“Quando verrò e vedrò il Volto di Dio?”
Nei Salmi la relazione con Dio non viene espressa da un linguaggio che enfatizza l’irraggiungibile mistero, la lontananza del trascendente. Luce e tenebra, presenza e inafferrabilità vanno insieme, nella descrizione della teofania: inaccessibile nella sua trascendenza, Dio in sé stesso non si può vedere, dice la Bibbia, ma allo stesso tempo, a più riprese il testo sacro afferma che l’uomo – senza che per tanto si spezzino i limiti della creaturalità – accede alla visione del suo Volto: è possibile, in altre parole, percepire sensibilmente, esperire personalmente la reciproca trasparenza con l’Amato, grazie alla sua volontà di bene, di alleanza verso l’uomo.
Un notevole interesse suscitano oggi ancora, come in molte altre stagioni culturali, le pagine del Salterio, soprattutto in quanto da esso traspare, illuminata dall’interno, la relazione di alleanza che Israele vive con Dio, in tutta la sua intensità antropologica e teologica: la narrazione storica, che caratterizza la maggior parte dei libri della Bibbia – e che riemerge sotto una angolatura poetica nei cosiddetti Salmi storici – diviene come un orizzonte di sfondo dal quale risalta in primo piano, grazie alla potenza della poesia ma soprattutto della preghiera, l’esperienza esistenziale di Dio, in cui palpita l’immediatezza e la complessità della vita di fede del singolo come del popolo eletto.
Mirabilmente attuali risultano, tra le caratteristiche salienti, la ricchezza e la potenza del linguaggio dei Salmi, che non solo assume, come è ovvio, le forme espressive che nell’ambiente dell’antico semitico occidentale evocano la relazione con Dio, ma dà voce, in modo geniale e incisivo, alle forme antropologiche e universali che in ogni tempo e in ogni cultura descrivono la dimensione religiosa. Profondamente umane, oltre che altamente suggestive, sono la verità dell’espressione linguistica, l’utilizzazione delle metafore e il valore transculturale delle immagini, dei gesti della preghiera. Queste pagine dell’Antico Testamento costituiscono – anche soltanto dal punto di vista artistico – una ricchissima letteratura, in cui la riflessione dello spirito può ritrovare, come in miniera, una sorgente inesauribile che risponde alle variegate sfumature dell’esperienza umana, nelle sue molteplici sfaccettature, come esemplificherà l’analisi di alcune forme espressive della tematica della visione del volto di Dio.
Riflesso privilegiato della relazione viva dell’orante biblico con il suo Dio non è solo l’appello diretto formulato con il Tu, e nemmeno l’audace veridicità di un questionamento che lascia effondere senza remore l’angoscia, il terrore, lo scandalo così come l’esultanza o l’ebbrezza dello spirito, ma si presenta, come vorremmo mettere a fuoco in queste pagine, attraverso la ricchezza di una espressione metaforica universale, assai prossima alla sensibilità spirituale di qualsiasi uomo. Un esempio eloquente è proprio la frequente allusione a quello che è stato detto “l’epifania per eccellenza dell’Altro”, cioè il Volto.[1] La tensione verso il Tu di Dio si formula, come nel linguaggio dell’amore, attraverso la ricerca dell’incontro, simbolizzato nella visione del Volto. Di questo Volto, sublime e irraggiungibile al tempo stesso, il salmista percepisce alcuni tratti simbolici, segni della Presenza donata al suo desiderio.
Prima tuttavia di addentrarci in una panoramica tanto avvincente, è necessario sottolineare la potenza evocatrice che assume il linguaggio metaforico in rapporto alla densità del dato antropologico, come è stato messo in luce dagli studi linguistici, filosofici e letterari: rispetto alla formulazione esplicita dell’espressione diretta, si può dire – in estrema sintesi – che la metafora rivela una insospettata possibilità di congiunzione di diversi piani di riferimento, permettendo di varcare insensibilmente la soglia tra la dimensione razionale e quella allusivo-intuitiva, tra quanto è esprimibile in parole umane e l’indicibile, tra il finito e l’infinito. Bisognerebbe quindi, prima di percorrere il testo salmico, interrogarsi su che cosa significa, a livello antropologico, “vedere”, e più precisamente, “vedere il volto” di qualcuno.
1. Fondamenti antropologici
1.1. Che cosa significa: vedere?
Nella cultura occidentale, il desiderio fondamentale dell’uomo muove alla ricerca della verità, intesa come significato che, conferendo al vivere pienezza di senso, appaga non solo razionalmente, ma olisticamente e quindi esistenzialmente l’anelito dello spirito. Per rispondere realmente, tuttavia, alle esigenze costitutive dell’animo, la verità o il vero vengono oscuramente percepiti nella loro profonda essenza personale. Il vedere ultimo, nella sua espressione culminante, assume la valenza di un totale disvelamento del mistero, nel suo segreto irraggiungibile, l’epifania dell’invisibile. Nelle culture orientali, o comunque meno influenzate dalle ascendenze ellenistiche, o determinate in misura minore – per quanto lo permetta l’attuale globalizzazione culturale – dalle derivazioni illuministico-scientifiche degli ultimi secoli, la dimensione razionale o intellettualistica della ricerca della verità retrocede rispetto al desiderio spirituale e mistico. Vedere, allora, significa soprattutto incontrare il Tu ineffabile, che conserva tutta la sua inaccessibile trascendenza anche nell’incontro di grazia in cui accede all’aspirazione dell’uomo. Nell’uno e nell’altro approccio, in ogni caso, la tematica del vedere include una dimensione percettiva, interpersonale, pur non riducendosi ad essa: vedere dice essenzialmente disvelamento dell’Altro agli occhi dello spirito; la scoperta o l’incontro assumono una dimensione epifanica di evidenza, di certezza, di luce: tutte caratteristiche della verità, della comunione senza diaframmi, che, pur senza saziarlo mai, rispondono pienamente allo slancio interiore dell’animo.
In senso più lato, si deve però aggiungere che il campo semantico del vedere abbraccia dimensioni esperienziali variegate e diversificate, che non si limitano alla percezione visiva: non comprende perciò solo il constatare, comprovare, percepire sensibilmente o intellettualmente, ma si estende allo sperimentare, al rendersi conto, realizzare, comprendere fino al significato traslato che assumono alcune frasi idiomatiche comuni: andare a vedere, o vedersi anche nelle lingue moderne significa visitare, incontrare, dialogare e questo non solo a causa dell’uso degli organi di senso, ma per un riferimento più globale alle modalità relazionali delle persone (compreso il colloquio verbale, lo scambio dell’amicizia, l’attesa di qualche evento).
1.2. L’economia del segno
Si fa strada qui un’altra domanda, che focalizza il discorso: che cosa si vede, propriamente? Non la totalità esaustiva dell’essere, e nemmeno l’ultima profondità della realtà o l’interiorità segreta delle persone: le facoltà dell’uomo non percepiscono immediatamente il significato, nemmeno a livello intellettivo e spirituale, ma colgono l’emergenza per così dire simbolica degli enti nel loro essere dato; lo spirito penetra nell’infinità misteriosa dell’universo e degli uomini attraverso la loro epifania nel segno. Vedere implica percepire la luce epifanica dell’Altro, accogliendo la sua manifestazione nel frammento, dove si rende accessibile. Quando il mistero si impone alla coscienza senza divario tra la percezione e la sua profonda verità, lo spirito si acquieta, nell’accoglienza del dono. Ripetiamolo: anche in questi momenti vertice, ciò che colgono i sensi intellettuali dell’uomo non è che la manifestazione di una realtà, che resta ultimamente irraggiungibile in se stessa. Si entra in contatto con l’Altro attraverso i simboli che mediano la comunione con Lui. E il segno, in quanto tale, manifesta ma allo stesso tempo occulta, rende presente l’inesprimibile, rimandando sempre oltre se stesso. Anche la visione del Volto consiste in segni, che restano da accogliere in quanto tali, nella loro dimensione simbolica.
