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pubblicato:
lunedì, 21 maggio 2012

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Che cos’è una famiglia ebraica?

di Alfonso Arbib, fonte: kolot.it
Uno degli articoli del nuovo libro di Morashà: “Per amore e per progetto – La famiglia ebraica tra tradizione e modernità”. Una preziosa antologia che tocca tutte le tematiche legate alla famiglia ebraica oggi: educazione dei figli, matrimonio, studio, obblighi, bio-etica, adozione e molto altro.

Che cos’è una famiglia ebraica? È ovviamente difficile dare una risposta esauriente e semplice a questa domanda. La famiglia, ebraica e non, è una struttura complessa ma la famiglia ebraica lo è ancora di più. Proverò a esaminare alcuni degli elementi che concorrono a creare una famiglia.

La famiglia innanzitutto è un rapporto di coppia, il rapporto tra un uomo e una donna. Che cos’è per l’ebraismo un rapporto di coppia? È ovviamente qualcosa che va al di là della semplice unione fra due persone. In un famoso midràsh una matrona romana chiede a r. Yosè che cosa faccia Dio dopo la creazione del mondo. r. Yosè risponde che Dio forma le coppie. La matrona reagisce tentando di ridicolizzare l’affermazione di r. Yosè e dice di essere in grado di fare la stessa cosa. Nel giro di pochi minuti unisce in matrimonio i suoi schiavi e le sue schiave. Quest’unione però non dà buoni risultati, il matrimonio fallisce e la donna è costretta ad ammettere che formare coppie non è un’operazione semplice.

Ma che cosa vuol dire formare coppie? Possiamo capirlo dalla prima coppia della storia dell’umanità, Adàm e Chavà. La creazione dell’uomo e della donna avviene in due fasi. Prima viene creato l’uomo poi Dio dice che non è bene che l’uomo sia solo, che farà un aiuto nei suoi confronti, davanti a lui. Quindi crea la donna prendendo una parte dell’uomo (tzèla’ che si può tradurre con costola viene usata nella Torà anche per indicare un lato di qualcosa). Che cosa possiamo imparare da questo racconto biblico?

Non è bene che l’uomo sia solo. Non è bene per chi? Ci sono varie risposte a questa domanda. Una risposta la troviamo nel Talmùd secondo cui non è bene per l’uomo stesso. Il Talmùd dice: «Un uomo senza la donna è senza gioia, senza bene e senza benedizione». L’uomo non può vivere solo, ha bisogno di un aiuto materiale, psicologico e spirituale. Ma c’è anche una spiegazione che va molto al di là delle necessità psicologiche di un uomo ed è la spiegazione di Rashì, secondo cui non è bene per il mondo che l’uomo sia solo perché c’è solo un essere che può stare da solo ed è Dio. Se l’uomo fosse solo rischierebbe di montarsi la testa, di arrivare al delirio di onnipotenza, rischierebbe di credersi Dio.

All’inizio della parashà di Kedoshìm Dio si rivolge al popolo ebraico dicendogli: «Siate kedoshìm – santi, diversi – poiché Io sono kadòsh». Quello che viene proposto in quest’inizio di parashà è quella che viene chiamata imitatio dei. L’uomo deve aspirare alla kedushà, non deve limitarsi a vivere prosaicamente la vita di tutti i giorni ma deve essere capace di trasformare quella vita in qualcosa di sacro. Il Midràsh però dice che comunque la kedushà dell’uomo non può essere uguale a quello di Dio, dice che “la Mia kedushà è più grande della vostra”. È uno strano midràsh che sembra affermare qualcosa di assolutamente ovvio. È ovvio che l’uomo non è Dio ed è ovvio che la santità di Dio è superiore a quella dell’uomo. Un Maestro del chassidismo, autore del libro Meòr Vashèmesh, afferma che il midràsh non vuol parlare di un diverso grado di santità ma di un diverso tipo di santità. Dio è santo ed è solo, unico. L’uomo può aspirare alla santità ma la sua santità si deve realizzare nel rapporto con gli altri, nella creazione di una società, di una Comunità, di un popolo santo.

Nella tradizione ebraica si parla di Kàhal kadòsh – Comunità santa, gòi kadòsh – popolo santo. Non si può realizzare la santità isolandosi e vivendo per conto proprio. Le parti più sacre della tefillà si possono recitare solo in presenza di minyàn. La creazione di un kàhal kadòsh deve partire da un nucleo iniziale, questo nucleo iniziale è la famiglia ebraica. Il primo elemento di questa famiglia è il rapporto di coppia, rapporto che come abbiamo detto va molto al di là della costruzione di un rapporto fra persone e ha come aspirazione la kedushà (il matrimonio si chiama kiddushìn). Ma è anche un rapporto che aspira a ricostruire un’unità iniziale, uomo e donna sono parte di un unicum, ma anche gli ebrei sono parte di un unicum.

