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	<title>BIBBIABLOG &#187; Tobia</title>
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		<title>TOBIT</title>
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		<pubDate>Mon, 18 Oct 2010 12:06:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gianni</dc:creator>
				<category><![CDATA[Tobia]]></category>

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		<description><![CDATA[Tobit Introduzione, traduzione e commento a cura di Marco Zappella Nuova Versione della Bibbia dai Testi Antichi, Antico Testamento 31 Edizioni San Paolo, Cinisello Balsamo (MI) Dall&#8217;Introduzione dell&#8217;autore: Il genere [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a rel="attachment wp-att-10486" href="http://www.bibbiablog.com/2010/10/18/tobit/nvtotobia/"><img class="aligncenter size-full wp-image-10486" src="http://www.bibbiablog.com/wp-content/uploads/NVTOTobia.jpg" alt="" width="135" height="200" /></a></p>
<p><span style="font-size: medium"><strong>Tobit</strong></span></p>
<p><span style="font-size: medium"><em><strong>Introduzione, traduzione e commento a cura di Marco Zappella</strong></em></span></p>
<p>Nuova Versione della Bibbia dai Testi Antichi, Antico Testamento 31</p>
<p><strong>Edizioni San Paolo, Cinisello Balsamo (MI)</strong></p>
<p>Dall&#8217;Introduzione dell&#8217;autore:</p>
<p><em>Il genere letterario del libro</em></p>
<p>Risulta assai arduo definire il genere letterario del libro di Tobit: gli studiosi hanno avanzato le proposte più disparate. Utilizzando una terminologia moderna, lo si potrebbe definire una fiction o una novella, dal momento che lega insieme diverse unità narrative a un tutto più grande, con la presenza di più persone in un ampio scenario temporale e spaziale. A una simile definizione dal punto di vista puramente formale va aggiunta una qualifica: il lieto fine della vicenda (3,16-17), con un’iterata previsione del superamento della condizione di diaspora (13,2-18; 14,4-7), e la presenza di tre discorsi di natura sapienziale (4,3-21; 12,7-10; 14,8-11) inducono a considerare lo scritto una novella di stampo parenetico e didattico. Con la narrazione di una vicenda personale, oltretutto fortemente simbolica, l’autore punta a risvegliare sentimenti di fiducia e speranza nei suoi lettori/ascoltatori; nel contempo ne approfitta per dare indicazioni su come comportarsi in una situazione radicalmente mutata.</p>
<p>Ma altri due elementi indicati dal testo stesso aiutano a intravedere un aspetto non subito evidente. Anzitutto, come accennato in precedenza, l’opera narra la storia di un uomo (e di suo figlio) privilegiando la vicenda legata alla sua cecità superata grazie all’intervento divino (cc. 2–12); in secondo luogo, l’autore menziona esplicitamente l’ordine del messo divino quale motivo che lo ha indotto a redigere l’opera («Voi scrivete tutto quello che vi è capitato»: 12,20). Essa quindi va intesa come scritto celebrativo nei confronti della divinità di Israele, ossia Yhwh, che ha decretato la guarigione del suo fedele: l’esaltazione del Signore è raccomandata a più riprese dal messo divino nel suo discorso rivelatorio (12,6-20); l’ampio inno del c. 13 è qualificato come «inno celebrativo» (14,1); l’esistenza di Tobit (e di Tobia secondo il codice Sinaitico [a]) si consuma nel «celebrare la grandezza di Dio» (14,2; cfr. 14,15).</p>
<p>Ora, a partire dal IV secolo a.C., l’esaltazione dell’intervento terapeutico di una divinità (in particolare Asclepio, Iside e Serapide) era affidata a composizioni scritte chiamate aretalogíai (aretalogie), rinvenute in notevoli quantità presso i templi di tutto il bacino del Mediterraneo. Si può dunque ragionevolmente ipotizzare che il libro di Tobit si avvicini – nelle sue intenzionalità se non nel suo esito stilistico – alle aretalogie, oltretutto composte in modo particolare da persone colpite da cecità. Un episodio molto conosciuto in età ellenistica è la miracolosa guarigione di Demetrio Falereo per intervento di Serapide. Diogene Laerzio ricorda infatti che il filosofo, perduta la vista ad Alessandria, la riacquistò grazie all’intervento di Serapide e che, dopo essere stato guarito, compose dei peana in onore della divinità che venivano cantati ancora ai tempi di Diogene (Vite e dottrine dei filosofi illustri 5,76). E lo storico del I secolo a.C. Diogene Siculo narra che secondo gli Egiziani «Iside ha scoperto molti farmaci che danno la salute, e che aveva grande esperienza della scienza medica […] A dimostrazione di ciò, essi dichiarano di addurre non racconti favolosi (mythologías), come i Greci, ma fatti palesi (práxeis enargeîs), perché quasi tutto il mondo abitato rende testimonianza (martyreîn) in loro favore, gareggiando nel rendere onore alla dea per la sua epifania nel corso delle cure […] molti, privati della speranza dai medici a causa della difficile natura della loro malattia, da lei sono salvati (sōzesthai), mentre tanti, completamente privi dell’uso degli occhi o di qualche altra parte del corpo, qualora facciano ricorso a questa dea, si ristabiliscono nelle condizioni precedenti». Iside, acclamata come sōteira dai Greci e come salutaris dai Romani, «benefica il genere umano con i suoi responsi oracolari e le sue cure (therapeiōn)» (Biblioteca storica 1,25,2-7).</p>
<p>Marco  zappella, licenziato al Pontificio Istituto Biblico, è membro  dell’Associazione Biblica Italiana. Partecipa al progetto di traduzione  in italiano della Bibbia greca detta “Settanta”. La sua ricerca si  concentra in modo particolare sui libri deuterocanonici e sul corpo  sapienziale. Ha pubblicato il risultato dei suoi studi su riviste  scientifiche italiane ed estere. Attualmente è membro della redazione  biblica delle Edizioni San Paolo.</p>
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