Si deve aggiungere, inoltre, che fin nella più sublime luminosità, l’esperienza vertice dell’incontro che sazia il desiderio inevitabilmente implica dimensioni apofatiche. Quello che si vede, persino nei momenti di grazia, non è la trascendenza infinita di Dio in se stesso, ma i segni di grazia che la rendono evidente, presente, imponendo alla coscienza la certezza della sua presenza, che si concede nello svelamento. La pienezza di luce, allo stesso tempo, i caratteri specificamente diurni, positivi, illuminatori della visione non ne esauriscono mai la totale, irraggiungibile, ultima profondità.
Sempre, perciò, in dimensione orizzontale o verticale, la relazione interpersonale, così come l’interagire degli uomini o il loro muoversi nel mondo e nella storia, non avviene se non attraverso l’economia del segno. Quando ci incontriamo gli uni gli altri, quando collaboriamo, perfino quando arricchiamo le nostre persone nel dialogo o nella donazione vicendevole, entriamo in comunione attraverso i segni, che esprimono la presenza reciproca (le simbologie verbali e comportamentali della corporeità). Ma lo stesso incontro con la dimensione corporea dell’altro conserva una valenza simbolica, che non si identifica con la comunione delle persone, ma la permette, nell’affidamento del dono reciproco. Ciò che l’altro è resta un mistero, inafferrabile nella sua trascendenza: tanto che ridurlo a ciò che di lui è percepibile o all’immagine che ne costruiscono le simbologie della relazione, significa rimpicciolirne o appiattirne la misura (inesauribile) in una riduzione cosificante. Il segno che rivela e al tempo stesso nasconde l’infinita profondità dell’altro, media l’incontro ma in modo tale da lasciare spazio alla fede, alla libertà, alla scelta della donazione, rimandando a una ulteriore pienezza, che in definitiva è di carattere trascendente e metafisico.
In sintesi, le osservazioni precedenti introducono la tematica biblica che ci accingiamo a illustrare, sottolineando che noi vediamo l’altro (l’Altro) – così come la realtà stessa – attraverso dei segni, dei simboli: resta, inevitabilmente, una dimensione profonda della verità, delle persone, dell’Alterità trascendente, che sfugge infinitamente alle percezioni del corpo e dell’anima. La presenza stessa può in certa misura essere equivoca, cioè può illudere che la relazione con la sua epifania nel segno sia in sé ultima ed esaustiva, inducendo a far credere che il Mistero si identifichi con il simbolo percepibile in dimensione umana.
L’incontro con Dio nel Salterio, come nell’esperienza della preghiera e nella realtà liturgica, avviene attraverso simboli e segni: in quanto esperienza umana, si compie in dimensione simbolica. Il centro della questione si sposta quindi sulla capacità di interiorizzazione e assunzione dei simboli: nella misura in cui mi sarà possibile attraversare le simbologie umane e divine nella loro dimensione significante, il mio cuore accederà alla gioia, cioè al compimento del desiderio.
1.3. Il significato della metafora del Volto
Un rilievo assai frequente, di carattere linguistico, sembra tuttavia rendere poco significativo un approfondimento antropologico della nostra tematica: gli studi linguistici comparativi attestano che, sia nelle lingue dell’Antica Mezzaluna fertile, come in terra di Canaan, allo stesso modo che in Egitto, il pellegrinaggio al Tempio o la visita al Santuario veniva indicata comunemente mediante l’espressione “vedere il volto di Dio”.[2] Si intendeva alludere in tal modo, mediante una locuzione usuale dal significato “tecnico”, non a una esperienza religiosa particolarmente intensa o una percezione mistica o infusa del divino, e nemmeno a una qualche particolare esperienza di contemplazione in senso stretto, ma semplicemente alla venerazione dell’effigie delle rispettive divinità, rappresentate nelle immagini sacre.
Benché il culto delle raffigurazioni divine fosse proibito nella religione ebraica per l’alta trascendenza della concezione del Dio Unico che la caratterizza, la stessa espressione linguistica è attestata anche nella Bibbia, con il medesimo significato liturgico-cultuale: la formula vedere il Volto di Dio non sarebbe quindi da intendersi, secondo tale linea interpretativa, come una reale percezione di Colui che non si può vedere senza morire,[3] ma come l’essere ammessi per grazia alla presenza di Colui che ha posto la sua dimora nel Tempio, in mezzo al suo popolo, Israele.[4]
Pur accogliendo tali annotazioni linguistiche nella loro oggettività, sembra tuttavia alquanto riduttivo ritenere della forza espressiva della formula vedere il Volto di Dio solo questa accezione lessicalizzata e stereotipa. Bisognerebbe chiedersi, più a fondo, per quale motivo viene usato in modo tanto diffuso un linguaggio che descrive l’atto liturgico come un vedere Dio: in altri termini, perché e in che senso il culto permette di vivere una esperienza spirituale descritta come un vedere, e vedere il volto di Dio.
Antropologicamente, si è già accennato che il volto è il simbolo epifanico della persona, la cui luce interiore traspare dall’atteggiamento, dai lineamenti somatici, dagli occhi, dal sorriso, rivelando qualcosa della ricchezza irraggiungibile dell’animo, nella sua misteriosa vitalità; il timbro della voce risuona del fascino esistenziale e spirituale che la inabita; l’ascolto, la capacità o meno di accoglienza e di interazione si percepiscono nella disposizione di apertura o meno verso l’altro: nel volto, il mistero della persona si assomma, in dimensione relazionale, pur sottraendosi a qualsiasi penetrazione esaustiva. Ogni volto umano è in se stesso unico, per l’infinita cesellatura dei suoi tratti, a cui concorre tutta la ricca tessitura della sua realtà fisico-corporea nell’articolazione complessa dell’esperienza vissuta che ha costruito in profondità la sua identità personale.[5] Come unica è la persona in quanto tale, unico e irrepetibile è il suo volto: esso permette inequivocabilmente di identificare l’amato, il desiderato, colui che il cuore brama.
Vedere il volto dell’amato / dell’amata è l’anelito acceso dall’amore,[6] il desiderio che anima il Cantico (2,15; 5,15; ecc.): ritrovare il suo volto, epifania del suo fascino misterioso, è ritrovare la vita, essa stessa simbolo della comunione beatificante. Vedere il volto è metaforizzazione simbolica dell’incontro reciproco, nella vicendevole, luminosa, totale trasparenza.
Per estensione, vedere il Volto di Dio è l’ultimo desiderio dell’anima, protesa verso di Lui come alla propria sorgente, principio della propria esistenza e fine del proprio anelito esistenziale: il Tu della propria sussistenza individuale. In tale dimensione, c’è un unico Volto amato, desiderato, voluto, atteso: il tuo Volto, Signore, io cerco. Non l’aspirazione quindi verso una presenza indefinita, non la ricerca di tratti indefinibili senza forma e senza individualità, ma Lui, inequivocabilmente, esclusivamente Lui, riconosciuto dallo Spirito. Come nel mistero dell’amore umano, è il suo Volto ineffabile che permette di riconoscere l’Amato, il desiderato delle genti, Colui a cui si volge l’anelito insopprimibile dell’animo. Le verità di fede apprese intellettualmente retrocedono nelle esperienze culminanti come in uno sfondo, per lasciar emergere nella coscienza, alla mozione della grazia, tutta la potenza dell’esperienza spirituale: per la caparra dello Spirito infusa nei nostri cuori, ai segni misteriosi di una presenza svelata alla chiaroveggenza della fede, anche noi possiamo attestare, con spirito profetico: è Lui.[7]
La percezione della presenza divina, riconoscere il Volto dell’Amato, è quindi un’esperienza unica e personale, dove, per grazia, la fede del credente attraversa il segno e incontra il Dio che in esso si rivela. I dati di esperienza non sono solo relativi, psicologicamente, all’individualità del soggetto, ma vengono comunicati proprio per essere condivisi, grazie alla loro estensività antropologica, quale dato di testimonianza. Non sono quindi attribuibili esclusivamente a determinati condizionamenti psicologici, ma nella loro valenza antropologica, sono attestazione di una gratuità che, vissuta da qualcuno in prima persona, viene offerta a tutti come dono, invito e vocazione, da cui viene essenzialmente il richiamo a una conversione dello sguardo, all’approfondimento di una sensibilità interiore che si lasci guidare dall’istinto dello Spirito.
