Bibbia e immagini: tradizioni, letture o tradimenti?
Convegno internazionale organizzato da Biblia, Associazione laica di cultura biblica, e dall’Associazione “Bibbia aperta†di Padova. Patrocinio della Regione Veneto, del Comune di Padova e dell’Università di Padova.
PADOVA – L’associazione laica di cultura biblica Biblia presenta un convegno internazionale sul tema “Bibbia e immagini: tradizioni, letture o tradimenti?”, che si tiene a Padova da venerdì 15 a domenica 17 maggio.
L’iniziativa propone un’analisi dei rapporti esistenti tra i contenuti della Bibbia e la nutrita produzione di immagini che propongono una rappresentazione visiva dei principali racconti biblici, cercando di misurarne la fedeltà rispetto al testo ed evidenziando diverse immagini classiche che non si trovano nelle Sacre Scritture, rilevando così ambiguità , anacronismi, travisamenti riscontrabili in alcune raffigurazioni iconiche, imputabili a contaminazioni culturali, contesti storici, traduzioni, testi apocrifi.
Tra i relatori: Fabrizio Bisconti, François Boespflug, Massimo Cacciari, Giordana Canova Mariani, Chiara Frugoni, Jerome Cottin, Daniele Garrone, Stefano Levi Della Torre, Amos Luzzatto, Adalberto Mainardi, Gian Domenico Romanelli, Piero Stefani, Timothy Verdon.
Presentazione
Viviamo in un mondo di immagini, in un flusso ininterrotto che annulla le distanze di luogo, di tempo, di stagione; di fronte a questa ossessiva invadenza di immagini terrene, “profaneâ€, è giusto interrogarsi su quella particolare forma del “sacro†che è la sua raffigurazione che, anche in questo tempo secolarizzato, continua a svolgere una molteplicità di funzioni.
Diversa è infatti la funzione dell’immagine (ritratto o biografia) del santo/santa, della Vergine, di Cristo, della Trinità a cui ci si rivolge per devozione, venerazione, adorazione. In altri termini, ogni immagine sacra presuppone un differente atteggiamento del fedele, un modo diverso di “stare alla presenzaâ€, o di chiedere il suo intervento, anche per via mediata (la mediazione dell’immagine, appunto).
Nella tradizione occidentale, che discende, da un lato, da quella mediorientale, poi ellenistica, poi romana e bizantina, fino all’antropomorfismo rinascimentale portato alla sua massima elevazione, e, dall’altro, dalla non rappresentabilità del divino della tradizione biblica e giudaica, si vive, nella stratificazione dei secoli, questa contraddizione: le chiese raccontano e rappresentano, l’incarnazione si compie anche attraverso la materia dell’immagine, il marmo o l’avorio, il vetro o l’affresco, il legno o la tela.
Anche quando – come nell’icona bizantina orientale – sulla tavola di legno si stende un velo di lino, a sottolineare la distanza che passa fra immagine terrena e soggetto rappresentato, la contraddizione rimane; essa è ancora più drastica, drammatica nella scelta di Giotto, quando ai fondi dorati sostituisce l’azzurro del cielo terreno, essa racconta una Passione che possiede fin dall’inizio una doppia natura, rappresenta una sofferenza che è mistero o promessa.
Nei nostri occhi come nella nostra mente, l’immagine è idea, è forma e sostanza; la conoscenza della Bibbia – specialmente nel mondo cattolico – è affidata molto più alle immagini che alla lettura; è dunque questa “lettura†a tessere la memoria e il racconto, a fondare un culto. Spesso attraverso i tradimenti a cui il titolo del convegno allude: le “corna†di Mosè, Paolo di Tarso che cade da cavallo, ecc. ecc.; o le sostituzioni: il buon pastore che è l’Hermes (Mercurio) crioforo, la Vergine che sostituisce la Grande Madre mediterranea e così via.
Se le chiese cristiane (salvo la parentesi non marginale dell’iconoclastia, e poi la controversia sulle immagini della Riforma) non hanno mai rinunciato del tutto al “segno†che l’immagine comporta (ricordiamo di sfuggita che anche l’architettura è “segnoâ€), esse si trovano oggi a confronto con altre tradizioni religiose che rifiutano l’immagine, privilegiano la sola scrittura oppure conferiscono agli idola un valore in sé sacro o taumaturgico. Ripercorrere il cammino dell’immagine del sacro e del divino durante più di due millenni è dunque anche un dovere, significa conoscerci e riconoscerci.
Chiedersi oggi che significhi o come si giustifichi il culto delle immagini, “miracolose†o no, vuol dire incrociare la storia della cultura e dell’arte con la storia della devozione e della fede che è, come dice Dante, «sostanza di cose sperate e argomento delle non parventi»; ma allora, non è anch’essa un’immagine del sacro?








































