Gli italiani e la Bibbia: la conoscono e la mettono in pratica poco

Il 74 per cento degli italiani che si definiscono “praticanti” pensa che la Bibbia debba essere insegnata nelle scuole, ma il 73 non ha letto un brano delle Sacre Scritture negli ultimi dodici mesi, solo il 60 per cento sa che i Vangeli fanno parte della Bibbia, il 40 per cento è convinto che uno dei Vangeli sia stato scritto da san Paolo. Sono alcuni dati che testimoniano la scarsa conoscenza della Sacre Scritture da parte dei cattolici italiani, e che emergono da una ricerca GFK-Eurisko condotta lo scorso anno, in preparazione del Sinodo sulla parola di Dio nella vita e nella missione della Chiesa da parte della Federazione Biblica Cattolica presieduta da monsignor Vincenzo Paglia, vescovo di Terni-Narni-Amelia. I dati relativi alla “conoscenza biblica” dei cattolici italiani sono stati anticipati e ampiamente commentati su Famiglia Cristiana in più occasioni. Ora il materiale della ricerca è confluito in un volume, Fenomeno Bibbia – Una sorprendente inchiesta sul libro più letto del mondo, curato da monsignor Paglia e pubblicato in questi giorni dalle Edizioni San Paolo (euro 16,00 pp 168). Dal volume sono tratte le tabelle – finora inedite – relative ai comportamenti etici dei cattolici italiani, che pubblichiamo in queste pagine.
Tradurre concretamente nella vita quotidiana le indicazioni della Bibbia risulta difficile per la maggioranza degli interpellati nell’inchiesta Fenomeno Bibbia. Uno dei motivi, spiega l’arcivescovo di Chieti-Vasto Bruno Forte, presidente della Commissione episcopale per la Dottrina della fede, «è che il principio dell’autonomia, caratteristico dell’epoca moderna, è stato spesso esasperato, spingendo l’uomo a farsi arbitro assoluto del proprio destino e creatore anche del proprio codice etico. Ed è questo che fa apparire un paradigma morale come quello biblico, che ci giunge dal di fuori del nostro mondo soggettivo, da Dio e dal suo amore, come qualcosa che sovrasta l’uomo e che dunque sarebbe impossibile da attuare».
Insomma, monsignor Forte, abituato a gestirsi da solo, l’uomo fa fatica a vivere quella che la Bibbia chiama l’obbedienza della fede, cioè la disponibilità a farsi guidare dall’alto?
«Esattamente questo mi sembra il grande ostacolo che fa vedere la Bibbia come un libro dalle esigenze estreme. Ma non è così. Il Vangelo non punta all’osservanza delle regole, come se fossero un fardello posto sulle nostre spalle, bensì al dono della conversione, al rinnovamento del cuore. Perciò la principale proposta che ci fa la Bibbia è di comprendere che sono l’innamorarsi di Dio e il lasciarsi trasformare dall’incontro con lui a donarci la capacità di realizzare le esigenze sia del Decalogo, sia delle Beatitudini».
C’è dunque un’importante sfida pastorale nell’orizzonte ecclesiale: rendere le Scritture, che indubbiamente continuano a possedere un fascino anche nella società secolarizzata, una parola che cambia il cuore e la vita…
«La molla fondamentale della conoscenza è l’interesse, cioè l’essere attratti mediante un vincolo d’amore da ciò che si vuole conoscere. Dunque, per penetrare nella conoscenza della Bibbia occorre imparare ad amare Colui che nella Bibbia ci parla. Dal punto di vista pastorale è allora essenziale inserire la proposta della conoscenza biblica, finalizzata a una crescita morale e spirituale della persona, all’interno dell’annuncio della fede, dell’annuncio del Dio di cui la Bibbia ci parla. Ecco perché la difficoltà non consiste tanto in ciò che la Bibbia può chiedere, quanto nell’accendere quell’amore che ci rende disponibili ad accettare e vivere le sue richieste».
Dall’indagine emergono molti spunti. Per esempio, il 36 per cento dei praticanti – per stabilire ciò che è bene e ciò che è male – utilizza unicamente la propria coscienza, mentre un 15 per cento fa riferimento alla sola legge di Dio e il restante 48 per cento impiega la coscienza individuale che pone attenzione alla legge di Dio. Quale riflessione le sollecita questo dato?
«Mi fa pensare a quanto il principio moderno dell’autonomia sia penetrato profondamente anche fra i cattolici del nostro tempo. Il fatto che più di un terzo degli interpellati abbia la propria coscienza come unico riferimento per la definizione dei comportamenti è un frutto della modernità , che però ha posto così il cuore umano in una situazione di solitudine esistenziale. Ugualmente rischioso ritengo il fatto che il 15 per cento non utilizzi la mediazione della propria coscienza nel riferirsi alla legge di Dio, perché un simile atteggiamento può facilmente cadere in forme di fondamentalismo. Ecco perché il processo di discernimento, che esprime la reale novità della morale cristiana, deve passare sempre dall’incontro fra il Dio vivente che ci chiama e la risposta libera e consapevole del nostro cuore. Un segnale in tal senso importante è la testimonianza di quel 48 per cento che unisce l’attività della coscienza individuale all’attenzione alla legge divina».
Emblematico mi sembra anche che la metà dei cattolici interpellati si sia dichiarata d’accordo con l’idea che chi è malato e non può guarire deve poter scegliere come e quando morire…
«Forse questa domanda è stata espressa in modo un po’ ingenuo, perché in realtà nessuno conosce esattamente il confine vero di una decisione morale di fronte al mistero della morte, se non quando lo sta vivendo in prima persona. A quanti hanno risposto così vorrei dire che le condizioni fondamentali perché si prenda una decisione moralmente significativa devono essere almeno tre: in primo luogo la coscienza della persona; poi il confronto con chi è competente in materia medica; infine, oltre scienza e coscienza, la rete di relazioni vitali in cui la persona è inserita, a cominciare da quella della fede in Dio».
Da tali risposte non le sembra legittimo il sospetto che questo, più o meno spinto, individualismo etico sia in qualche modo figlio di un’ignoranza biblica che contraddistingue una buona fetta dei cattolici italiani?
«È probabile. Quanto più si prende sul serio il confronto con la Bibbia, quanto più si ascolta e si studia la parola di Dio, tanto più si viene aiutati a liberarsi da forme di individualismo che prima o poi risultano deleterie, tanto per la persona, quanto per la società . In questo senso mi sembra importante richiamare l’esempio della nostra Costituzione repubblicana, che ebbe come principale fonte ispirativa di valori il Codice di Camaldoli, elaborato nel 1943 da un gruppo di giovani cattolici. Ebbene, quel Codice è di fatto ispirato dal personalismo cristiano, che alla scuola della Sacra Scrittura ha elaborato le idee fondamentali della dignità irripetibile di ogni persona e dei conseguenti diritti e doveri di uguaglianza e di giustizia che se ne possono trarre. La Bibbia ci libera dalle secche dell’individualismo esasperato e ci aiuta a costruire legami che ci rendono tutti più ricchi di umanità e donano senso e bellezza alla vita».







































