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pubblicato:
sabato, 29 gennaio 2011

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Messaggio Biblico IV domenica Tempo ordinario

«Beati… perché…»

di Cristina Caracciolo, fonte: Settimana, supplemento 1 del 9/1/2011

Monte delle beatitudini

Domenica scorsa abbiamo assistito al “reclutamento” dei primi discepoli di Gesù. Oggi ascoltiamo il primo discorso che il Maestro impartisce alle folle. Molti annotano come, al contrario di Luca, che descrive lo svolgersi della scena in pianura, Matteo la collochi sul monte, volendo alludere che Gesù è il nuovo Mosè che sul monte dona la nuova Legge.

Gesù inaugura la sua missione con questo discorso, dopo la chiamata dei primi quattro discepoli e dopo un periodo in cui percorre tutta la Galilea insegnando il vangelo del regno e guarendo ogni sorta di infermità. L’annuncio verbale del regno non può essere disgiunto da fatti concreti che lo rendano visibile. La fama di Gesù si diffonde ovunque così che tutte le folle accorrono a lui. Il brano di questa domenica inizia proprio con questa visuale delle folle viste però attraverso gli occhi di Gesù.

È a questo punto che egli sale sul monte, si siede e comincia ad insegnare. Certamente Gesù può essere paragonato a Mosè, ma anche al Maestro di sapienza, una figura che presenta molte somiglianze con lui per il tipo di insegnamento. Il Maestro di sapienza non è impositivo ma propositivo, non è astratto ma parte sempre dai dati della realtà e, nel suo insegnamento, utilizza sovente il mezzo pedagogico della parabola. Molto spesso, alle domande che gli vengono poste, egli risponde con un’altra domanda.

Le beatitudini

Gesù inizia dicendo: «Beati…». Nello stesso modo ha inizio il Salterio che introduce l’orante con i primi due salmi che fanno da “portale” per entrare in questo grande “edificio” spirituale. La prima parola del primo salmo è «Beato…» (Sal 1,1), l’ultima parola del secondo salmo è «beato…» (Sal 2,12).

In Sal 1,1 il salmista dichiara beato l’uomo che si astiene dal male e medita costantemente la Scrittura, nel secondo salmo è dichiarato beato colui che si rifugia nel Signore. Una volta aperto il portale del Salterio, si comincia ad ascoltare la preghiera del povero indifeso, oppresso, che grida chiedendo giustizia, le cui lacrime sono suo pane notte e giorno… Sono molti gli oranti dei salmi ai quali potrebbero essere indirizzate le beatitudini evangeliche.

Gesù inizia dichiarando la beatitudine del povero, spiazzando subito i suoi uditori, perché la povertà, ieri come oggi, veniva considerata un disvalore. A differenza di Luca, che parla di povertà – senza definire di che tipo, e dunque presupponendo quella materiale (può darsi che nella sua comunità si dovesse insistere di più su questo fronte) –, Matteo definisce il genere di povertà di cui parla: la “povertà di spirito”. Il terreno più propizio per accogliere il seme della Parola è quello scavato dal dolore, dalla solitudine, ma anche dalla semplicità di cuore che fa accogliere la Parola come dei bambini. Un anticipo della beatitudine dei “puri di cuore”.

La seconda beatitudine – «beati coloro che sono nel pianto, perché saranno consolati» – è quella che più di qualunque altra ci garantisce, senza chiederci particolari requisiti, di essere consolati, perché chi di noi può dire di non aver mai pianto?

La terza beatitudine – «beati i miti perché erediteranno la terra» – richiama il Sal 37,11 dove si dice: «i poveri avranno in eredità la terra e godranno di una grande pace». Il vangelo dice “i miti”, mentre il salmo “i poveri”; in realtà, all’epoca in cui è vissuto Gesù, esisteva una categoria sociale e religiosa che erano i «poveri di YHWH», i quali, proprio perché poveri, non potevano appoggiarsi che nel Signore, il quale difendeva l’orfano e la vedova e coloro che erano senza voce.

Il mite è una persona interiormente e profondamente rappacificata ed è una presenza pacificante, pienamente in possesso del dominio di sé. Gesù stesso dirà: «Imparate da me che sono mite e umile di cuore» (Mt 11,29). La stessa tradizione sapienziale di Israele asserisce in una sentenza proverbiale: «È meglio la pazienza che la forza di un eroe, chi domina se stesso vale più di chi conquista una città» (Pr 16,32).