Se quindi si desidera approfondire il significato che assume nei Salmi il lessico della visione e più in particolare il valore delle affermazioni linguistiche relative al Volto di Dio, bisogna tenere in considerazione non solo quanto si può conoscere delle formule di preghiera e dei testi religiosi che in epoca biblica venivano utilizzati nell’Antico Medio Oriente, o dal significato lessicalizzato e stereotipo delle espressioni cultuali, ma soprattutto è necessario avvalorare la profondità antropologica del linguaggio e delle immagini, soprattutto in chiave poetica, spirituale e teologica.
I testi del Salterio non enfatizzano particolarmente la contemplazione apofatica del mistero di Dio: a più riprese, al contrario, la pagina salmica celebra l’aperta visibilità, la magnificenza delle sue opere, cioè la manifestazione gloriosa del Signore, l’esperienza vissuta della sua epifania nella storia, in modo tale, tuttavia, da lasciare intatta la trascendenza del suo mistero. La relazione con Dio viene descritta nella complessità dell’esistenza dell’individuo e del popolo, nelle sue alternanze di gioia, dolore, luce o sofferenza vissuta, in modo tale da lasciar prevalere tuttavia la dimensione luminosa: il desiderio che protende all’uomo verso di Lui è preceduto dall’iniziativa preveniente di Colui che si dona per grazia, creando le condizioni stesse per l’incontro. Il mistero rimane tuttavia intatto: non si esaurisce né la sete dell’uno né l’infinita misericordia dell’Altro, ma viene riflesso, come in uno spaccato esistenziale, il dinamismo del vivere, in cui prende corpo il dono della rivelazione, nella sua inscindibile unità di visione e di parola.[8]
2. Il culto e la visione di Dio
L’incontro con Dio diviene oggetto di esperienza personale, secondo il testo biblico, nel luogo dove Egli ha posto la sua dimora, e dove lo spirito percepisce, attraverso i segni sacramentali, che Egli è, là. Si dà quindi una correlazione diretta, come attestano vari Salmi, tra il desiderio del Volto di Dio, la nostalgia del Tempio, la ricerca dell’intimità con Lui e il culto liturgico. La dimensione di incarnazione della religiosità ebraico-cristiana viene di nuovo messa in risalto da questo esplicito riferimento, in cui il linguaggio della preghiera conserva un carattere sorprendentemente realistico, antropomorfico; il Signore che ha posto il suo Nome, la sua gloria, l’Arca, sgabello dei suoi piedi [9] in un santuario edificato dagli uomini, in esso si concede a loro in una relazione eminentemente interpersonale, dove la reciproca presenza va intesa anzitutto nella sua profondità e verità spirituale, esperienziale.
Prima, tuttavia di percorrere i testi in cui il desiderio della visione del Volto appare come apice culminante del desiderio religioso, è indispensabile accennare almeno a un aspetto caratteristico, estremamente concreto e persino sorprendente, nella sua materialità, della preghiera salmica. Essa non è innanzi tutto elevatio mentis in Deum, secondo l’antica, classica definizione medioevale, ma relazione, dialogo, interazione vivente con Lui. La preghiera è descritta nei Salmi come grido, supplica, invocazione al volto di Dio (così, letteralmente, recitano alcuni testi, che vengono tradotti frequentemente con formula preposizionale: davanti a te [10]). La relazione in quanto tale, infatti – e quindi la relazione per eccellenza, quella con il Tu – è resa possibile secondo la Bibbia non tanto dalla mente, dal cuore, dall’intenzionalità conscia, quanto piuttosto dal Volto, considerato come simbolo relazionale della persona: in esso si unificano gli organi di senso (occhi, bocca, orecchi, narici : visione, parola, ascolto, respiro) che di tale relazione sono appunto la mediazione indispensabile.[11] Mostrare il Volto, inoltre, risulta essere una frequente modalità linguistica che descrive l’intervento salvifico, la benevolenza, la grazia di Dio,[12] come, all’inverso, nascondere il Volto indica il rifiuto della relazione che l’orante percepisce da parte del suo Signore, l’essere abbandonato e respinto, la negazione dell’esaudimento.[13]
La relazione per eccellenza che costituisce la preghiera ha luogo non solo nel segreto del dialogo interiore con Dio o nell’intimità privata dell’esistenza del singolo; in una spiritualità comunionale come quella biblica, è grande la rilevanza che assume il rito comunitario e la sua istituzionalizzazione nel Tempio e nel culto. La liturgia, la celebrazione cultuale avviene, per definizione, nell’economia dei simboli e dei segni. Tutto, nel culto, è mediazione sacramentale, pur in grado differenziato, dell’esperienza di Dio: se l’uomo in quanto tale, secondo la definizione classica, è homo simbolicus, l’ambito dove per eccellenza si esplica tale sua caratteristica costitutiva è appunto la relazione con la trascendenza, che per antonomasia non può avvenire se non per via simbolica.
La ricchezza evocativa dei segni di cui si compone la celebrazione liturgica – la luce, le nubi di incenso con le loro forme arabescate, la gloria, la bellezza, le trombe, le stesse tradizioni sacre attualizzate nella lettura dei testi sacri o negli interventi oracolari – evoca non solo una ambientazione suggestiva, psicologicamente favorevole alla percezione del soprannaturale, ma assume una pregnanza sacramentale, al punto da rendere la presenza dell’invisibile paragonabile, per la sua incidenza esperienziale, alle teofanie narrate dalle narrazioni storiche.[14]
I segni che danno vita alla celebrazione cultuale vanno dagli stessi edifici che appartengono al complesso del Tempio e dai rispettivi arredi liturgici, finalizzati a creare un ambiente particolarmente propizio all’esperienza religiosa, fino ai sacerdoti e leviti che per la loro appartenenza al servizio di Dio sono specificamente demandati a mediarne l’insegnamento, la legge, la parola, la volontà, senza escludere le singole parti che compongono il rito: le simbologie proprie ai diversi rituali, i testi e le rubriche – per non lasciare sotto silenzio l’intero l’apparato coreografico (cantori e strumenti musicali, incenso, comunità celebrativa, il clima festivo, ecc.).
Quando i Salmi parlano quindi di gloria, luce, splendore, potenza di Dio percepite visibilmente nel culto (Sal 36,10; 63,3; cf. 97,4.6), tale linguaggio, più che descrivere eventi propriamente teofanici in atto, manifestazioni specificamente soprannaturali, evoca una sovrapposizione o intensificazione di forme simboliche, con i rispettivi riverberi emozionali e spirituali, a cui concorrono le molteplici componenti dell’azione liturgica.
