Un’identità nelle parole
La Menorah è il candelabro con sette braccia che, secondo la tradizione, era acceso nel Tempio di Gerusalemme; presente nello stemma dello Stato di Israele, è uno dei simboli più antichi della religione ebraica. Una Menorah formato libro – ovvero un volume aperto con le pagine raggruppate in sette gruppi a reggere altrettante fiammelle – è, invece, il logo della «Festa del Libro Ebraico in Italia». Rappresenta la volontà di raccontare e di raccontarsi del popolo ebraico, il «popolo del libro», così detto per il legame indissolubile con il testo sacro della Torah.
La terza edizione della rassegna si tiene dal 28 aprile al primo maggio a Ferrara, organizzata dalla Fondazione Meis (Museo Nazionale dell’Ebraismo Italiano e della Shoah) con il supporto di Ferrara Fiere e con i patrocini di Ministero per i Beni e le Attività Culturali, Regione Emilia-Romagna, Provincia e Comune e di numerose altre realtà (www.festalibroebraico.it).
Una quarantina le iniziative - incontri, spettacoli, mostre e concerti – più una libreria (aperta dalle 9.30 a mezzanotte) con oltre 1500 titoli a tema di 48 case editrici, dai big Adelphi e Mondadori alle piccole Spirali e Zamorani. E proprio un libro – con la mostra che lo racconta – è quest’anno il clou della Festa: «Il giardino dei Finzi Contini» di Giorgio Bassani, a cinquant’anni dalla pubblicazione (e a quaranta dall’Oscar al film che ne trasse Vittorio De Sica).
«Un omaggio doveroso e necessario», spiega Raffaella Mortara, consigliere della Fondazione Meis, ideatrice e curatrice della mostra, realizzata con il contributo di Banca Generali. L’inaugurazione è il 29 alle 11.30 alla Palazzina di via Piangipane (fino al 17 giugno). «È la storia di un successo – aggiunge Mortara -. Il romanzo è uscito all’inizio del 1962 e dieci mesi dopo aveva già venduto la cifra record, per allora, di 200 mila copie; fu recensito da Montale, per il “Corriere”, da Mario Soldati, Bo, Oreste Del Buono e da Mario Fortini che lo criticò dicendo di Bassani, come aveva detto di Tomasi di Lampedusa, che non sapeva scrivere!».
Questo, attraverso documenti e gigantografie, racconta «Che bel romanzo», titolo preso dalla frase finale del protagonista (è in mostra il manoscritto originale). Il percorso si snoda tra immagini e parole; dalle sale sconfina nel cortile interno, trasformato in un «giardino» dove sedersi e sfogliare idealmente pagine del romanzo ed entrare nel suo mondo ascoltandone la versione radiofonica, tra foto di scena e sagome parlanti a grandezza naturale.
Il tema del giardino ricorre. Si trova tanto nella prima edizione del premio di cultura ebraica Pardes, in ebraico, frutteto (il 29, alle 10) quanto nella «Notte bianca ebraica d’Italia» (il 28, dalle 21.30). Quest’ultima è un viaggio racchiuso tra le parole della Genesi, «E fu sera … E fu mattina…»: si parte dopo il tramonto dal Chiostro di San Paolo con l’arte – «Tracce del Tempo» della fotografa Norma Picciotto è la ricerca per immagini delle proprie radici ebraiche – e la musica, il jazz di compositori americani ebrei degli anni 20 e 30 con l’ensemble di Tom Kirkpatrick; e, dopo una passeggiata nei luoghi bassaniani, si approda, per una serie di letture notturne, al giardino rinascimentale di Palazzo Mosti, luogo che ispirò allo scrittore, ferrarese d’adozione, il «giardino» del romanzo.
Tra gli ospiti della Festa, che l’anno scorso ha richiamato oltre 13mila persone, i giornalisti Enrico Mentana, direttore di Tg La7 e Stefano Jesurum che, con Sergio Romano, animano l’incontro «Questioni ebraiche: alcune riflessioni» (il 29, alle 15.30) sul ruolo dell’ebraismo nella società contemporanea; il filosofo, matematico e psicoanalista Haim Baharier, allievo di Ashkenazi e Lévinas, con «Qabbalessico», una affascinante performance live di teatro della parola (il 30, alle 21.30); il cantante Shel Shapiro (il 30, alle 17.30) e Tobia Zevi, presidente dell’associazione Hans Jonas che ha curato un’indagine sulle aspettative dei giovani ebrei italiani, tema di cui si discute nell’incontro «Cittadini del mondo un po’ preoccupati» (l’1 maggio, alle 18).
Il programma è arricchito da una seconda mostra, dedicata a Elia Rossi Bey (1816-1891) medico che, dal ghetto di Ferrara, arrivò al Cairo per curare il colera (al Museo Civico di Storia Naturale, dal 29) e da una serie di presentazioni di libri tra cui, appena usciti, il saggio «Fare gli ebrei italiani» (Il Mulino) di Carlotta Ferrara Degli Uberti (il 29) e «Alfabeto ebraico» (Salani) di Matteo Corradini, libro per ragazzi illustrato da Grazia Nidasio (il 30). Evento musicale da non perdere è, poi, il concerto di Klezmerata Fiorentina (l’1 maggio, ore 21.30) che rivisita musiche ebraiche dell’Est Europa con esiti sorprendenti: capace di far passare «dall’allegria alla profonda commozione», per dirla con le parole di un loro estimatore d’eccezione, Zubin Mehta.
La Festa è, infine, l’occasione per passeggiate nella Storia: conoscere i luoghi della comunità ebraica, la cui vita da nove secoli è intrecciata a quella della città. «Tra Ghetto e sinagoghe» è un itinerario urbano che nelle giornate della manifestazione si rinnova ogni mezz’ora.




















