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Pedro Iglesias Curto

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editor in chief
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pubblicato:
lunedì, 29 giugno 2009

fonte:
L'Osservatore Romano - 28 giugno 2009

rubriche:
Attualità : Bibbia e arte
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È la più antica icona di san Paolo

L’affresco è stato scoperto il 19 giugno durante i restauri nelle catacombe romane di Santa Tecla coordinati dalla Pontificia Commissione di Archeologia Sacra. Tra i dipinti della fine del IV secolo nelle ultime ore è emersa anche la figura di san Pietro.

Venerdì 19 giugno. Mentre si procede a un lento e accurato restauro della decorazione pittorica di un cubicolo delle catacombe romane di Santa Tecla sulla via Ostiense, una sensazionale scoperta impressiona gli archeologi che seguono il lavoro da più di un anno. Nella mattinata il laser mette in luce il volto severo e ben riconoscibile di san Paolo, tra i più antichi e i più definiti che ci abbia consegnato la civiltà figurativa dell’antichità cristiana. Anzi, per le sue caratteristiche può essere considerato la più antica icona dell’apostolo finora conosciuta.

Il volto, circondato da uno sfavillante clipeo giallo oro su rosso vivo, emoziona per il suo graffiante espressionismo e appare come un’icona forte ed eloquente dell’Apostolo delle genti, un volto d’epoca, che ci accompagna verso quella missione che la Chiesa di Roma, tra il IV e il V secolo, affida alla figura di Paolo nella conversione al cristianesimo degli ultimi pagani.

Altre immagini di san Paolo erano note nelle catacombe e nei sarcofagi romani, ma il busto appena scoperto meraviglia per la sua suggestiva espressione e ha lasciato senza fiato i restauratori, che hanno interrotto subito il loro lavoro, come intimiditi da quello sguardo antichissimo, da quella fisionomia che spuntando dall’oscurità della catacomba emoziona e folgora chi la contempla. Il giorno della scoperta, nonostante l’avvicinarsi del fine settimana, i responsabili della Pontificia Commissione di Archeologia Sacra sono accorsi immediatamente presso il sito archeologico e hanno potuto verificare la straordinaria importanza della scoperta. Per questo, anche se il restauro è in corso, hanno deciso di anticipare la notizia del rinvenimento.

In questi giorni i restauratori hanno continuato il loro lavoro e hanno meglio evidenziato i tratti del busto dell’apostolo, ma hanno anche effettuato altre importantissime scoperte. E altre se ne prevedono per le prossime ore e per i mesi a venire. Il tondo di Paolo, infatti, si colloca nella volta del cubicolo, dove attorno al clipeo campito del Cristo Buon Pastore sono sistemati quattro altri tondi che accolgono, a loro volta, i busti di quattro personaggi. Tra questi sono ben riconoscibili quelli relativi a Paolo, appena scoperto, e a Pietro, riapparso proprio in queste ultime ore, mentre gli altri due, pur caratterizzati nell’età e nella fisionomia, potrebbero riferirsi ad altrettanti apostoli, ovvero a due santi intercessori o, infine, a due defunti.

Il volto più espressivo ed emozionante è sicuramente quello di Paolo, situato nel tondo posto a sinistra, rispetto all’ingresso. Dal momento che l’imago clipeata rappresenta una raffigurazione devozionale scelta dalla famiglia dei defunti per proteggere il loro cubicolo, il busto di Paolo può essere considerato la più antica icona dell’apostolo finora rinvenuta, nel senso che dal livello evocativo si passa a quello del culto.
L’immagine e gli altri clipei sono incastonati in un complesso e variopinto cassettonato, come se si volesse emulare il soffitto di un prestigioso edificio di culto.

Non dimentichiamo che a poche centinaia di metri si innalzava la celebre basilica dedicata nello scorcio del IV secolo all’Apostolo delle genti dagli imperatori Valentiniano II, Teodosio e Arcadio, costruita sulla memoria apostolica, già monumentalizzata nel 324 da Papa Silvestro e voluta da Costantino. La basilica dei tre imperatori – come si diceva – mostrava forme più ampie, decorazioni più sontuose e fu portata a termine dal figlio di Teodosio, Onorio (395-423), come suggerisce il distico inserito nell’arco trionfale (Teodosius coepit, perfecit Honorius aulam + doctoris mundi sacratam corpore Pauli). Lungo la curva del medesimo arco correva, poi, un’altra iscrizione, che dava conto dei lavori intrapresi da Papa Leone Magno (440-461) al tempo di Galla Placidia, in seguito ai danneggiamenti dovuti a dei fulmini o a un terremoto avvenuto tra il 442 e il 443 (Placidiae pia mens operis decus homne paterni / gaudet pontificis studio splendere Leonis).