Dio si rivela, si manifesta, appare, come affermano i Salmi 29,2; 96,9; 98,2 (cf. 21,10; 79,10; 90,16; 106,8; 119,130) concedendosi alla supplica e all’indigenza umana, al desiderio di salvezza dell’uomo in un evento di assoluta e sublime gratuità.[15] Dio vede, ascolta, (69,34; 102,2; 145, 19 e passim), esaudisce (20,7; 61,6; 66,18, 99,6.8; 102,18; 118,21; ecc.), interviene, risponde (65,6; 86,7; ecc.) alla preghiera formulata pubblicamente dall’assemblea e al gemito segreto dello spirito, rendendo presente, anche attraverso l’oracolo profetico o sacerdotale, la sua parola vivificante. Per questa interazione personale con l’invocazione del credente, il Volto di Dio viene misteriosamente percepito nel suo essere chino, proteso, aperto all’anelito dell’orante. Le frequenti affermazioni del Salterio sulla esperienza cultuale come di un dialogo, di una relazione interpersonale, attestano che i segni di cui è ricca la celebrazione liturgica rendono presente in senso sacramentale il Tu di Dio, percepito nella fede in tutta l’immanenza e trascendenza, insieme, del suo volgersi misericordioso.
Se quindi l’incontro con il soprannaturale, come qualsiasi evento umano, non può che realizzarsi se non nell’economia dei segni, il discorso si puntualizza sulle modalità simboliche che per antonomasia mediano la relazione con Dio, cioè conduce alla riflessione sulla Liturgia, in cui l’orante biblico percepisce rivolto verso di sé lo sguardo, l’orecchio, il Volto di Dio. In essa non si contempla, propriamente, l’essenza di Dio, ma si esperisce esistenzialmente la sua presenza trascendente e protesa nella relazione (il Volto), nell’intensità luminosa e gloriosa di una atmosfera celebrativa che lo rende percepibile, pur occultando allo sguardo umano la piena trascendenza della divinità.
Nella liturgia, inoltre, si celebra la memoria e il rendimento di grazie per i benefici ottenuti dal Signore, riconoscendo in essi un riflesso della sua bontà e della sua volontà di salvezza: ripercorrere le tradizioni della propria storia apre spazi di profondità e allo stesso tempo di sintesi sull’esperienza della grazia di Dio. Evocare lo stupore davanti alla magnificenza della creazione (Sal 8,4-5; 104,2), rivivere come in una nuova esperienza visiva le gesta divine (Sal 77,17; 78,11; 102,17; 114,3) e contemplarne le azioni prodigiose (Sal 26,3; 48,9; 90,16; 107,24.42; 145,3), espressione della sua amabilità e della sua tenerezza, significa per la comunità orante, come per il singolo al suo interno, percepire nelle sue opere il riflesso della sua incomparabile maestà (Sal 46,9; 66,5), gustarne la bellezza e l’amore (34,9), vedere il compimento della salvezza (50,23; 91,16; 98,2; cf. 40,5; 52,8; 58,11; 86,17; ecc.). Il suo volgersi misericordioso, la sua presenza personale e ineffabile è divenuta percepibile attraverso il suo intervento nella storia, riattualizzato nel culto. I testi più significativi che illustrano la nostra tematica sono un riflesso della ricchezza simbolica della liturgia.
2.1. Il tuo volto, Signore, io cerco, non nascondermi il tuo Volto
All’inizio della seconda parte del Sal 27,[16] i vv. 8-9: Il tuo volto, Signore, io cerco, non nascondermi il tuo Volto, aprono suggestivamente una supplica (vv. 7-13), che segue l’iniziale confessione di fiducia (vv. 1-6): le due parti, in successione così anomala, sono state frequentemente ritenute giustapposizione di due Salmi indipendenti, per alcune divergenze tematiche e contenutistiche.[17] In ogni caso, bisogna sottolineare, ai fini della nostra riflessione, come il desiderio del volto di Dio venga qui formulato in un contesto dove ricorre con frequenza il riferimento al Tempio e del culto (vv. 4.5.6): la ricerca dell’incontro con Lui (v. 8) appare in concomitanza con la richiesta di poter dimorare per sempre nella casa di Dio per gustare la dolcezza del Signore e contemplare il suo santuario (v. 4), offrendo nella sua tenda sacrifici di esultanza, cantando e suonando per il Signore (v. 5). L’afflato spirituale dell’aspirazione dell’orante è proteso verso l’incontro personale con Colui di cui egli implora il favore e la grazia salvifica (vv. 9-13), per sperimentare fin d’ora, nel corso della vita temporale, l’esaudimento del suo desiderio, senza attendere quell’incontro beatificante che alcuni vedono qui annunciato per la vita nell’al di là.[18]
2.2. L’anima mia ha sete del Dio vivente, quando vedrò il suo volto?
Il Salmo dove per eccellenza, si può dire, viene tematizzato il desiderio del Volto di Dio come anelito all’incontro con Lui nel Tempio, è senz’altro l’unica composizione costituita dai Sal 42–43:[19] la lontananza fisica dell’esilio alimenta, per le dinamiche tipiche dell’assenza, la tensione verso il luogo in cui Dio abita (Sal 42,3b; 43,3-4): da esso scaturisce infatti quell’acqua viva [20] che non solo alimenta la vita spirituale e religiosa dell’orante, ma che, più radicalmente, rende possibile la sua stessa sussistenza fisica (cf. la simbologia della sete, 42,2-3a, del pane di lagrime, 42,4, e dei flutti di morte che si sono abbattuti sull’orante, Sal 42,8).[21] L’immagine stessa del ritorno in grazia, che si esprime nel pellegrinaggio al Tempio, non è che anticipazione simbolica dell’incontro con il Dio della gioia, che, nel perdurare della prova (Sal 42,5.12; 43,5), nella volontà dell’orante di continuare a vivere e a lottare (Sal 42,10-11; 43,2), vivifica e dilata il suo orizzonte spirituale, facendogli già pregustare l’allegrezza della reciproca appartenenza, sperimentata nella celebrazione liturgica (Sal 43,4).
2.3. Pienezza di gioia nella comunione con Dio
Mi insegnerai il cammino della vita, mi colmerai di gioia alla tua presenza (lett. con il tuo Volto, opp. davanti a te), dolcezza senza fine alla tua destra: questo versetto conclusivo (11) costituisce il vertice teologico e spirituale del Sal 16. Tutto il testo, molto bello pur nelle varie difficoltà testuali della trasmissione manoscritta, si presenta come una professione di fedeltà e di appartenenza al Signore da parte di un orante che vive una intensissima esperienza di Dio (si potrebbe pensare alla consacrazione di un sacerdote o di un levita, il cui rito viene descritto in Es 29; Lv 8 ; cf. Nm 8 e Lv 21). L’adesione esclusiva a Colui che è il proprio bene e la propria eredità, la parte migliore e splendida della propria sorte (vv. 2 e 5-6) va di pari passo con una professione di fede che rifiuta qualsiasi forma di idolatria (vv. 3-4). Dio è il maestro (lett. consigliere) sempre presente, dinanzi e a fianco dell’orante, che lo guida e lo sostiene, di giorno e di notte, nel cammino della vita (vv. 7-8): sicurezza e gioia pervadono così tutte le dimensioni della persona, nella certezza che il Signore non lo abbandonerà neppure nella morte. La comunione con Dio dilata gli orizzonti del tempo e dello spazio in una prospettiva di presenza reciproca che non potrà conoscere la corruzione, al di là di una esplicita interpretazione in chiave di vita eterna che supera le concezioni teologiche dei testi veterotestamentari.[22] Il Nuovo Testamento, con la doppia citazione del Salmo (vv. 8-11 in At 2,25-58; v. 11 in At 13,35; cf. 2,31), inaugurerà poi la frequente lettura patristica in riferimento alla risurrezione di Cristo e del cristiano (Origine, Didimo, ecc.): soltanto così verrà letta con pienezza di senso la pregnanza della intuizione poetico-spirituale di questo testo.
