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13 May 2008 | Focus on, Lectio divina |

Parla, perché il tuo servo ti ascolta

by Bibbiablog Team

di fr. José Rodríguez Carballo ministro generale ofm

In vista della solennità della Pentecoste, fr. José Rodríguez Carballo, ministro generale dell’ordine dei frati minori, ha scritto una lunga lettera dal titolo: “Mendicanti di senso, guidati dalla Parola”, sulla lettura orante della parola di Dio. A ispirarlo a scegliere questo tema sono stati due importanti avvenimenti ecclesiali: l’apertura dell’Anno paolino, che inizierà il prossimo 28 giugno, voluto da Benedetto XVI per ricordare il bimillenario della nascita di san Paolo e la XXII Assemblea generale ordinaria del sinodo dei vescovi che si celebrerà in Vaticano dal 5 al 26 ottobre 2008, e avrà come tema La parola di Dio nella vita e missione della Chiesa. Di questa lettera abbiamo scelto la terza parte intitolata Parla, perché il tuo servo ti ascolta, riguardante la lectio divina.

La lettura orante della Parola è l’arte che cerca di attuare il passo del testo biblico nella vita e si presenta come un prezioso strumento che può aiutarci a superare l’abisso, tante volte constatato, tra fede e vita, tra spiritualità e quotidianità. La lettura orante della Parola non è una semplice pratica di pietà, è un metodo che mira a mettere in pratica la Parola ascoltata; è un’ermeneutica esistenziale della Scrittura, che conduce il credente a cercare nella pagina biblica, prima di tutto, Cristo, a porre in dialogo la propria vita con la persona di Cristo che si rivela a noi e, da ultimo, a vedere illuminata da una nuova luce la propria vita quotidiana.

La lettura orante della Parola è essenziale e indispensabile per la crescita della fede di noi che ci diciamo discepoli e missionari del Verbo del Padre, e, soprattutto, di noi che abbiamo professato il Vangelo come nostra «regola e vita». Di fatto, se è vero, come si è detto, che la celebrazione liturgica è il luogo in cui l’in quel tempo si trasforma in oggi, è altrettanto vero che è soprattutto attraverso la lettura orante della Parola che ci appropriamo di essa e la personalizziamo, lasciandoci istruire da Dio stesso (cf. Gv 6,45). Nella liturgia Dio parla al suo popolo, nella lettura orante della Parola Dio mi parla direttamente e quello che nella liturgia è dialogo con il popolo, nella lettura orante della Parola si fa unico e personale. Se la liturgia manifesta visibilmente la Chiesa, la lettura orante della Parola permette a ciascuno di sentirsi Chiesa: «Io Chiesa», diceva san Bernardo.

Alcuni tra noi fanno resistenza ad adottare come metodo di preghiera la lettura orante della Parola, pensando che sia un metodo proprio ed esclusivo della tradizione monastica. Niente di più falso. Il metodo della lettura orante della Parola era già in uso nel giudaismo (cf. Ne 8,1ss), fu poi utilizzato da Gesù nella sinagoga di Cafarnao (cf. Gv 6,26ss) e di Nazareth (cf. Lc 4,17ss), così come nella liturgia celebrata con i discepoli di Emmaus (cf. Lc 24,13ss) e fin dall’inizio fu ereditato dalla Chiesa primitiva (cf. 2Tim 3,14-16). Da allora generazioni di cristiani hanno pregato usando questo metodo e nutrendo solidamente la propria fede con una profonda spiritualità biblica. Uno di questi cristiani che diede un chiaro primato alla parola di Dio nella propria vita e che pregò con il metodo della lettura orante della Parola, come abbiamo già visto, fu il nostro padre e fratello Francesco.

I santi Padri non smisero di invitare i cristiani ad usare questo metodo di preghiera. Basti citare, tra tutti, san Giovanni Crisostomo, che ben raccomandava al popolo che gli era stato affidato questo metodo di orazione: «alcuni di voi dicono di non essere monaci … in questo, però, vi sbagliate – dice il Crisostomo – perché pensate che la Scrittura sia solo per i monaci, mentre, invece, è ancora più necessaria a voi, cari fedeli, che siete nel mondo. C’è qualcosa di più grave e peccaminoso del non leggere la Scrittura e di credere che la sua lettura sia inutile e non serva a nulla?». Ed è sempre il Crisostomo che raccomanda ai suoi fedeli: «tornate a casa e preparate due mense; una con i piatti del cibo, l’altra con i piatti della Scrittura». E ancora: «Quando tornate a casa – dirà in un’altra occasione – prendete la Scrittura e … rileggete e ripetete quello che avete ascoltato».

Se ciò è valido per tutti i fedeli che desiderano convertirsi in cristiani adulti, passando dal bene al meglio, che dire di chi, come noi, ha professato di vivere secondo il santo Vangelo?