Ai lavori commissionati da Leone Magno dobbiamo riferire il programma decorativo che interessava l’intero edificio di culto che, come è noto, fu distrutto dal terribile incendio scoppiato nella notte tra il 15 e il 16 luglio del 1823. Le riproduzioni dei disegnatori del passato – primi fra tutti quelli fatti eseguire dal cardinale Francesco Barberini nel 1635 e quelli preparati, alla fine del Settecento, da Seroux d’Agincourt – assieme ad alcuni esigui lacerti musivi relativi all’arco trionfale e alla serie dei ritratti dei Pontefici realizzati in pittura, ci permettono di ricostruire il programma decorativo della basilica monumentale sorta sulla tomba dell’Apostolo delle genti.

Ebbene, tornando al nostro cubicolo e alle scoperte di questi giorni, possiamo constatare alcune suggestive assonanze tra il progetto iconografico dell’ambiente funerario di Santa Tecla e quello, ovviamente più complesso e raffinato, della basilica di San Paolo. La serie di busti campiti nella volta del nostro cubicolo ricorda, infatti, quella che si snodava lungo le navate dell’edificio di culto della via Ostiense; il cassettonato dipinto nel soffitto può emulare quello che doveva decorare la navata centrale della basilica; i temi biblici e apocrifi che decorano le pareti e gli arcosoli dell’ambiente catacombale, già noti dalle scoperte degli ultimi mesi, possono rammentare, nell’impostazione e nella dislocazione, i quadri dipinti lungo le navate di San Paolo fuori le mura; il maestoso collegio apostolico o il Cristo in cattedra, dipinti nel vestibolo del cubicolo, possono alludere al tema teofanico che poteva svilupparsi nell’abside perduta della basilica, come pare suggerire l’atmosfera apocalittica e sospesa dell’arco trionfale, dove erano sistemati i quattro viventi, i vegliardi dell’Apocalisse, il volto nimbato e radiato del Cristo tra angeli e, ancora, i principi degli apostoli.

A questo punto, si potrebbe pensare che il nucleo del programma decorativo della basilica ostiense, così come si definisce al tempo di Leone Magno, poteva essere già, in parte, realizzato nella basilica dei tre imperatori e che il cubicolo di Santa Tecla, commissionato da una personalità importante della società romana della fine del IV secolo – forse un nobile aristocratico, forse un ecclesiastico – riproponga, in scala minore, il progetto figurativo pensato per l’edificio di culto della via Ostiense.

Il volto di Paolo – che tanto ha emozionato i primi visitatori – presenta i caratteri fisionomici tipici del filosofo di plotiniana memoria, con un ovale asciutto, desinente nella scura barba a punta, il naso pronunciato, gli occhi maggiorati e fortemente espressivi, le tempie interessate da un’importante calvizie; la fronte attraversata da profonde rughe di atteggiamento. Tutte queste caratteristiche rimandano, in maniera più o meno puntuale, alle scarse notizie relative all’aspetto fisico di san Paolo. Se un veloce passaggio degli Acta Pauli et Theclae definisce l’apostolo piccolo di statura, con la testa calva, le gambe curve, un bel corpo, le sopracciglia congiunte e il naso un po’ sporgente, altri cenni di Eusebio di Cesarea (Historia ecclesiastica, VII, 8-4), di Basilio Magno (Epistolae, 360) e Giovanni Crisostomo (Oratio in principes apostolorum, 1) riferiscono solo della bassa statura e del tipo filosofico, mentre Agostino lascia prima intendere che i ritratti di Paolo in circolazione erano pura invenzione iconografica (De Trinitate, 5-8), ma poi riferisce che una certa Marcellina carpocraziana, possedeva, per adorarle, le immagini di Gesù, di Paolo di Omero e di Pitagora (De haeresibus ad Quodvultdeus, 7).