2.4. Nella tua luce vediamo la luce
Una connessione diretta tra il desiderio di Dio e il Tempio caratterizza anche il Sal 36, dove, di nuovo, l’esperienza della liturgia e della celebrazione cultuale conducono alla percezione interiore del dono ineffabile del reciproco incontro. Dopo una meditazione sulla dinamica nell’iniquità nell’intimo dei malvagi (vv. 2-5), il salmista eleva il suo sguardo verso il mistero di Dio, che evoca con la triplice menzione della formula «la tua bontà» (così la traduzione vigente rende qui il termine hesed, altrove reso con grazia, misericordia, lealtà, fedeltà): alla contemplazione dell’amore di Dio nella creazione (vv. 6-7), fa seguito l’esperienza che di Lui è resa possibile nel Tempio (vv. 8-10) per concludere in chiave morale, sulla relazione tra favore di Dio e giustizia (v. 11). La conclusione (vv. 12-13) riprende in un’invocazione e in un’immagine di annientamento il tema iniziale dell’iniquità.
Nel v. 10: in te è la sorgente della vita, nella tua luce vediamo luce, culmina l’allusione al Santuario: il desiderio dell’uomo – la sua fame e la sua sete – viene saziato, nel culto, dal «torrente delle tue delizie» (ricorre letteralmente, nel v. 9, il termine ebraico `eden, una chiara allusione alle dovizie paradisiache). Il linguaggio descrive, secondo i commentatori, la sazietà di chi partecipa al banchetto di comunione, ma va anche inteso metaforicamente, in riferimento a una intensità spirituale descritta attraverso esperienze sensibili, i cui tratti incisivi evocano plasticamente la dimensione ineffabile dell’incontro con Dio e della pienezza di vita che da lui scaturisce, nello spirito.
2.5. La tua grazia vale più della vita
Tra le più alte evocazioni del desiderio di Dio nel Salterio merita un particolare rilievo il Sal 63, per la inconsueta densità, non solo poetica e spirituale, ma anche realistica e somatica, delle sue metafore e del suo linguaggio. Con tutta probabilità – come nei Sal 11 e 17 – trova espressione in esso la preghiera di un innocente ingiustamente accusato, che trascorre nel Tempio una notte di incubazione o vi attende in preghiera il sorgere del sole.[23] Varie immagini, al pari delle sfaccettature luminose di un prisma, si articolano e si intrecciano in questa pagina: dalla veglia in attesa del sole (v. 2a), all’arsura della sete nel deserto (v. 2b), alla visione della gloria e della potenza di Dio nella liturgia del Tempio (v. 3), fino alla sazietà inebriante del convito sacro (v. 6a) e al canto gioioso della lode liturgica (v. 4-5.6b): tutte le dimensioni fisico-corporee, e non solo psico-spirituali dell’orante, vengono coinvolte nella sua ardente religiosità. A questa prima parte, che raffigura il versante diurno o luminoso del desiderio, risponde una seconda parte, il versante notturno, quando, nel silenzio e nella solitudine della veglia della notte, ripercorrendo i contenuti della sua memoria, l’orante percepisce il Tu di Dio che unifica la sua storia, giganteggiando in essa con tutta la sua rilevanza onnipotente e salvifica (vv. 7-8). La certezza del salmista di essere sostenuto da Lui, costituisce il principio della sua forza e della sua gioia (vv. 8-9), divenendo certezza di liberazione in una situazione di grave pericolo non più chiaramente definibile (10-11.12b). Il punto che qui interessa maggiormente sottolineare è come la tensione del desiderio ispiri una ricerca di Dio che – in tutta la densità dello spessore umano – si incarna in riferimento al Tempio, dove – letteralmente – la potenza e la gloria di Dio divengono oggetto di visione, di contemplazione (v. 3). Il testo non intende evocare esperienze mistiche straordinarie, ma quell’incontro misterioso con la trascendenza divina che diviene realtà, esperienza vissuta nell’ambito della celebrazione del culto, là dove Dio dimora e ineffabilmente si rivela (cf. Es 20,24).
3. Contemplazione del volto di Dio e integrità morale
La possibilità di vedere il Volto di Dio è, in tutti i testi precedenti, un dono di grazia, che nella liturgia del Tempio risponde al desiderio del credente per la condiscendenza mirabile con la quale il Signore previene e accede alla supplica di chi lo invoca. Ma, sul versante soggettivo, che cosa consente di vedere Dio? È interessante a questo proposito accennare anche solo brevemente a un confronto tra la concezione biblica e alcuni elementi della cultura greca, da cui emergono in modo significativo le diverse prospettive. Nella Bibbia, il vedere l’invisibile (cf. Eb 11,27) non coincide con una conquista che l’anima del filosofo raggiunge dispiegando in modo sublime le sue forze, il suo eros, per percorrere tutte le vie che conducono alla suprema visione del Bello in sé, dell’Assoluto e quindi divenire immortale (cf. Platone, Convito, 210a-212a); e nemmeno con la contemplazione delle idee, cioè del mondo intelleggibile e immateriale, di cui godeva l’anima nell’Iperuranio (cf. Platone, Fedro, 247, c-e). Come illustreranno vari testi dei Salmi, l’approccio dell’Antico come del Nuovo Testamento (cf. Mt 5,3: Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio) presuppone principalmente una dimensione etica e personale (la giustizia: cioè l’affinità con il Santo di coloro che sono stati da lui santificati; cf. Lev 11,45; 19,2; 20,7.26; ecc.). Quella giustizia che, nell’economia dell’Antica Alleanza, è propriamente irraggiungibile da parte dello sforzo dell’uomo (Sal 143,2; Gb 4,17; 9,2; 15,14), è presentata tuttavia come la condizione – donata dallo Spirito, nella Nuova Alleanza – che permette di partecipare alla somiglianza o affinità spirituale che è requisito indispensabile per vedere Dio (1Cor 2,10; 1Gv 3,2; cf. 3,6; 3Gv 11).
3.1. Giusto è il Signore e ama la giustizia: i retti contempleranno il suo Volto
L’orante del Sal 11[24] conclude la sua preghiera con la nota sublime di questo versetto (7), a cui lo eleva la sua meditazione orante: Giusto è il Signore e ama la giustizia: i retti contempleranno il suo Volto. Delle voci esterne lo sfidano, citando probabilmente un noto proverbio per suggerirgli, di fronte al pericolo, di preferire alla fede in Dio tattiche di fuga più efficaci, secondo una prudenza a misura d’uomo (Fuggi come un passero verso il monte, v. 1): le ostilità degli empi contro i giusti sono tali che prevale nel mondo un senso di impotenza di fronte alla sovversione dei principi morali, cardini fondamentali che reggono il cosmo e costituiscono il riferimento essenziale dell’esistenza umana (vv. 2-3). Ma dall’alto della sua dimora, da cui domina il cielo e la terra, Dio, in una trascendenza che è al tempo stesso onniveggente immanenza, penetra e scruta tutti e ciascuno: la sua giustizia mette a prova gli uni e gli altri, per compiere il suo giudizio salvifico già all’interno della storia (vv. 4-5). Il v. 7 sigilla quindi la riflessione teologica del Salmo: alla conoscenza che Dio ha del cuore dell’uomo fa riscontro in parallelo la contemplazione del Volto di Dio da parte dei giusti (cioè l’immediatezza di una relazione interpersonale, permessa dalla reciproca somiglianza, cf. 1Gv 3,2). In prospettiva ultraterrena, nel senso di una intuizione che anticipa quella che sarà la visione beatifica (in dimensione escatologica) [25]? Al di là del problema squisitamente teologico di un’apertura sull’al di là percepibile o meno nelle affermazioni del Salterio, così come si dà un giudizio intrastorico di Dio sull’empietà (riprendendo immagini e termini della punizione di Sodoma e Gomorra, cf. Gen 19,24; Dt 29,22, ecc.), analogamente, la comunione con Dio per coloro che sono in sintonia con Lui, a livello morale, viene rappresentata mediante l’esperienza diretta della sua presenza, che assume uno spessore reale, già fin d’ora, all’interno della storia.