È vero che questo metodo entrò in crisi nel medioevo a causa di una lettura che tendeva più alla questio e alla disputatio che alla meditazione e all’orazione, ma oggi, grazie al Vaticano II, dopo un esilio forzato della Parola e del metodo della lettura orante della Parola nella vita di molti cristiani, la parola è stata liberata e assistiamo ad una nuova epifania della parola di Dio nella comunità cristiana. D’altra parte, è lo stesso Concilio a proporre a tutti i credenti il metodo della lettura orante della Parola: «il santo Concilio esorta con ardore e insistenza tutti i fedeli, soprattutto i religiosi, ad apprendere la sublime scienza di Gesù Cristo» (DV 25). I Lineamenta proposti alla nostra attenzione in vista del prossimo Sinodo affermano: «è da incoraggiare vivamente anzitutto quella pratica della Bibbia che risale alle origini cristiane e che ha accompagnato la Chiesa nella sua storia. Viene tradizionalmente chiamata Lectio Divina con i suoi vari momenti (lectio, meditatio, oratio, contemplatio) (SdV 25).

Metodo della lettura: orante della Parola

Come già abbiamo visto per il testo citato dei Lineamenta, la lettura orante della Parola prevede tradizionalmente quattro momenti: lettura, meditazione, orazione e contemplazione. Questi quattro momenti hanno lo scopo di portare il credente a un approfondimento progressivo del testo biblico, in modo che la lettura porti a un incontro con il Signore e, così, a realizzare una vera trasformazione della propria vita. La lettura orante della Parola situa la vita del credente nella tensione evangelicamente feconda della conversione, perché il processo che in essa si realizza è un itinerario che dalla lettura e dall’ascolto della Parola conduce alla conoscenza e dalla conoscenza porta all’amore e ad una nuova vita, in conformità alla volontà del Signore. Così la lettura del testo biblico si trasforma in martyría, in testimonianza della Presenza, che trova il suo compimento più alto nel dono della propria vita per amore.

Quanto diremo sul metodo della lettura orante della Parola non pretende di essere uno schema rigido. La lettura orante della Parola è un cammino verso Dio e, come ogni cammino, anche questo deve essere proporzionato al passo, alla forza e al ritmo di chi cammina. Il risultato a cui si deve tendere non è la realizzazione di uno schema, ma la libera utilizzazione di esso per arrivare all’incontro con Dio attraverso la Parola letta, ascoltata, accolta, pregata, contemplata e vissuta nei giorni feriali della nostra esistenza.

Per motivi di praticità indico, come i momenti della lettura orante della Parola, i seguenti: lettura-ascolto; meditazione-assimilazione; orazione-contemplazione; pratica-annuncio.

Leggi e ascolta: cosa dice il testo?

La lettura non è solo il primo passo della lettura orante della Parola, ma la porta che ci apre all’intelligenza e alla comprensione della Parola, così come all’orazione con la stessa. La lettura non è fine a se stessa, ma deve orientare all’interiorizzazione della Parola e al dialogo della meditazione. Perché compia una tale missione, però, è necessario saper leggere. Una lettura intelligente e proficua, tra le altre cose, comporta:

– Lettura programmata. La lettura della Parola esige che le si dedichi un tempo determinato, che favorisca la calma, il silenzio, la solitudine. La lettura, come la preghiera a cui tende, non può essere fatta nei ritagli di tempo o nei tempi da riempire. Perché la lettura sia efficace è necessario riservarsi un tempo considerato importante ed essergli fedele. Che spazio occupa nella tua giornata la lettura orante della Parola? Perché?

Lettura attenta e nel silenzio. Ai nostri tempi la disciplina della vigilanza e dell’attenzione è divenuta una difficile arte anche per noi, assediati come siamo da mille chiamate all’estroversione, distratti da tanto chiasso, che viene da fuori o che ci risuona dentro. Invece di essere dei portinai vigilanti (cf. Mc 13,34) per accogliere la Parola, siamo parte di una generazione di sonnolenti, sordi, ciechi e muti, prigionieri nelle reti vuote della trivialità, fiacchi nello spirito, che pigia costantemente l’acceleratore per fuggire dalla realtà. Le parole si vanno accumulando negli scaffali del nostro cuore, le idee, i discorsi, i ragionamenti, le opinioni e i commenti occupano tutti gli angoli, divorando questo spazio di deserto e di silenzio in cui Dio desidera attirarci, mentre la sua Parola rimane sulla soglia della nostra casa, perché la porta è sprangata e non c’è risposta alla sua chiamata.