Sempre nella parashà di Kedoshìm la mitzvà immediatamente successiva al kedoshìm tihyù – siate santi è «Un uomo tema sua madre e suo padre e rispetti i miei shabbatòt». Perché nella parashà della kedushà, kedushà che si deve realizzare attraverso l’osservanza delle mitzvòt, si sceglie di cominciare con il rispetto dei genitori? Per capirlo dobbiamo risalire al significato del precetto “siate kedoshìm”.

Secondo Rambàn questo precetto riguarda tutta la vita ebraica. Rambàn dice che la Torà è piena di mitzvòt che riguardano tutti gli aspetti della vita. Ma queste mitzvòt non sono sufficienti perché si può essere navàl birshùt hattorà – malvagio pur osservando le mitzvòt della Torà. Rambàn qui introduce un concetto fondamentale della tradizione ebraica. È fondamentale osservare le leggi ma a volte è necessario andare al di là della legge – lifnìm mishuràt haddìn. È necessario rispettare quello che potremmo definire lo spirito della Torà. Il Talmùd racconta di un rav che un giorno ingaggiò degli operai per trasportare una botte. Questi operai ruppero la botte che stavano trasportando e il rav, per ottenere un risarcimento del danno, sequestrò i loro vestiti. Gli operai protestarono con il capo del tribunale rabbinico, dicendo di essere poveri e che quel lavoro serviva per mantenere loro e le loro famiglie. Il capo del tribunale rabbinico ordinò allora al rav di restituire loro i vestiti e di pagare loro le ore di lavoro. Il rav chiese se la legge fosse quella e gli fu risposto che era quella perché è scritto: «E farai ciò che è retto e ciò che è buono». In questo caso non viene applicata rigidamente la legge ma si va al di là della legge.

I chakhamìm dicono che è fondamentale che si possa andare al di là della legge e dicono che Yerushalàyim è stata distrutta perché veniva applicata rigidamente la legge.

Un altro elemento fondamentale per arrivare alla kedushà è quello che viene chiamato nella tradizione ebraica hakkaràt hattòv – il riconoscimento del bene. Sempre secondo Rambàn la hakkaràt hattòv è l’elemento unificante di tutte le mitzvòt. Tutte le mitzvòt della Torà hanno come fine che noi acquisiamo la capacità di riconoscere il bene che Dio ci fa. I chakhamìm dicono che il mondo nasconde la presenza e l’azione divina. La parola olàm – mondo viene dalla stessa radice di ne’elàm – nascosto. Compito dell’uomo e in particolare del popolo ebraico è quello di rivelare il nascosto, di riuscire a scoprire l’azione di Dio negli eventi umani. I Dieci comandamenti cominciano con le parole «Io sono il Signore Dio tuo che ti ha fatto uscire dalla terra d’Egitto». Base fondamentale della fede in Dio è che tu riconosca che ti ha fatto uscire dalla terra d’Egitto, che riconosca cioè il bene che hai ricevuto. Ma riconoscere il bene non è facile, all’uomo è difficile perfino dire grazie. È necessario esercitarsi a riconoscere il bene e lo si può fare riconoscendo innanzitutto ciò che riceviamo dal nostro prossimo. I chakhamìm dicono che chi rinnega il bene ricevuto dalle persone arriverà a rinnegare il bene ricevuto da Dio.

Il luogo in cui maggiormente si può arrivare alla hakkaràt hattòv è la famiglia. La famiglia vive di aiuto reciproco e in particolare la famiglia è costruita sul bene disinteressato dei genitori nei confronti dei figli e su questo riconoscimento del bene è basata la mitzvà di rispettare i genitori. Ma la famiglia è anche il luogo dove è indispensabile agire lifnìm mishuràt haddìn. Se in una famiglia si pensa di applicare rigidamente leggi, diritti e doveri, quella famiglia ha molte poche probabilità di reggere. La Halakhà per esempio stabilisce regole molto precise riguardo ai doveri dei figli nei confronti dei genitori. Rambàm però, dopo aver elencato quelle regole, dice che i genitori non devono essere troppo rigidi nel richiederne l’applicazione.

Nella famiglia ebraica c’è una precisa divisione di ruoli tra marito, moglie e figli. Ci sono norme fondamentali da osservare ma nello stesso tempo è assolutamente necessario essere capaci di andare al di là delle leggi e di rinunciare a volte a ciò che si ritiene un proprio diritto. In conclusione la famiglia è il primo nucleo del kahal kadòsh ed è il miglior esercizio per riuscire ad arrivare alla kedushà attraverso la coscienza di non essere soli.

di Alfonso Arbib, fonte: kolot.it

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