3.2. Ma io nella giustizia contemplerò il tuo volto, al risveglio mi sazierò della tua presenza
Lo stesso tema viene modulato, pur con lievi variazioni, nel Salmo 17: un altro orante[26] si appella a Dio mentre nel Tempio, in un probabile rito di incubazione, attende che venga riconosciuta la sua innocenza al sorgere del mattino successivo, al momento dell’amministrazione della giustizia.[27] Il tema della giustizia, insieme a quello della presenza di Dio, abbraccia in inclusione tutto il Salmo (vv. 1.15 / 2.15). L’appello al giusto giudizio di Colui che scruta l’intimo dell’uomo poggia sulla coscienza della propria integrità morale [si noti l’affermazione della piena corrispondenza tra ciò che esce dalla bocca di Dio e da quella dell’orante] e su una confessione di piena fedeltà alle sue vie (vv. 1-3a. 3b-5). Il grido della preghiera poggia sulla fede di essere esaudito (v. 6), e si formula con l’uso degli imperativi: mostrami i prodigi del tuo amore / custodiscimi come la pupilla dei tuoi occhi / proteggimi all’ombra delle tue ali, vv. 6-9; a cui segue la descrizione delle insidie mortali tese dai nemici (vv. 10-21). Il Salmo culmina ancora una volta nel vertice spirituale e teologico dell’ultimo versetto (15), dopo l’invocazione all’intervento di Dio (vv. 13.14): ma io nella giustizia contemplerò il tuo volto, al risveglio mi sazierò della tua presenza; la rettitudine, cioè la piena sintonia del simile col simile, permette la contemplazione dell’immagine invisibile di Dio. Nel risveglio dal sonno o nel ridestarsi dalla morte? Nessun accenno nel Salmo alla vita dell’al di là o a una prospettiva ultraterrena, ma solo alla prova della notte (v. 3), che l’orante, esponendosi allo sguardo scrutatore dell’Altissimo, trascorre all’ombra delle sue ali (v. 8): il dono della visione del Volto di Dio [28] che sazia della sua presenza vivificante è la suprema ricompensa del giusto.
3.3. Quanto a me, per la mia integrità tu mi sostieni, mi stabilisci per sempre davanti al tuo Volto
La correlazione esplicita tra integrità morale e comunione con Dio sigilla, di nuovo, nel v. 14, la riflessione del Sal 41. Una formula generica di beatitudine aveva aperto il Salmo (vv. 2-4 [29]), prima di descrivere le condizioni del protagonista, gravemente infermo, oggetto di maldicenza e tradito dagli amici (vv. 5-10); ad essa aveva fatto seguito la supplica a Dio per essere guarito (v. 11), coronata dalla certezza dell’esaudimento (vv. 12-13); l’ultimo versetto, Quanto a me, per la mia integrità tu mi sostieni, mi stabilisci per sempre davanti al tuo Volto, costituisce al tempo stesso la conclusione del primo libro dei Salmi. Il principio tradizionale della retribuzione (devianza morale = castigo: infermità e morte; innocenza = benedizione divina) soggiace allo sviluppo della composizione: al giacere senza non potersi più rialzare, constatazione o malaugurio in cui terminano le parole ostili degli amici / nemici del salmista (v. 9), si contrappone direttamente il permanere eretto davanti al Volto di Dio, per sempre (così, letteralmente, recita il testo ebraico). Nel contesto globale della lirica, lo stare in piedi davanti al Signore non solo è immagine di ristabilimento e di guarigione, ma soprattutto espressione simbolica di una particolare relazione [di alleanza] con Lui (Dt 29,9-12; Es 34,2): non implica il possederlo per sempre nella visione beatifica dell’al di là [30] ma vivere oggi in una particolare comunione reciproca, espressa attraverso il restare eretto dinanzi al suo Volto, in forza della rettitudine morale (cf. Gn 17,1).
3.4. Sì, i giusti renderanno grazie al tuo nome, i retti [di cuore] abiteranno alla tua presenza
Con la medesima immagine e l’identica concezione teologica si conclude il Sal 140, nel v. 14 [31]. In questa lamentazione individuale, l’orante invoca l’aiuto di Dio contro coloro che congiurano contro di lui [32]. Al destino che, secondo l’orante, attende i malvagi nello Sheol, non si contrappone, nel v. 14, la sorte dei giusti nell’al di là, ma l’intervento di Dio, in questa vita, a favore di coloro che sono ingiustamente oppressi. Il loro rendere grazie alla presenza di Dio (lett. davanti al tuo Volto) appartiene al linguaggio liturgico cultuale,[33] che viene applicato in questo, come in altri contesti, anche alla vita quotidiana del credente, considerata come un camminare al cospetto del Signore, nella terra dei viventi (Sal 27,13; 116,9; 142,6; cf. 52,7).[34]
4. La visione di Dio concessa al Re, mediatore di alleanza per il suo popolo
Un’ultima convergenza significativa illustra un interessante riferimento alla visione di Dio concessa in modo privilegiato, paradigmatico al re. Per comprendere la rilevanza di tale sottolineatura, è necessario ricordare che, secondo la concezione biblica, il re è l’immagine pienamente realizzata dell’uomo. Egli infatti rappresenta la figura in cui si compie la sua originaria identità regale (Gen 1,26), formato al vertice della creazione, a immagine e somiglianza di Dio, di poco inferiore a Lui (Sal 8,6), chiamato ad essere signore del mondo (Gen 1,28b). L’alleanza particolare che il Signore ha sancito con il re (2Sam 7,14; Sal 2,7; 89,27-39; ecc.), significa, in senso più ampio, la missione che investe l’uomo ideale: nell’accoglienza e nella risposta al dono di Dio, egli diviene mediatore di grazia, principio di benedizione e di vita per tutti. Nella figura del re, tuttavia – a partire da 2Sam 7,14 – diviene sempre più rilevante, nonostante ma anche attraverso la delusione sperimentata nella storia una ulteriore dimensione, di carattere messianico, fino alla piena dignità regale che assumerà il Messia, Figlio di Dio, nel Nuovo Testamento.
4.1. Lo fai oggetto di benedizione per sempre, lo colmi di gioia dinanzi al tuo volto
Il Sal 21 – rendimento di grazie per la vittoria del re o per il trionfo di Dio in suo favore – costituisce il secondo pannello di un dittico, aperto dalla supplica del Sal 20, che lo precede. Se i riferimenti soggiacenti e le circostanze di utilizzazione sono piuttosto oscuri e difficilmente identificabili, il v. 8 – che descrive la fede in Dio, atteggiamento fondamentale del re – delimita chiaramente le due parti del testo, racchiuse in inclusione dai parallelismi verbali dei vv. 2.14: i benefici di Dio concessi al re, vv. 2-7, e l’intervento bellico di YHWH per la sua vittoria, vv. 9-13. Interessa qui mettere in risalto soprattutto il contenuto del v. 7, che corona la prima parte: lo fai oggetto di benedizione per sempre, lo colmi di gioia dinanzi al tuo volto. La figura del re – da intendere come figura simbolica che media l’alleanza di pace a cui è chiamato ogni membro del popolo di Dio – è fonte di benedizione per l’abbondanza dei doni divini che si riversano su di lui: l’espressione principale di tale grazia sta nel godere pienamente dell’alleanza di Dio, che si esprime in immediatezza di relazione, percezione esperienziale della sua presenza. Il linguaggio non va inteso in senso fisico e materialistico – e nemmeno come assicurazione di una visione beatifica nell’al di là – ma nella sua pregnanza teologico-liturgica, in continuità con la promessa di Dio trasmessa a Davide dal profeta Natan (2Sam 7,29).
