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pubblicato:
mercoledì, 13 gennaio 2010

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«Oltre la catastrofe, la speranza»

L’Apocalisse, secondo Ravasi

fonte: il secolo XIX

L’APOCALISSE è il libro forse più noto e nello stesso tempo più misterioso del Nuovo Testamento. Ne approfondiamo il significato con il presidente del Pontificio Consiglio della Cultura, l’arcivescovo Gianfranco Ravasi. Teologo e biblista, autore di numerosissime pubblicazioni, tra le più recenti “Cinquecento curiosità delle fede” (Mondadori) e “I Vangeli del Natale” (Ancora), Ravasi terrà giovedì alle 16 al Palazzo Ducale di Genova una lectio magistralis dal titolo “Rappresentazioni di Babilonia, la grande meretrice”.

Che cosa rappresenta l’immagine di Babilonia nel libro dell’Apocalisse?

«Per capire bisogna rifarsi al capitolo 11 del libro della Genesi, quello in cui si parla della torre di Babele. È subito evidente una dimensione verticale. Vogliono costruire, si dice, una torre che tocchi il cielo. Noi sappiamo che si tratta di una ziqqurath, le famose torri a terrazza tipiche della regione mesopotamica. La torre incarna il tema che i greci chiamavano übris, cioè l’uomo autosufficiente che sfida Dio, insomma Prometeo, l’autodivinizzazione. La superpotenza orientale che era allora Babilonia vuole idealmente costruire un edificio che sfidi Dio stesso. Una sorta di imperialismo blasfemo. Ateo».

Lei usa parole della geopolitica come imperialismo e superpotenza. Si tratta di un caso?

«Anche allora, come è stato a lungo per noi, il mondo era basato su equilibrio bipolare. La potenza occidentale era l’Egitto, la superpotenza orientale era Babilonia, poi l’Assiria. Nella sfida a Dio la superpotenza cancella qualunque trascendenza. Con ironia Dio dice nel testo biblico: quanto avranno in progetto di fare non sarà loro impossibile. Cioè di non avere nessun vincolo etico, nessuna trascendenza oltre il proprio interesse e la propria gestione del potere. Ma c’è una seconda dimensione da guardare, quella orizzontale. La grande potenza, Babilonia, vuole imporre una sola lingua, in ebraico “un solo labbro”. Una sorta di globalizzazione monolitica, di cui in certo senso anche oggi siamo testimoni».

Che rapporto c’è tra la torre di Babele e la Babilonia dell’Apocalisse?

«Nell’Apocalisse c’è qualcosa in più, un riferimento preciso alla situazione politica e storica, che nella lettura più comune identifica Babilonia con il potere imperiale romano, il testo risale ai tempi delle persecuzioni di Domiziano. L’Apocalisse vuole dare ai cristiani perseguitati un messaggio di speranza, per questo si chiude con la Gerusalemme Nuova. Non dimenticate che l’ultima parola sta al bene, si dice, la forza vincente non è quella del male. Per questo sostengo che il significato dell’Apocalisse è nella speranza. Il paradosso è che viene detta in un momento di grande crisi. Mentre sembra che tutto crolli, quando, dice l’autore, siamo perseguitati e siamo in crisi anche all’interno, ci sono Chiese che stanno diventando tiepide, dobbiamo ritrovare la fiducia che l’ultima parola non va alla Babilonia imperiale. Lo dice quando l’impero di Roma era al suo culmine. Eppure la scena di Babilonia che viene scardinata e gettata in mare ha una forza michelangiolesca, come se la grande Roma che allora celebrava i suoi fasti fosse già incrinata al suo interno».

Lei parla di speranza. Eppure l’Apocalisse è sempre stata sinonimo di terrore e paura: è perché parla della fine del mondo?

«Il libro dell’Apocalisse appartiene a un genere letterario, quello apocalittico, molto diffuso in quei tempi. Ama i simboli effervescenti, i colori forti come è tipico della cultura orientale. Ma lo scopo non è parlare della fine del mondo, si tratta di un errore di lettura, si è scambiato il modo di esprimersi con il contenuto. Lo scopo è presentarci il fine del mondo».

Qual è la differenza?

«La fine vuol dire la catastrofe, la grande conflagrazione finale, immagini che vengono usate per creare tensione. Il fine è la meta, il destino ultimo. Cristo usa un altro linguaggio, parla del Regno dei cieli, che non significa decollare dalla realtà verso destini mistici e mitici, ma un nuovo ordine di cose nella realtà creata, un fine da raggiungere a cui anche l’uomo deve collaborare. Per questo l’Apocalisse è anche un libro di speranza. Per capire il linguaggio dell’Apocalisse bisogna pensare che in un periodo di crisi servono stimoli. È televisiva, l’Apocalisse, c’è un’incidenza di immagini con spezie forti, perchè non si rimanga indifferenti, rassegnati. Bisogna tenere conto che il libro si autodefinisce come profezia. E i profeti come Isaia, Geremia, non sono quelli che indovinano il futuro. Sono uomini del presente, del loro tempo, di cui mostrano il senso. A differenza di oggi, in cui vige la dispersione dei significati, tutto è casuale, e nessuno si chiede più che senso ha vivere, che senso ha la mia azione. La profezia dell’Apocalisse è una speranza che parla anche oggi».

fonte: il secolo XIX

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