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pubblicato:
domenica, 2 settembre 2012

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La Bibbia lasciata aperta dopo l’ultima messa

Durante i solenni funerali di Sua Santita’ Giovanni Paolo II


L’ULTIMA MESSA - Forse rimane un ultimo insegnamento. La morte è un trapasso. Il nucleo più intimo dell’idea cristiana della morte si afferra nel vivo nelle parole di chi è stato vicino al cardinal Martini nelle ultime ore: «Giovedì mattina ha partecipato alla sua ultima celebrazione – ricorda padre Bosatra – e poi ha detto: “La messa è finita, andate in pace”». L’ha detto con un filo di voce.

La malattia aveva ridotto le sue parole a un soffio quasi impercettibile, che padre Damiano Modena ha decifrato e «tradotto» grazie al suo orecchio, che nel corso degli ultimi anni s’è esercitato a comprendere le frasi sempre più impercettibili dal cardinale. Trapasso con «animo sereno», spiega papa Benedetto XVI nel suo messaggio di cordoglio, un «fiducioso abbandono alla volontà del Signore». Nel giardino della casa dei gesuiti di Gallarate, che è anche luogo di riposo per anziani religiosi, si fanno anche domande di circostanza, come questa: «Che messaggio ci lascia?». Il ricordo apre comunque un abisso di grandezza nella risposta di padre Bosatra: «Non lascia un messaggio, lascia un’enciclopedia».

Fino all’ultimo ha ripetuto la sua frase dei salmi: «Lampada per i miei passi è la tua parola, luce sul mio cammino». Attraverso queste parole lo ricorda anche don Matteo Fabbri, vicario dell’Opus Dei per l’Italia, che racconta del «costante e luminoso attaccamento alla parola di Dio».

fonte: milano.corriere.it

Gerusalemme, oh cara

Considero Gerusalemme come il centro della storia umana, il centro del mondo. Non la considero città del conflitto – così la vede spesso l’opinione pubblica – ma piuttosto città della preghiera. Qui si prega molto: al venerdì pregano i musulmani, al sabato pregano molto gli ebrei e lo vivono intensamente, la domenica pregano i cristiani. E ci sono poi tutte le altre festività. È pure città del dialogo, perché vi si dialoga molto, nonostante le apparenze di conflitto; è città dell’amore, perché ci sono tanti gesti di amore e di attenzione reciproca. Quando un uomo ascolta la parola di Dio diviene soggetto libero e operante, capace di grandi progetti e di abbracciare l’universo. Qui si è avverato questo miracolo attraverso tante grandi figure, come Davide, Isaia, Geremia; in questi luoghi la Parola di Dio è risuonata e si sono svolte vicende provvidenziali, volute da Dio, per la riabilitazione e la liberazione completa dell’uomo. Naturalmente c’è anche la realtà del conflitto. (…)

Nel 1959 ho fatto il primissimo viaggio in Terra Santa, in Israele, ancora con l’occhio dell’archeologo, cioè cercando le rovine antiche. Ed ebbi in quell’occasione un’esperienza che mi rimase molto impressa.

Stavamo visitando, non lontano da Gerusalemme, i grandi pozzi di El Gib, che sembra siano stati scavati al tempo del re Salomone, pozzi profondi decine di metri. Erano stati riscavati dagli archeologi, i quali vi avevano ammassato attorno un grande cumulo di terra, ricavato appunto dal pozzo. Noi passammo lungo questo cumulo, facendo le fotografie. Ero l’ultimo e, probabilmente a causa del peso degli altri, quando arrivai la terra cominciò a franare e mi sentii rotolare dentro il pozzo. Ebbi allora un pensiero molto chiaro: come è bello morire qui in Terra Santa! Questo pensiero mi diede una grande calma.

Senza agitarmi, misi le mani tranquillamente dentro la terra e a un certo punto rimasi fermo, al limite dal cadere nel pozzo. Potei essere salvato da alcuni arabi che erano lì vicino. Ricordo che la macchina fotografica che portavo fu sbalzata via e l’orologio andò a finire in mezzo alla strada. Uscii dal pozzo quasi incolume e con l’idea che questa è la mia terra. Ebbi un’intuizione molto forte, quella stessa espressa nel 1986: ciascuno è nato a Gerusalemme.