4.2. Sieda per sempre in trono davanti al Volto di Dio,
la grazia e la fedeltà lo custodiscano per sempre
Una intercessione per il re[35] conclude anche il Sal 61, nei vv. 7-8, che letteralmente recitano, secondo il testo ebraico: Sieda in trono per sempre davanti al Volto di Dio, la grazia e la fedeltà lo custodiscano per sempre. Al di là delle questioni specifiche che tale auspicio solleva al termine di una lamentazione individuale,[36] interessa qui sottolineare di nuovo la particolare immediatezza di relazione con Dio di cui gode il re, espressa mediante la figura dell’essere seduto in trono (immagine di autorità e signoria) alla sua presenza. Propriamente, il testo non parla esplicitamente di visione[37] ma formula l’augurio di una permanenza illimitata dell’alleanza personale di cui gode il re, nella sua posizione privilegiata davanti a Dio. La frequenza con cui nel Salmo ricorrono i termini che alludono al Tempio [roccia, al v. 3; tenda, v. 5a; fortezza, v. 4;[38] le ali dei cherubini sopra il propiziatorio dell’arca, v. 5b[39]] e allo scioglimento cultuale dei voti e al canto liturgico (v. 9) è altamente significativa: in tale contesto liturgico, si inserisce la figura del re, assiso per sempre sul suo trono, davanti a Dio, colmato di grazia e di fedeltà nella sua dignità regale.[40] Il Tempio non va inteso come allusione alla dimora celeste di Dio né si possono interpretare i frequenti termini di longevità (nei vv. 5a, 7b, 8a, 9) in senso immortalistico: il poeta costruisce un crescendo per augurare – in senso encomiastico, sia individuale sia dinastico – la permanenza del re davanti al Volto di Dio, come segno del perdurare indefinito della sua missione regale: infatti, secondo la concezione soggiacente al testo, ogni bene si effonde sugli uomini da Dio, attraverso il suo ruolo di mediatore dell’alleanza.
5. Visibilità o invisibilità di Dio?
Altamente significativa è quindi la frequenza con cui le pagine del Salterio attestano, in forme molteplici, la manifestazione di Dio nelle sue opere e nella storia, ma soprattutto nel culto, dove misteriosamente si compie il desiderio che l’uomo vive della visione del suo Volto. I testi e le esperienze di Dio evocate fin qui non annullano né contraddicono la sua Alterità e infinita trascendenza: i segni dell’incontro parlano della sua presenza, della gioia della comunione reciproca, senza esaurirne la ricchezza e la profondità. La contemplazione dell’invisibile avviene per via simbolica, senza saziare mai esaustivamente l’anelito dell’uomo, ma come una caparra, un anticipo, che, ricco di promessa, sostiene l’ulteriore protendersi della sua aspirazione verso l’orizzonte ultimo e definitivo.
Concludendo, importa sottolineare come la relazione con Dio non sia caratterizzata nei Salmi dall’oscurità di un linguaggio che enfatizza l’irraggiungibile mistero, la lontananza del trascendente. Luce e tenebra, presenza e inafferrabilità vanno insieme, nella descrizione della teofania: inaccessibile nella sua trascendenza, Dio in sé stesso non si può vedere, dice la Bibbia, ma allo stesso tempo, a più riprese il testo sacro afferma che l’uomo – senza che per tanto si spezzino i limiti della creaturalità, cioè senza che si crei una contraddizione in termini – accede alla visione del suo Volto: è possibile, in altre parole, percepire sensibilmente, esperire personalmente la reciproca trasparenza con l’Amato, grazie alla sua volontà di bene, di alleanza verso l’uomo; si può sperimentare sua la bontà, contemplare la sua gloria, gustare la misericordia di Colui che si rende accessibile nella realtà della storia. Più precisamente, la preghiera e il culto liturgico costituiscono l’ambito privilegiato dell’incontro con Dio: nel dialogo con il Tu, l’orante percepisce l’accoglienza e l’esaudimento della preghiera; le simbologie liturgiche conservano la memoria e sacramentalmente mediano la presenza ineffabile, senza mai esaurirne tuttavia la conoscenza, né vanificarne la misteriosa, trascendente profondità. Nella fede, il cuore gioisce della sua comunione, donata per grazia. Il Volto di Dio che si rende accessibile nella relazione amante, intende significare il Tu di Colui che ascolta la supplica, lo sguardo che penetra l’angoscia e vede l’intima sofferenza, la luce solare che dissipando le tenebre del male rende giustizia all’innocente perseguitato, la fedeltà del Dio dell’alleanza che si manifesta agli occhi resi penetranti dalla fede, restando infinitamente Altro dal simbolo e dall’esperienza in cui si rende percepibile.
In altri termini, l’assenza e la presenza di Dio, la sua immanenza e la sua lontananza irraggiungibile, l’invisibilità e la teofania sono solo apparentemente in reciproca contraddizione, perché convergono in realtà a creare una serie di approcci diversificati, molto importanti a livello ermeneutico: rappresentano l’impossibilità di rinchiudere il divino in uno schema rigido e astratto e al tempo stesso costituiscono la modalità con cui è possibile evocarlo, attraverso differenze e tensioni che, nella loro complementarietà, aprono lo spirito alla ricchezza inesauribile del suo mistero.
L’intuizione poetica e la potenza espressiva del linguaggio metaforico, spirituale e teologico delle pagine del Salterio conducono oltre la soglia dell’umana creaturalità, che il rigore della logica o l’astrazione della razionalità non sono in grado di valicare. Quanto ci è dato di sperimentare di Dio nello scorrere del tempo – attraverso le simbologie e le realtà sacramentali che mediano la sua grazia – sostengono il nostro desiderio esistenziale nella sua parabola, tesa a raggiungere, al di là del limite che caratterizza il nostro essere mortale, l’ultimo fine, la comunione perfetta con l’Amato.
*Bibliografia essenziale
Vengono qui indicati solo gli studi fondamentali per l’approfondimento del tema, omettendo gli strumenti fondamentali per ogni lavoro esegetico, le voci dei Lessici e dei Dizionari, e i Commentari dei libri biblici, soprattutto dei Salmi.
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[1] Per un approfondimento e uno sviluppo dell’affermazione, cf. Il volto e l’esteriorità, in E. Levinas, Totalità e infinito. Saggio sull’esteriorità, Jaka Book, Milano 21995, soprattutto nelle pp. 191-231.
[2] Cf. Böhmer, 326; Baudissin, 189-197; Gulin, 3-13; Nötscher, 53-76; Reindl, 155-157 e inoltre I.J. Gelb (ed.) The Assyrian Dictionary, I/II, Chigago 1968, 21-22; W. Von Soden, Akkadishen Handwörterbuch, Wiesbaden 1972, 41.189; A.S. van der Wouden, THAT II, 454-455; H. Simian Yofre, ThWAT VI, 647; H.-F. Fuhs, ThWAT VII, 251.
[3] Gn 32,31; Es 3,6; 19,21; 33,20; Lv 16,2; Nm 4,20; Dt 4,33; 5,24-26; 18,16; Gdc 6,22-23; 13,22; Is 6,5, ecc.
[4] Per una giustificazione più ampia dell’affermazione, cf. Strola, 134-142 e note relative.
[5] Ogni volto umano è, per così dire, bulinato dalla sofferenza vissuta dalla persona, dal suo grido, dalla sua gioia, dalla sua storia individuale, così come dalla sua angoscia e dalla sua esperienza di gratificazione / comunione.
[6] Cf., nella letteratura greca, il mito di Orfeo e Euridice.
[7] Cf. Am 9,1; Is 6,1; Ez 1, passim; 8,2; 43,3.4; Gv 20,7; ecc.