Nelle nuove pitture scoperte nel cubicolo di Santa Tecla, come si diceva, appaiono ambedue i volti dei principi degli apostoli, definiti in tutte le peculiarità fisionomiche, che li caratterizzeranno nella civiltà figurativa tardoantica, bizantina e medievale e che giungeranno sino ai nostri giorni. Se, infatti, il volto di Pietro – purtroppo molto rovinato dal punto di vista conservativo – si impronta a una solidità fisionomica e a una potenza espressiva dai tratti marcati e decisi, anche se adesso poco giudicabili, con capigliatura ricca, candida, aderente al capo, l’ovale ampio, stereometrico, la barba corta e mossa, quello di Paolo sembra ricavato da un contrappunto e si propone con le sembianze di un pensoso e ispirato filosofo, dall’espressione esangue, sospesa tra inquietudine e serenità.

La compresenza di Pietro e Paolo nel soffitto del nostro cubicolo, seppure arricchita dalle altre due immagini per ora ingiudicabili, ci accompagna verso quello slogan della concordia apostolorum, ideato quale elemento determinante dell’ambizioso progetto politico-religioso della renovatio Urbis, pensato simultaneamente dalla propaganda imperiale e da quella pontificia, nell’ultimo scorcio del IV secolo e nei primi decenni del seguente, in perfetta sintonia con la cronologia dei nostri affreschi.

Qui, come si diceva, la vecchia tematica paleocristiana si affianca a un nuovo repertorio, che si apre, ad esempio, ad accogliere la storia del miraculum fontis, che ha come protagonista l’apostolo Pietro, mentre disseta, con un miracolo, i suoi carcerieri, secondo quanto raccontano gli scritti apocrifi. La scena, dipinta nella parete d’ingresso, proprio in corrispondenza con il busto di Paolo, mostra Pietro dal volto ben definito e simile a quello ripetuto nella volta, mentre con un gesto solenne, fa scaturire l’acqua dalla roccia per dissetare un carceriere, dal copricapo e dalla tunichetta tipica dei soldati, che si inchina verso la piccola sorgente.

La compresenza dei principi degli apostoli nel medesimo complesso pittorico vuole ribadire la doppia apostolicità della Chiesa romana, che si affianca e forse vuole sostituire il concetto del primatus Petri, basato sul Vangelo di Matteo (16, 18): Tu es Petrus et super hanc petram aedificabo ecclesiam meam.
Il primato petrino viene attutito dalla nuova ideologia della concordia apostolorum a cui si è fatto cenno e che viene teorizzata proprio a fine secolo, in concomitanza con l’esecuzione delle nostre pitture. In questo periodo, sulla scia dell’epigramma damasiano dedicato agli apostoli, che tende a riequilibrare la memoria paolina, congiungendola a quella petrina e in concomitanza con la creazione del manifesto figurativo dell’abbraccio solidale tra Pietro e Paolo, si pronunciano anche i più autorevoli Padri della Chiesa. Primus Petrus apostolus, nec Paulus impar gratia est afferma un inno attribuito ad Ambrogio (De Sancti Petro et Paulo apostolis, PL, 17, 12-53); hic regnant duo apostolorum principes, alter vocatur gentium alter cathedram possidens primam sentenzia Prudenzio (Peristephanon, II, 459); nec Paulus inferior Petro dichiara Ambrogio in maniera più secca e persuasiva (De Spiritu Sancto 2, 156).

In questo motto del De Spiritu Sancto possiamo intravedere tutte le ragioni della riabilitazione e della tematizzazione della figura di Paolo, che assurge a immagine-simbolo di un cristianesimo che voleva farsi largo e penetrare tra gli intellettuali. In questa delicata e ardua conversione degli ultimi pagani, arroccati nelle grandi famiglie e negli ambienti senatoriali romani, la sofisticata figura dell’apostolo dei gentili, il doctor gentium, il vas electionis, il sapiens architectus, il magister scientiae diventa un elemento determinante, tanto che Peter Brown ebbe a definire i cristiani vissuti durante gli ultimi anni del IV secolo e gli inizi del seguente come la “generazione di Paolo”.