L’intuizione si rinnovò nei viaggi successivi a Gerusalemme e ricordo che, contemplando dal terrazzo di questa casa, alla sera, le mura della città vecchia, mi dicevo: è la mia città, e qui verrò un giorno a vivere. Perciò crebbe l’amore per questi luoghi e l’interesse anche per tutti i problemi riguardanti la gente.

Fui mandato a Roma per studiare più specificatamente e insegnare la Scrittura al Pontificio Istituto Biblico e mi innamorai di quell’aspetto particolare del testo biblico che è la storia dei manoscritti, degli antichi papiri. Ancora oggi è il mio lavoro, che ho ripreso dopo anni e anni di interruzione. Quando sono davanti a un testo greco o ebraico, rimango completamente immerso e perdo il senso del tempo. Mi pare che, più ancora che attraverso le pietre, con i documenti risaliamo indietro di 1700-2000 anni di storia e tocchiamo direttamente con mano le origini di quelle comunità, le origini della fede cristiana. Sono tanti gli eventi di quel tempo, e ne ricordo due riguardanti lo studio.

di Carlo Maria Martini, 6 agosto 2006

fonte: ilsole24ore.com

il ricordo del biblista padre Doan e del filosofo Giulio Giorello

Per 40 anni ha seguito i suoi insegnamenti e il suo esempio. Il gesuita Joseph Doan Cong Nguyen è il direttore del Pontificio Istituto Biblico a Gerusalemme ed è stato allievo del cardinale Carlo Maria Martini a Roma. Ecco un suo ricordo del porporato scomparso, nell’intervista di Francesca Sabatinelli: 

R. – Il cardinale Martini era un grande biblista, ma anche un grande maestro spirituale, che ci riporta al periodo dei Padri della Chiesa. Per lui la teologia, la vita spirituale sono tutte fondate sulla Parola di Dio: non c’è confine tra Bibbia e teologia, tra Bibbia e spiritualità, tutto va insieme. Penso che questo sia il contributo più importante del cardinale per tutta la Chiesa. Per me, posso dire da studente che non è stato soltanto il mio professore, ma anche il mio maestro spirituale, e mi ha ispiranto questa maniera di avvicinarsi, di nutrirsi della Parola di Dio. In tutte le circostanze nella mia vita, questa è stata veramente la cosa che mi ha aiutato. Da 40 anni, questo è fondamentale nella mia vita. Lui per me è un padre, un professore e un maestro spirituale.

D. – Tutti conoscono il grande amore e il forte legame che Carlo Maria Martini aveva con Gerusalemme, che lasciò nel 2008 anche a causa della sua malattia. Ci può raccontare questo profondo rapporto con la Città Santa?

R. – Per lui la Parola di Dio era tutto per la sua vita e la Parola di Dio parte da Gerusalemme, la Chiesa parte da Gerusalemme. Purtroppo, quando sono io sono arrivato qui, lui già era rientrato a Milano.

D. – A Gerusalemme, ci saranno molte persone che ricordano il cardinale…

R. – Tutti si ricordano di lui come un uomo di pace, un uomo spirituale, un uomo della Parola di Dio. Persino una settimana fa, ancora qualcuno mi ha chiesto di poter scrivere al cardinale. Nelle lettere di risposta tutti dicevano che ciò che toccava di più erano la sua semplicità e la sua umiltà. Penso che questo sia un punto molto comune tra i ricordi sul cardinale: uomo spirituale, uomo di riconciliazione, uomo di semplicità ed umiltà.