[8] Nella spiritualità biblica, secondo una opinione molto diffusa, la dimensione dell’ascolto prevarrebbe nettamente su quella della visione, in corrispondenza alla rilevanza che assume la parola e all’alta concezione della trascendenza dell’unico Dio, cf. H.-J. Kraus, Hören und Sehen in der althebraische Tradition, in Studium Generale 19, Berlin 1966, 115-123 = Biblisch-Teologische Aufsätze, Neurkirchen Vluyn 1972, 84-101, specialmente 89-94; G. Kittel, ThWNT I,218-220 = GLNT I, 586-591; W. Michaelis, ThWNT V, 328-330 = GLNT VIII, 922-929; J. Horst, ThWNT V, 547 = GLNT VIII, 1530-1534; H. Schult, THAT II, 1976, 978. Tuttavia, le due dimensioni non sono né devono essere contrapposte, ma valorizzate nella reciproca complementarietà: nella teologia biblica, visione e parola si articolano e si integrano reciprocamente, nella rivelazione di Dio che resta sempre inaccessibile nella sua trascendenza pur nella relazione interpersonale con l’uomo; anche la percezione visiva assume nella Bibbia una notevole rilevanza, cf. i testi di Gn 16,13; 33,10; 32,3; Es 24,9-11; Gs 5,13; Gdc 6,22; 13,22; 2Sam 24,17; Is 6,5; si veda H.-F. Fuhs, ThWAT VII, 234-235; Vincent, 19-20; Fornara, 2004.
[9] Cf. Dt 16,1; 1Re 5,17.19; 8,16ss.29; Sal 99,1.5; 132,7-8; 138,2; 2Cr 6,10.34.38 e passim; 7,16; ecc.
[10] Sal 79,11; 88,3; 119,169.179; 141,2; 143,8; cf. l’uso della terza persona dello stesso sintagma in Sal 18,7; 19,15; 62,9; 102,1; 106,23; 142,3; ecc.
[11] Una presentazione adeguata di questo approccio – ad esempio il riferimento agli occhi – alle pupille – agli orecchi di Dio, con una indicazione anche solo schematica dei campi semantici ad essi correlati – vedi, ascolta, rispondi ! – porterebbe in ogni caso troppo lontano: basti aver suggerito la necessità di tener almeno in conto la frequenza di questa ampia metaforizzazione e la rilevanza che assume nei Salmi. Cf., oltre alle voci corrispondenti nei Lessici e nei Dizionari Teologici, la presentazione globale di Dhorme, 1963, 42-90.
[12] Sal 31,17; 44,4: 67,2; 80,4.8.20; 119,135; ecc.
[13] Cf. lo studio di Dhorme citato nella nota n. 11; l’orante nei Salmi supplica con la stessa formula di non essere respinto, punito o dimenticato da Dio nella sua prova: cf. Sal 10,11; 13,2; 2,25; 27,9; 30,8; 31,21; 51,11.13; 69,18; 88,15; 89,47; 102,3; 104,29; 143,7; ecc.
[14] Non mancano autori che affermano, all’inverso, come il linguaggio e l’esperienza cultuale abbiano influenzato la stesura dei testi teofanici relativi, ad esempio, alla ratifica dell’alleanza.
[15] La frequente correzione masoretica, riscontrabile anche nella traduzione greca della LXX, che trasforma la forma attiva del verbo vedere in quella passiva (apparire) è dovuta, come affermano gli esegeti, a preoccupazioni di carattere teologico, cf. Es 34,23; Sal 42,3 e Es 23,17; Dt 16,16b; 1Sam 1,22; ecc.; l’alternanza delle due forme è in ogni caso significativa, in quanto è Dio che si concede in una esperienza vissuta da un lato come un dono ricevuto per sua gratuita iniziativa, che corrisponde tuttavia, dall’altro, alla massima attività dell’uomo.
[16] Tutti i Salmi che si presenteranno qui di seguito – tranne Sal 42–43 – presentano nella loro iscrizione l’attribuzione a Davide (Sal 11,1; 16,1;17,1; 21,1; 27,1; 36,1; 41,1; 61,1; 63,1; 141,1); sembra tuttavia una coincidenza priva di un particolare significato semantico o di un valore ermeneutico: si spiega per i primi sette [e per il Sal 141] in quanto appartengono alla prima [e all’ultima] collezione davidica del Salterio; i Sal 61 e 63 contengono poi un riferimento alla figura del re.
[17] Cf. i commentari, in particolare quelli di Kraus, Ravasi e Alonso.
[18] I testi qui citati sono stati interpretati da M. Dahood, nel suo Commentario ai Salmi, in chiave ultraterrena e in riferimento alla visione beatifica: una tesi analiticamente discussa e contraddetta dagli studi di Smith, Dorn, Healy citati in bibliografia.
[19] Cf. Strola, 2003.
[20] Cf. Ger 2,13; Ez 47,1; Gl 4,18: Zc 14,8.
[21] Cf. Dt 8,3; Am 8,11.
[22] Gli unici testi veterotestamentari che aprono reali prospettive sulla vita nell’al di là sono Dan 12,2 e 2Mac 7,9.
[23] Il riferimento alla una figura regale nel v. 11a solleva varie questioni sull’identità dell’orante o sulla connessione della sua preghiera con il sovrano regnante, che non è possibile considerare qui.
[24] Si tratta, con tutta probabilità, come in altri Salmi citati in queste pagine, di un innocente ingiustamente perseguitato che si è rifugiato nel Tempio per godervi del diritto di asilo.
[25] Come interpreta M. Dahood, cf. n. 18.
[26] Cf. n. 24.
[27] Si può anche pensare a una composizione salmica che adotti liberamente la simbologia giudiziaria e il linguaggio cultuale per un formulario da poter riutilizzare in situazioni diverse.
[28] Così come il Signore si nasconde o si ritrae, per manifestare la sua repulsione o la sua condanna (cf. Os 5,15).
[29] Beato l’uomo che ha cura del debole: per la discussione sul riferimento alla situazione dell’orante, si vedano i commentari.
[30] Come legge M. Dahood, cf. n. 18.
[31] Non è possibile, dai soli dati che emergono dal testo, percepire nulla di preciso sulle circostanze storiche che lo hanno ispirato.
[32] La supplica del salmista si sviluppa in quattro parti, che si succedono in una articolazione binaria: vv. 2-6 (A = appello e descrizione del pericolo) ; vv. 7-8 (B = professione di fiducia); vv. 9-12 (A’ = appello e petizione del castigo di Dio); vv. 13-14 (B’ = professione di fiducia e certezza del giusto giudizio di Dio.
[33] Cf. G. Ravasi, Il libro dei Salmi, III, EDB, Bologna 51991, 843.
[34] Cf. L. Alonso Schökel – C. Carniti, Salmos, II, EVD, Estella (Navarra) 1993, 1606; tr. it, Salmi, II, Borla, Roma, 1993, 803-804.
[35] Forse una glossa, apparentemente autonoma e non integrata pienamente nel contesto, come illustrano i commentari.
[36] Alcuni esegeti affermano che si tratta di un Salmo misto; per altri, si tratterebbe di un Salmo pronunciato dal re, che prega per sé alla terza persona. In ogni caso, se Dio garantisce la sussistenza e la prosperità della casa regnante, la sua benedizione è garanzia di sicurezza, di pace anche per tutto il popolo.
[37] Tanto meno beatifica, nell’al di là, come vorrebbe Dahood.
[38] Cf. 2Cr 26,9; 32,5; Ne 2,1.11.25-27.
[39] Cf. Es 25,20; 37,9; Sal 17,8; 36,8; 57,2; 61,5; 63,8; 91,4; ecc.
[40] L’immagine è talora intesa nei commentari come l’auspicio di una permanenza illimitata del palazzo regale di fronte al Tempio, e quindi della continuità della successione dinastica (cf. Sal 110,1).






































sabato, 17 ottobre 2009 - 15:30
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