Il programma decorativo del cubicolo di Santa Tecla, con la presenza simultanea dei principi degli apostoli, si cala perfettamente in questa atmosfera politico-religiosa, che vede la lotta contro gli ultimi baluardi della resistenza pagana e assurge a traduzione figurata della doppia apostolicità di Roma, una sorta di manifesto, ma anche “un invito alla conversione dei pagani – come osservava Richard Krautheimer – un segnale che i tempi erano maturi per unirsi in una fede, che era stata fondata da Pietro, il pescatore, ma anche da Paolo, l’apostolo dai più alti compiti intellettuali”.
di Fabrizio Bisconti

Grazie al laser è apparso l’inatteso

di Barbara Mazzei
Alcuni giorni fa, sotto una spessa concrezione calcarea che nascondeva la decorazione della volta del cubicolo della catacomba di Santa Tecla, si è rivelato il volto emaciato dell’apostolo Paolo. La caratteristica fisionomia assegnata all’apostolo delle genti dall’arte paleocristiana, che gli ha attribuito le fattezze ideali del pensatore, con grandi occhi dallo sguardo lontano perso nel vuoto, guance scavate, incipiente calvizie e lunga barba incolta terminante a punta, non lasciava alcun dubbio sull’identificazione. La sua presenza ha suscitato profonda emozione, entusiasmando i restauratori e imponendo una repentina accelerazione al restauro.

Benché si lavorasse da oltre un anno nel cubicolo, raggiungendo soltanto nell’ultimo periodo risultati insperati grazie alla tecnica laser – qui applicata per la prima volta in ambiente ipogeo – le condizioni deplorevoli del soffitto dell’ambiente rendevano i restauratori restii ad affrontarle. Dalla spessa patina calcarea affioravano vaghe forme geometriche, un clipeo centrale e almeno due tondi angolari. Lo schema della decorazione non è inusitata per le volte delle camere catacombali, che spesso accolgono la figura del Buon Pastore circondato dalle personificazioni delle stagioni, a rappresentare il volgere del tempo governato da Cristo.
Questo ci si aspettava anche in tale cubicolo, ma il rinvenimento del volto di Paolo proprio in uno dei tondi angolari della volta ha stravolto tutte le aspettative. Ci si è così dedicati al disvelamento degli altri tre clipei, dove in successione si sono rivelati i volti di due altri apostoli, uno particolarmente giovanile e l’altro dai tratti marcati (forse Giovanni e Giacomo), per scoprire nel terzo il canuto volto di Pietro. Per la prima volta nell’arte paleocristiana agli apostoli, e fra essi, primi fra tutti, i due principi degli apostoli, viene assegnata una postazione di così grande rilevanza; non accompagnatori di defunti, come in molti sarcofagi del IV secolo, né partecipanti al collegio liturgico presieduto dal Cristo, ma singole personalità che sovrintendono l’intero creato.

L’inatteso rinvenimento si situa nel corso di una lunga campagna di restauro intrapresa dalla Pontificia Commissione di Archeologia Sacra nell’unico cubicolo decorato della catacomba di Santa Tecla sulla via Ostiense. Lo stato di conservazione della decorazione risultava particolarmente compromesso fin dal primo rinvenimento, avvenuto in un’epoca anteriore al 1720. Fu opera di Marco Antonio Boldetti il quale, nelle Osservazioni sopra i cimiterj de’ santi martiri, ed antichi cristiani di Roma, riporta: “Si osservarono diverse pitture, ma talmente guaste dal tempo, che non si può ravvisare cosa mai rappresentassero”.
Il cubicolo, rimasto interrato per secoli, era ampiamente ricoperto, soprattutto lungo la fascia inferiore delle pareti e lungo l’imboccatura del lucernario, da uno spesso strato di fango argilloso, che con il tempo si era indurito sino ad assumere un vero stato concrezionale; nella parte alta delle pareti e soprattutto sulla superficie piana del soffitto si concentravano gli spessi strati concrezionali che, come detto, offuscavano totalmente l’originale partito decorativo.

L’intervento ha preso avvio secondo le consolidate tecniche di pulitura tipiche degli ambienti ipogei, limitandosi a delicate e difficoltose operazioni meccaniche, tali da produrre soltanto un assottigliamento degli strati concrezionali. Con il procedere della pulitura, una prima difficoltà. Al di sotto delle incrostazioni calcaree è stata rinvenuta infatti una sottile patina nera confusa con un secondo strato scuro che traspariva al livello della pellicola pittorica: inaspettatamente le raffigurazioni non erano state collocate sul consueto colore bianco dell’intonaco, secondo il più canonico repertorio catacombale, ma su uno sfondo scuro con qualche sfumatura verdastra richiamante i più antichi esempi pompeiani.
Il parziale svelamento delle superfici faceva intanto affiorare un ventaglio cromatico altrettanto insolito, mostrando una pittura corposa e ricca di velature e di sfumati che suggeriva un elevato livello qualitativo degli antichi artifices.

