A colloquio con Paolo De Benedetti
Guarda il mondo attraverso la Bibbia Paolo De Benedetti. È questo il punto di osservazione privilegiato di un uomo che fin da piccolissimo è stato abituato ad “appassionarsi” alle Scritture. Fin da quando, bambino, le ascoltava dalla voce della mamma. Oggi Paolo De Benedetti ha 82 anni e lascia l’insegnamento in giudaismo presso la Facoltà teologica dell’Italia settentrionale a Milano, che nei giorni scorsi ha organizzato una serata in suo onore. Cattolico di radici ebraiche, laureato in filosofia all’Università di Torino nel 1949; perfezionatosi in lingue e letterature orientali presso l’Università Cattolica, per diversi anni ha alternato il lavoro in casa editrice con l’insegnamento universitario. Continuerà ad essere docente di Antico Testamento presso gli Istituti superiori di scienze religiose di Trento e Urbino. Lo abbiamo intervistato.
Come vede la situazione odierna del mondo tra la crisi economica e la perdita di tanti valori?
“È un mondo molto più instabile di una volta. E l’instabilità ha diversi aspetti. Proprio oggi le persone in grandissima maggioranza si devono spostare. Quando ero bambino chi viveva in un paese o in una città lavorava lì. Adesso il mondo è pieno di pendolari, di gente che si muove per affari: è dimostrato da una quantità enorme di automobili. Inoltre, oggi l’individuo riceve da fuori un numero incredibile di stimoli: il rapporto tra interno ed esterno che allora era più stabile ora non lo è più. Ma questo mondo è anche dominato da una forma abnorme di messianismo. Se religiosamente il messianismo ebraico cristiano ha una tensione verso il futuro, il messianismo della società di oggi è invece la continua aspirazione a qualcos’altro”.
Può fare un esempio?
“Una forma degenere di messianismo, una delle infinite tensioni verso le quali si è sbilanciati è: «Oh, se potessi avere quella Mercedes!».Questo succede perché l’essere umano ha sempre teso verso il futuro, ma con diverse aspettative rispetto a quelle di oggi”.
Che cosa provoca questa tensione?
“Oggi c’è una mescolanza tra molte cose, come religione, economia, e così si cancella anche il passato. Provate a chiedere a un bambino il nome dei suoi nonni o addirittura dei suoi bisnonni: ne troverete molti che non lo sanno. Questa è una perdita del passato”.
Un problema di memoria?
“Sì, non voglio dire che il passato sia tutto buono o bello. Ma va conservato. Io sono molto legato alla mia origine ebraica e ci sono due cose che considero fondamentali e cerco di inculcare in tutti. Prima di tutto ricordare i nomi di coloro che sono morti, perché la vera morte consiste nel dimenticare il nome. Non è un caso che nella liturgia ebraica, nel giorno dell’espiazione, a Kippur si recitano i nomi di tutti coloro che sono morti nell’anno. Non solo per suffragio ma perché ci siano anche loro lì con noi. E la seconda cosa che mi emoziona è che nei cimiteri ebraici certe volte sulle tombe si trova un sasso appoggiato lì. Questo significa che colui che è sepolto in quel luogo non è dimenticato. Mi preoccupo sempre di mettere un sasso sulla tomba delle persone care perché vuol dire che c’è qualcuno vivo che non si dimentica di chi è esistito. Ho messo un sasso anche sulla tomba del cimitero cristiano dove sono sepolti i miei genitori”.
Cosa vuol dire perdere il passato?
“Ignoranza, oppure desiderio di non ricordare cose tristi. Questa perdita del passato è uno degli aspetti più pericolosi e negativi del nostro presente”.
Questo ci fa anche vivere male la tensione verso il futuro?
“Non c’è dubbio. Non dobbiamo dimenticare che a un certo punto del futuro noi saremo passato. Nella tradizione biblica c’è un verbo che è fondamentale: zakhor, ricorda. Anche nel cristianesimo, oggi, dopo il Vaticano II si è introdotta una parola che la gente dice senza rendersi conto di quanto sia importante: memoriale, che non è solo memoria, ma far diventare presente quello che è passato, non solo che sia vivo quello che è ricordo, ma che torni ad essere presente”.
Cambiamo argomento. Che cosa ha colto del viaggio del Papa in Terra Santa?
“Giudico positivamente questo viaggio perché Benedetto XVI è riuscito a dire cose importanti senza dover ricorrere alla diplomazia, facendo discorsi che potevano essere ascoltati senza polemica”.
Crede che potrà rilanciare il cammino di pace?
“Lo spero, però da tutte e due le parti ci sono gli oltranzisti. Spero che le cose molto terrene, politica, diplomazia riescano dove le attese messianiche non funzionano ancora. Ci vuole pazienza”.
Non possiamo non riservare un’ultima riflessione agli animali, che le sono così cari al punto dall’aver dedicato un libro alla loro “teologia”.
“La nostra vicinanza agli animali è molto maggiore di quanto non crediamo. Dio ha voluto incarnare la vita in infinite forme di animali (dove anima vuol dire respiro alla maniera ebraica). Noi abbiamo una maggiore sensibilità per gli animali superiori, ma bisogna avere amore per qualsiasi forma di vita, anche per le piante, che nella tradizione ebraica pregano Dio perché doni la pioggia”.
a cura di Francesca Lozito





