Arriviamo ad una beatitudine impegnativa: «Beati coloro che hanno fame e sete di giustizia». Magari tutti noi avessimo questa fame! Anche se sono poche, ci sono nel mondo delle persone, appartenenti a culture e religioni diverse, realmente affamate e assetate di giustizia, disposte talvolta anche a dare la vita per questo ideale. Gesù dichiara loro che saranno saziate. Come e quando non è detto, come del resto non lo è detto neppure delle altre beatitudini, ma la realizzazione di ciò che Gesù dice è certa.

Arriviamo ancora una volta ad una beatitudine nella quale ognuno di noi può riconoscersi: «Beati i misericordiosi perché troveranno misericordia». Questa occuperà una buona parte nell’insegnamento di Gesù. Basti pensare che fa parte di una delle petizioni del Padre nostro: «rimetti a noi i nostri debiti come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori» (Mt 6,12). Sempre in Matteo (18,32-35), Gesù mostra, con la parabola del servo spietato, la grettezza di chi ha ricevuto una grande misericordia e non è disposto a concederne un minimo agli altri.

Arriviamo così alla sesta beatitudine nella quale forse è più difficile riconoscerci. Eppure la purezza del cuore esiste, a volte è così lieve che nemmeno ce ne accorgiamo. È talmente limpida e trasparente che non la notiamo; eppure c’è, sia dentro di noi, sia negli altri, magari in momenti speciali di grazia o in alcune persone dotate di doni particolari. La purezza di cuore biblicamente richiama uno dei requisiti richiesti per salire al monte di Dio e stare nel suo luogo santo (Sal 24,3). «Chi salirà…?». La risposta era: «Chi ha mani innocenti e cuore puro» (v. 4). Prima si nominano le mani e poi il cuore, perché nell’essere umano prima si vedono le opere esterne e poi si percepisce l’interiorità. La ricompensa per i puri di cuore è la più grande, la meta alla quale è orientato ogni uomo, ciò per cui egli è stato creato: vedere Dio.

Arriviamo così alla settima beatitudine: «Beati gli operatori di pace perché saranno chiamati figli di Dio». Tutti noi, per mezzo del battesimo siamo figli di Dio, eppure coloro che operano la pace sulla terra saranno chiamati “figli di Dio” perché hanno pienamente corrisposto e collaborato al piano di pace di Dio per il mondo, hanno collaborato nella costruzione del regno dove avrà dimora perfetta la pace alla quale ogni uomo anela.

La penultima beatitudine apre la strada alla fine delle beatitudini che si concludono sulla prospettiva della persecuzione. «Beati i perseguitati per la giustizia, perché di essi è il regno dei cieli». Prima abbiamo sentito che coloro che hanno fame della giustizia saranno saziati, ora ci viene detto che costoro saranno perseguitati e ci viene anche detto che la loro ricompensa è la stessa che era stata prospettata alla prima categoria di beati («beati i poveri in spirito perché di essi è il regno dei cieli»). Coloro che cercano la giustizia, duemila anni fa come oggi, sono sottoposti alla persecuzione, perché sono scomodi. Sono scomodi per chi sta al potere e forse sottilmente, anche se c’è gente che li applaude, lo sono anche per tanta gente che ne è infastidita e vuole salvaguardare il suo quieto vivere.

L’ultima beatitudine

Fin qui le beatitudini possono essere vissute da qualunque uomo di ogni cultura religiosa. L’ultima beatitudine invece no. È esclusivamente cristiana: «Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli». Oggi vi sono parti del mondo in cui i cristiani sono ancora perseguitati. Nel nostro mondo occidentale serpeggia una certa riluttanza verso i valori cristiani e si insinuano modi più subdoli di persecuzione. Rallegriamoci ed esultiamo. Questo è il messaggio per noi in questa domenica. (Cristina Caracciolo)

di Cristina Caracciolo, fonte: Settimana, supplemento 1 del 9/1/2011

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1 commento


Alessandro Moreira
sabato, 29 gennaio 2011 - 11:42

Dear Cristina,

Complimenti!

Oggigiorno il mondo ha metito i nuovi valori come giusti per qualcuno seguire; questi valori sono più facili da seguire una volta tutti possano fare qualcosa e non c’é una regola per mantenere una separazione tra cio che é giusto da fare e sbagliato, ogni cosa viene messa come: dipende dal contesto .
Cosi, comincia tutto e quindi il paradigma cristiano é lasciato fuori.


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