A un certo punto, però, i tradizionali sistemi di pulitura meccanica dovevano arrendersi davanti alla tenacia di alcune incrostazioni; e al pericolo di apportare danni alla pittura; in particolare il soffitto dell’ambiente, da cui iniziava a trasparire un complesso intreccio geometrico, era attanagliato da uno strato talmente aderente di materiale estraneo da rendere impossibile una pur parziale asportazione. Si era consapevoli ormai delle eccezionali qualità tecniche del complesso decorativo e i risultati raggiunti fino a quel momento non potevano ritenersi soddisfacenti. Si è pensato quindi di sperimentare l’innovativa tecnica dell’ablazione laser. Una scelta rivelatasi quanto mai proficua. La tecnica laser, che si distingue per limitata invasività e maggiore controllo, dimostra una risposta ottimale nel trattamento delle superfici decorate di ambiente ipogeo, grazie anche alle peculiarità tecnico-esecutive della pittura paleocristiana e alle particolari condizioni microclimatiche degli ambienti. Il perenne velo di condensa acquosa che attanaglia gli affreschi catacombali sembrerebbe infatti esercitare una funzione protettiva nei confronti del potente raggio luminoso, conferendo inalterabilità ai colori ed esercitando un’azione coadiuvante nella procedura di distacco delle sostanze sovrammesse alla pittura.

I risultati raggiunti, come i volti degli apostoli dimostrano, sono di qualità insperata, e l’impiego di questa rivoluzionaria tecnica di restauro nelle catacombe di Roma promette nuove sorprese.

Dal buio di un mondo sommerso due volti nella luce

di Gianfranco Ravasi

Proprio quando l’Anno paolino tocca il suo apice conclusivo e la Chiesa celebra la solennità dei principi degli apostoli, un fortunato intervento di restauro, promosso dalla Pontificia Commissione di Archeologia Sacra nelle catacombe romane di Santa Tecla sulla via Ostiense, non lontano dal complesso basilicale di San Paolo fuori le mura, ha offerto, tra l’altro, la sorpresa di un busto dipinto di san Paolo. È un evento straordinario che suggella in modo inatteso e sorprendente le iniziative che hanno cadenzato questo denso anno giubilare.
Il cubicolo dipinto, interessato dal restauro, rappresenta uno degli ultimi monumenti scavati nella catacomba. Uscendo da Roma, lungo la via Ostiense, si incontra, prima, il grande cimitero di Commodilla, dove riposano i martiri Felice e Adautto e, poi, il piccolo ipogeo di Timoteo, probabilmente situato nella “roccia di san Paolo”, ricordato dagli itinerari medievali e forse riconoscibile nella piccola catacomba ancora visitabile nel costone della rupe. Ma così come Timoteo non può essere identificato con il compagno di Paolo, anche la Tecla che attribuisce la denominazione alla nostra catacomba – la terza che si incontra percorrendo la via Ostiense – non può essere identificata con la protagonista dell’antico apocrifo denominato Acta Pauli et Theclae.

Tale basilica-santuario, come suggerisce la Notitia Ecclesiarum, cioè l’itinerario dei pellegrini del VII secolo, era situata in australi parte (…) supra montem positam: corpus eius quiescit in spelunca. La catacomba, già nota nel Settecento all’archeologo Giovanni Marangoni, venne sistematicamente scavata negli anni Sessanta del secolo scorso. Già allora si conobbe l’esistenza di una martire romana di nome Tecla, della quale, purtroppo, non si hanno altre informazioni, anche se, dalla cronologia generale del cimitero, si può ipotizzare che la martire fu uccisa durante la persecuzione dioclezianea, agli inizi del IV secolo. Un’iscrizione, rinvenuta nel vicino cimitero di Commodilla, ricorda che un cristiano sepolto in questo complesso funerario morì nel natale domnes Theclae, ma tale testo risulta mutilo, per cui è impossibile conoscere almeno il dies natalis, ossia il giorno della morte della martire.