Il filosofo della scienza Giulio Giorello è stato per anni in amicizia con il cardinale Carlo Maria Martini. Ha preso parte all’iniziativa della Cattedra dei non credenti e ha scritto con il porporato un libro “Ricerca e carità”. Ama ricordarlo come ”amico di tutti i milanesi e di tutte le persone che amano ragionare”. Per Giorello, il cardinale Martini “ci lascia una grande lezione civile”. FrancescaSabatinelli lo ha intervistato: 

R. – Credo che con Carlo Maria Martini ci abbia lasciato un grande amico, che io personalmente ho avuto modo di conoscere, di frequentare, trovando in lui due cose: un aiuto spirituale, anche nei momenti di turbamento, e poi una persona estremamente attenta alle cose che mi stavano a cuore, cioè in particolare la diffusione di una seria cultura scientifica nel nostro Paese. Non è un caso che tra le varie cattedre dei non credenti, organizzate da Carlo Maria Martini, molte siano state tenute nell’Aula magna dell’Università degli Studi milanese e due siano state dedicate a questioni scientifiche. Martini aveva avuto parole veramente belle rivolte proprio a chi faticosamente lavora nell’impresa scientifica, forse non possiamo dire cercando la verità, ma accontentandosi di capire sempre un po’ meglio il mondo che ci circonda e noi stessi.

D. – Lei, negli anni, del cardinale Martini ha dato molte definizioni: uomo di ampio respiro intellettuale, un uomo libero dai fondamentalismi. Quale di questi tratti, a suo giudizio, ha aiutato, agevolato, incrementato l’evoluzione del dialogo tra laici e credenti?

R. – Io direi, innanzitutto, la disponibilità umana del cardinale Martini a parlare con tutti, perfino – e lo dico scherzando – con “gli atei più feroci”. Una persona, cioè, sempre attenta all’altro: l’altro visto come persona libera e responsabile e dunque anche capace di ragionare. Martini diceva sempre che il vero dialogo non è tra credenti e non credenti, ma tra credenti che ragionano e non credenti che, a loro volta, ragionano. Ora, ragionare vuol dire scegliere, vuol dire anche scegliere di sentire le ragioni degli altri.

D. – Quando il cardinale lasciò Milano, lei pubblicamente chiese che non lo facesse. Quale fu il rapporto tra questa città e Martini?

R. – Fu un rapporto molto intenso, in un periodo particolarmente delicato per la nostra città. Erano tempi anche di contrasti politici molto forti. Sono stati, talvolta, anche gli anni del terrorismo. C’erano molte persone che temevano che l’Italia potesse sprofondare nella guerra civile: non è successo. Forse questi timori, con il senno di poi, ci sembrano infondati. Ma perché ci sembrano infondati? Proprio perché furono presenti una serie di figure nelle quali potevano riconoscersi anche coloro che non ne condividevano il quadro concettuale, ma ne condividevano la profonda umanità. Martini è stato senza dubbio uno di questi: una risorsa e una speranza non solo per i credenti milanesi, ma per tutti.

D. – Lei e il cardinale Martini avete scritto un libro, a quattro mani, a due voci: “Ricerca e carità”. Cosa ricorda di questa vostra collaborazione?

R. – Ricordo soprattutto il fatto che tutti e due convergessimo, nonostante le ovvie e giuste differenze che c’erano da tener presenti, su un punto: che la carità poi diventa concretamente solidarietà e l’impresa scientifica è una grande dimostrazione di solidarietà essa stessa, perché quando uno sviluppa un grande programma di ricerca in fisica, in biologia, in medicina, non conta tanto il singolo individuo, ma il singolo individuo è esaltato perché entra in relazione con l’altro. Martini coglieva fortemente questo senso di solidarietà interno all’impresa scientifica. A me ha insegnato anche a ritrovare il senso della solidarietà, della compassione, della carità nei rapporti umani che, naturalmente, vanno al di là della stessa scienza e della tecnica.

D. – Qual è l’eredità del cardinale, che assolutamente non bisogna perdere?

R. – Direi, soprattutto questa concretezza. La tensione verso la spiritualità più alta – Martini era anche un grande biblista – però, non veniva mai distaccata da una concretezza immediata per i bisogni delle persone, innanzitutto in questa vita.

fonte: radio vaticana

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