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pubblicato:
sabato, 19 maggio 2012

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Shefela. Nella terra dei liberi

di Pietro Kaswalder, fonte: terrasanta.net

Veduta dell'anfiteatro romano di Eleuteropoli (200 d.C.), edificato in una depressione naturale. Siamo a Beit Jibrin. (Gli scatti di questa fotogallery sono di Rosario Pierri)

La regione collinare posta a ovest della Montagna di Giuda ha il nome di Shefela. Non va oltre un’altitudine di 400-450 metri. Oggi questa regione si percorre lungo una strada che attraversa boschi, pascoli e vigneti. Nella Shefela si trovano siti archeologici collegati a racconti biblici: Bet Shemesh, Tel Yarmut, Beit Jimal (Cafargamala), Beit Nattif, Khirbet Madras, Beit Jibrin, Maresha, Horvat Bet Loyah, Khirbet el-Qom (Maqqeda) e Lachish.

Questo ampio territorio è la patria di giudici (Sansone, di Zorea), di profeti (Michea, di Moreshet; Eliezer di Maresha) e di re (Erode il Grande di Maresha).

La regione fu colpita pesantemente dagli eserciti babilonesi che misero fine all’indipendenza del regno di Giuda. All’amarezza per la distruzione danno voce i Profeti che piangono sul duro destino toccato alle città della Shefela (Michea 1,8-15; 2 Cronache 28-18).

Nel periodo del dominio persiano sulla Giudea (V-IV secolo a.C.) la Shefela conobbe una rinascita economica grazie alle sue ricchezze naturali, il terreno fertile e il clima moderato. Queste condizioni favorevoli avevano attirato immigrati dai paesi vicini: fenici, filistei, edomiti, arabi, nabatei e naturalmente greci.

Tra il IV e il III secolo a.C. la Shefela cambiò il nome in Idumea insieme a tutta la Giudea meridionale. La capitale amministrativa dell’Idumea fu Maresha. In seguito alla conquista macedone (320 a.C.) nell’Idumea si impose la cultura ellenistica che ha lasciato tracce molto consistenti di arte e di realizzazioni civili. Nel 129 a.C. Giovanni Ircano si impadronì dell’Idumea togliendola ai seleucidi.

In epoca romana (I-IV secolo d.C.) l’Idumea conobbe un nuovo periodo di grande sviluppo economico, culturale e sociale. La capitale della toparchia era diventata Eleuteropoli, che in traduzione significa la «città dei liberi».

Le due città di Maresha e Beit Jibrin si trovano all’incrocio delle vie di comunicazione tra la montagna di Hebron e la pianura costiera. Questa posizione consentì ai due centri di ricoprire un ruolo di primo piano nell’area circostante in ogni epoca. Gli scavi archeologici hanno restituito tracce imponenti delle antiche culture sviluppatesi nella regione.

Beit Jibrin, Bet Guvrin,
Eleutheropolis
Il sito archeologico di Bet Guvrin-Eleuteropoli si presenta come un grandioso anfiteatro naturale, all’incrocio delle strade che attraversano la Shefela. Eleuteropoli fu una delle città più grandi della Palestina di epoca romano-bizantina. Il nome semitico è Bet Guvrin (ebraico) o Beit Jibrin (arabo). Divenne capoluogo dell’Idumea dopo la distruzione di Maresha ad opera dei parti nel 40 a.C.

Ricevette il nome di Eleuteropoli (Colonia Lucia Septimia Severa) verso il 200 d.C., quando l’imperatore Settimio Severo la elevò al rango dipolis. Era abitata anche da una consistente colonia giudaica tra cui alcuni amoraim, cioè esperti della Mishna (II secolo d.C.).

In epoca bizantina Eleuteropoli divenne ben presto cristiana e fu sede episcopale. Il primo vescovo è stato Macrino, che prese parte al concilio di Nicea (325 d.C.). La storia cristiana di Eleuteropoli è ricca di personaggi e di avvenimenti di rilievo, vedi la cronaca dei 60 martiri di Gaza (638 d.C.). Di Eleuteropoli era originario Epifanio vescovo di Salamina (315-403 d.C.), autore del Panarion, un trattato contro le eresie.

In epoca crociata il re Folco d’Angiò volle costruire la cittadella di Eleuteropoli come bastione protettivo di Gerusalemme (1134). La consegnò agli ospitalieri che la difesero fino all’arrivo dell’esercito di Saladino. I nuovi occupanti ayyubidi riusarono il castello e trasformarono la chiesa della città in moschea.

