Il suo rifugio, la Terra di Gesù
I
l grande biblista tradotto in tutto il mondo. Il porporato del dialogo con i non credenti. Era tutto questo il cardinale Carlo Maria Martini quando nel 2002 chiese a Giovanni Paolo II di accettare con sollecitudine le sue dimissioni dalla guida dell’arcidiocesi di Milano. Una richiesta accompagnata da un desiderio mai nascosto: quello di poter vivere gli ultimi anni della sua vita a Gerusalemme.
Perché questa impazienza e perché questo desiderio così forte? Forse è da qui che vale la pena di partire per capire chi era davvero l’uomo Carlo Maria Martini. Da quei sei anni dal 2002 al 2008, vissuti mettendo al centro l’orizzonte della Città Santa.
Per il giovane gesuita Martini – cinquant’anni prima – era stato decisamente particolare il primo incontro con Gerusalemme. Lui stesso – in un’intervista concessa alla Rai per la serie “Il mio Novecento” – raccontò di aver rischiato di venire letteralmente seppellito dalla Terra Santa. Capitò ai pozzi di El Gib, reperti del tempo del re Salomone, allora appena riscavati dagli archeologi.
“La terra cominciò a franare – disse ricordando quell’episodio – e io mi sentii rotolare dentro il pozzo. Ebbi un pensiero molto chiaro: come è bello morire qui in Terra Santa. Mi diede una grande calma per cui, senza agitarmi, misi le mani dentro la terra e rimasi fermo sull’orlo, così potei essere salvato. Ne uscii quasi incolume e con l’idea che questa è la mia terra”.
Non fu un vezzo o una fuga dal suo essere diventato un’icona il suo ritirarsi a Gerusalemme, ma un bisogno di tornare là “dove ciascuno è nato”. Innanzi tutto per riprendere lo studio dei testi biblici: a 75 anni Martini ha ritradotto il papiro Bodmer, uno dei più antichi manoscritti biblici a noi pervenuti, contenente la Prima e la Seconda lettera di Pietro. Sono stati, poi, anni di preghiera intensa per la pace, nel periodo più duro della seconda intifada. Tutti probabilmente si aspettavano di ascoltare da che parte stava l’arcivescovo emerito di Milano.
Ma lui dava sempre una risposta spiazzante: “Sono venuto a Gerusalemme – ripeteva – lasciandomi guidare dal comando evangelico: “Non giudicare”. Sto nel mezzo e rivolgo a Dio la mia preghiera di intercessione, per gli uni come per gli altri”. C’era un’esperienza che l’aveva colpito in maniera particolare e amava citare: quella del Parents Circle, un’associazione che fa incontrare genitori israeliani e palestinesi accomunati dall’aver perso un figlio a causa del conflitto.
Incontrava personalmente molti pellegrini al termine della Messa che celebrava ogni sera al Pontificio Istituto Biblico, la residenza dei gesuiti, a due passi dalla Porta di Jaffa.
Contemporaneamente, però, cominciava a vivere la pesantezza della malattia: il primo bastone lo ha comprato nel suq, il mercato arabo della Città Vecchia. I medici gli raccomandavano di camminare e lui faceva lunghe passeggiate nei grandi giardini della Knesset, il parlamento israeliano. Agli altri malati di Parkinson una volta raccontò che per farsi forza immaginava di essere su un sentiero di montagna e che lo aiutava molto ascoltare la musica di Mozart.
Ci sarebbe rimasto fino alla fine in Terra Santa se non si fosse reso conto che – con l’avanzare della malattia – avrebbe potuto essere di peso. Così decise di tornare in Italia, a Gallarate. Fu però comunque a Gerusalemme che parlò per la prima volta di come si preparava alla morte.
Lo fece nel marzo 2007 davanti ai milanesi venuti per festeggiare i suoi ottant’anni. “Provo la sensazione – disse – di essere giunto nella lista di chiamata e sento viva la tensione tra le cose che si vivono ogni giorno e le cose dell’eternità”. Non è morto a Gerusalemme, ma anche nell’ultima ora terrena ha certamente sentito sul suo corpo malato la pace della terra di El Gib.
























