempre. Ma non si accorsero che un disegno collegato di Leonardo, si era perso nella Biblioteca Reale di Torino, e il telaio con il quale Leonardo operò sul volto della Sindone. Sul medesimo telaio, dopo aver terminato l’opera della ricostruzione del volto della Sindone, dipinse una mirabile tempera all’uovo su seta, rimasta in circolazione fuori della portata di quanti volevano che l’arcano non venisse a galla.
Dunque da questa relazione, risulterebbe che sulla Sindone vi siano state impresse più immagini, un corpo molto antico presumibilmente risalente all’anno 30-33, “se così fosse ci troveremmo difronte al telo di lino che avvolse il corpo di Gesù”, se così non fosse, esisteva già un falso, un corpo presumibilmente morto in stato di rigor mortis, usato come reliquia dai Templari convinti che fosse autentico; 1281 anni dopo, verso il 1314, fu disteso e avvolto con molta precisione un secondo corpo ancora vivo e febbricitante, che recava anch’esso i segni della passione di Gesù, vi rimase avvolto immobile per molte ore, quasi un giorno intero, si che l’impronta a contatto diretto, si asciugò quasi completamente; 181 anni dopo, verso il 1495 qualcuno intervenne su commissione, con una mirabile tecnica, per definire il volto e alcune parti sul telo. Quindi sulla Sindone vi sono tre periodi ben distinti, e tre differenti impressioni sul telo, questo è il motivo per il quale la Sindone di Torino non può essere mai riprodotta esattamente come è attualmente. In questo contesto tanto turbolento, non dobbiamo dimenticare le vicissitudini cruente subite dal telo funebre a causa degli incendi nelle varie epoche.
La Sindone è un falso o meglio più falsi? Dove potrebbe celarsi anche una grande verità ormai nascosta dagli eventi. Quanto rimarrebbe di questa verità dopo tante manipolazioni? Per i credenti Cristiani può rimanere tranquillamente il simbolo della Resurrezione. Per i Cavalieri del Tempio anche il telo funebre del loro ultimo Gran Maestro Molay, mentre Leonardo intervenendo con tanta decisione sul volto della Sindone, mettendoci anche parte del suo volto “metà volto del Molay e metà volto di Leonardo, risultando l’attuale volto della Sindone”, è diventato suo malgrado il loro profeta.
a.D. 2009
Rodolfo