La ricerca archeologica sulle antichità di Beit Jibrin dura da più di un secolo. I primi ritrovamenti furono casuali. Si tratta di pavimenti mosaicati di epoca bizantina appartenenti a chiese e monasteri cristiani. Il più notevole dei mosaici è esposto al Museo Haaretz di Tel Aviv. Altri mosaici sono conservati all’interno del kibbutz di Bet Guvrin. La presenza di necropoli poste a est e a ovest del sito archeologico ha attirato da sempre la curiosità dei ricercatori. Sono state ripulite centinaia di tombe nelle quali si trovano molti modelli di sepoltura, numerose decorazioni e simboli religiosi. Data la composizione mista della popolazione di Eleuteropoli sono riconoscibili segni pagani, giudei e cristiani.

Gli scavi regolari iniziati nel 1982 da A. Kloner hanno messo in luce il complesso di epoca crociata, che comprende la rocca residenziale fortificata e la basilica. La cittadella (in francese: Gibelet, Bet Gebeli,Gibelino) era circondata da un possente muro difensivo.

La scoperta principale è avvenuta sotto il livello crociato, dove è stato rinvenuto pressoché intatto un anfiteatro, un’arena destinata ai combattimenti dei gladiatori. L’arena, inaugurata al tempo di Settimio Severo (200 d.C.), fu dismessa dall’imperatore cristiano Arcadio (383 d.C.).

Maresha, Marisa,
Tell Sandahannah
La collina di Tell Sandahanna viene identificata con la capitale dell’Idumea, Maresha. Dopo la scomparsa di Lachish, la città più grande della Shefela nel VI secolo a.C., Maresha ne aveva ereditato il ruolo di centro amministrativo. In questi termini ne parla Zenone di Alessandria, amministratore di Tolomeo II (259 a.C.), nei papiri che portano il suo nome. La descrive come centro vivace e ricco, a motivo dell’agricoltura fiorente (vino, olio), dei pascoli e dei commerci.

Maresha diede i natali alla famiglia di Erode il Grande, divenuto poi il re dei giudei per volontà di Ottaviano Augusto (39 a.C.). Nella lotta per la successione al potere degli asmonei, Antigono l’avversario di Erode si era alleato con i parti, che nel 40 a.C. avevano saccheggiato e bruciato prima Gerusalemme e poi Maresha.

Gli scavi di Maresha, eseguiti dai pionieri dell’archeologia biblica F.J. Bliss e R.A.S. Macalister (1898-1900), hanno messo in evidenza la città fortificata sulla cima della collina. Il perimetro urbano è circondato da ville, luoghi di produzione, tombe e molte grotte. Diverse grotte furono adattate a colombari e a impianti per la produzione di olio e di vino.

Negli anni Ottanta, sotto la direzione di A. Kloner, il Dipartimento delle Antichità di Israele ha ripreso l’esplorazione della regione di Maresha e ha realizzato un parco archeologico, meta di tanti visitatori.

La visita è limitata alla tomba dei sidonii e a quella dei musici, scoperte negli scavi del secolo scorso. Le pitture delle tombe offrono uno dei pochi esempi di arte ellenistica (III-I secolo a.C.) sopravvissuta in terra di Israele. Inoltre le iscrizioni testimoniano la presenza di una popolazione mista fatta di edomiti, arabi, fenici, nabatei e greci. Ad esempio, Apollofane, il patriarca della colonia dei sidonii, porta un nome greco (Apollo), ma è figlio di Sesmaio, che è un nome fenicio, mentre sua nipote si chiama Sabo, probabile nome nabateo oppure palmirene. Un altro nipote del patriarca porta il nome egiziano Ammoios. L’onomastica è molto varia: Ortas è nome macedone; Qosnatanos, Qosbanos, Qosram e Qosyad sono idumei; Meerbalos è fenicio; Demetrio, Kratone, Arsinoe, Berenice sono evidentemente greci.

La visita completa di Maresha richiede alcune ore: inizia dall’area delle grotte giganti («la campana») e comprende alcuni edifici extra-muros. Si procede attraverso la campagna tra resti archeologici e grotte non ancora esplorate. La grande basilica crociata dedicata a Sant’Anna, che si staglia nel panorama di Maresha, non è stata ancora studiata.

di Pietro Kaswalder, fonte: terrasanta.net

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