A questa Tecla, ricordata anche dalle fonti medievali, venne dedicata una basilichetta ipogea a cui si accede attraverso una scala laterale, che conduce alla navata destra, delle due che costituiscono l’edificio di culto. Esso, originariamente, doveva comprendere tre navate, manomesse da interventi moderni, che trasformarono l’edificio in cantina. Sul fondo, in un nicchione, rischiarato da un lucernario, era forse collocata la sepoltura della martire. Là si conservano due frammenti di intonaco dipinto trasferiti da un mausoleo rinvenuto durante la costruzione della via Cristoforo Colombo. Il primo frammento mostra una scena con una figura femminile aggredita da un uomo, evocazione della biblica Susanna molestata dagli anziani (Daniele, 13); il secondo frammento reca dipinta una coppia di figure virili, che indicano una stella, forse per alludere a una profezia.

Tornando alle sorprendenti scoperte di questi giorni, avvenute nel cubicolo situato nel settore meridionale della catacomba, dobbiamo, però, ricordare che il restauro è ancora in corso e che altre scoperte potrebbero incrementare il repertorio, già estremamente ricco, della pittura catacombale romana. Per ora, possiamo ammirare lo straordinario volto di Paolo, ma anche quello di Pietro, meno conservato, ma suggestivo. È un’ulteriore e importante testimonianza di quella concordia apostolorum, che è nel cuore della concezione religiosa della Chiesa romana nell’ultimo scorcio del IV secolo, concezione avviata già da Papa Damaso (366-384). Giorno dopo giorno, i restauratori stanno riportando alla luce storie della Bibbia e i volti degli apostoli, scrivendo un nuovo capitolo della storia dell’arte tardoantica, che rappresenta anche l’ultimo segmento della pittura catacombale, quando questa consegna idealmente il testimone all’arte monumentale degli edifici di culto.

Nel comunicare la scoperta del suggestivo busto clipeato di san Paolo nella catacomba di Santa Tecla, va ricordato che le ultime acquisizioni dell’iconografia paolina – se si eccettua il bronzetto di Cornus (Sardegna) e gli affreschi della grotta di Efeso – sono venute proprio dalle catacombe romane e dagli scavi o dai restauri curati dai responsabili della Pontificia Commissione di Archeologia Sacra. Negli anni Ottanta del secolo scorso, infatti, durante alcuni lavori di restauro, nella tricora orientale di San Callisto, venne alla luce un piccolo frammento di sarcofago, scolpito nell’atelier ove si era approntato il celebre sarcofago di Giunio Basso, alla metà del secolo IV. In questo esiguo frammento marmoreo – ora esposto alla mostra dedicata a “Paolo in Vaticano” nel Museo Pio Cristiano – si riconoscono i bei volti del Cristo e dell’apostolo delle genti, tra i più espressivi che ci abbia consegnato la produzione plastica paleocristiana.

Alla fine degli anni Novanta, poi, nelle catacombe dell’ex vigna Chiaraviglio, collegate al grande complesso funerario di San Sebastiano, furono intercettati alcuni ambienti dipinti con una maiestas Domini, ossia con l’immagine del Cristo tra i principi degli apostoli, e con il celebre abbraccio tra Pietro e Paolo, riferibili, come gli affreschi di Santa Tecla, alla fine del secolo IV, ossia alle ultime manifestazioni della pittura catacombale. Abbandonando il sereno repertorio augurale delle scene bibliche, si sceglievano sistemi iconografici più complessi, sperimentati nelle absidi, negli archi absidali e trionfali, lungo le navate e nelle controfacciate dei più prestigiosi edifici di culto del tempo.

Tutte queste scoperte provengono da un “mondo sommerso”, da quelle oscure catacombe per troppo tempo considerate tristi luoghi di persecuzione, fuga e morte. Da quelle gallerie, da quei cubicoli, da quegli arcosoli, salvati miracolosamente dall’obliterazione e dagli interri, spuntano adesso le testimonianze eloquenti del cristianesimo dei primi secoli. Si crea, così, un vivace linguaggio iconografico, prima elementare, poi catechetico e, infine, sempre più sofisticato e allineato al pensiero dei Padri della Chiesa e dei Pontefici, destinato a tradurre in figura le idee, i programmi e i nuovi progetti della fede.






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