    Se perdiamo l’abitudine dell’attenzione, leggeremo il testo, ma la Parola non ci sorprenderà; cresceremo probabilmente nella chiarezza, ma non nella sapienza del cuore; ci consulteranno come esperti, ma non ci sarà nelle nostre risposte quella vibrazione che fa intuire sotto di esse un cuore abbagliato e abitato dalla Parola. D’altra parte una lettura senza silenzio esteriore non ci porterà alla comprensione del testo e alla preghiera (cf. Mt 6,6). La conoscenza di Dio, obiettivo ultimo della lettura, esige tempo e, come dice Guglielmo di Saint-Thierry: «silenzio e segreto». La lettura orante della Parola esige una cura del silenzio. In una società come la nostra siamo chiamati a recuperare spazi di silenzio, a fare deserto, per garantire il nostro equilibrio interiore e psicologico, per contemplare il mondo e gli altri con gli occhi del cuore, gli unici che possano penetrare nelle profondità e, soprattutto, per ascoltare la voce di Dio che parla e che ha qualcosa di nuovo da dire a tutti noi. Siamo disposti a questo?

– Lettura assidua. Leggere con profitto esige anche assiduità. Una lettura occasionale non edifica, ma piuttosto ci rende instabili. Nella lettura della Parola è necessaria l’assiduità, perché solo essa produce la familiarità e la familiarità produce e aumenta la fede, come dice quel gran conoscitore della Parola che era san Girolamo. Solo l’assiduità nella lettura ci porterà all’assimilazione della Parola fino a che diventi parte di noi stessi. Solo una lettura assidua ci porterà alla preghiera, irrobustirà la fede e trasformerà la nostra vita a immagine e somiglianza della Parola. «Leggi con molta frequenza le divine Scritture … il Libro Santo non sia mai deposto dalle tue mani», raccomanda san Gerolamo e sant’Isidoro di Siviglia avverte: «chi desidera essere sempre unito a Dio, deve leggere frequentemente le Scritture». Solo chi legge assiduamente può entrare nell’intimità della Parola e scoprire i suoi segreti. Talvolta per questo motivo Francesco, dopo aver chiesto a tutti i Frati, di accogliere benignamente con divino amore le fragranti parole del Signore nostro Gesù Cristo, ammonisce: «e coloro che non sanno leggere se le facciano leggere spesso». Con che frequenza ti dedichi alla lettura orante della Parola? Sei soddisfatto?

– Lettura credente. Non si tratta di una lettura di tipo individuale, ma sapienziale, spirituale, cioè di una lettura che parte dalla certezza che è lo Spirito ad ispirare la Parola e a spiegarla. Non si tratta di leggere e cercare una parola umana, ma una parola che confessiamo essere parola di Dio. Con la lettura non si cerca di saziare la nostra curiosità intellettuale, ma di incontrarsi con la Parola, di assaporare la Parola che è Cristo. Questo suppone la fede, la sola che ci porta a scoprire, tra le parole, la Parola della vita. Senza la fede la lettura sarà una lettura morta e sterile, per erudita che sia. Leggere a Parola senza fede sarebbe, per usare un’espressione di Kierkegaard, come contemplare lo specchio senza guardarsi in esso. Senza la fede la sola lettura non ci manifesterà il lato più nascosto del nostro essere, non metterà in discussione la nostra vita e, pertanto, non potrà trasformarci. Una lettura della Parola che non sia credente, non solo non darà i frutti sperati, ma produrrebbe la morte: «la lettera uccide, lo Spirito invece dà vita» (cf. Am 7).

    Solo una lettura con gli occhi della fede ci disporrà ad ascoltare e accogliere il messaggio della Parola, per difficile e radicale che possa sembrare, con cuore aperto e disponibile. In questo contesto è molto importante ricordare che la lettura orante della Parola, o lectio divina, è una lettura fatta a due: lo Spirito, che l’ha ispirata e la fa veramente Parola viva in chi la legge, e noi. Senza lo Spirito – e continuiamo a parlare di fede – non incontreremmo nella Parola il Verbo di Dio. Una lettura fatta con fede ci porta a una lettura epicletica, che produrrà in noi la comprensione, l’illuminazione, la docilità e il vuoto necessario per lasciarci abitare dalla Parola e, come Maria, generarla nella nostra vita. Com’è la nostra fede quando leggiamo la sacra Scrittura? Come ci poniamo di fronte alla Parola, come ad una parola umana o di Dio? Accolgo o addomestico le esigenze del Vangelo?

Lettura continua. Cercare testi secondo il proprio gusto è ridurre la Scrittura ad un libro in cui si cerca quello che si vuole trovare. Per questo è raccomandabile fare la lettura orante della Parola basandosi sul lezionario o facendo una lettura continua della sacra Scrittura o di uno dei suoi libri. Solo così si potrà evitare di cadere in un puro soggettivismo. La comprensione del testo, necessaria per la lettura orante della Parola, dipende dalla familiarità con il testo biblico, così che un testo possa essere compreso e commentato con un altro testo. È necessario leggere la Bibbia con la Bibbia. Per questo si può, nella misura del possibile è necessario, servirsi di strumenti a nostra disposizione che ci aiutino ad una migliore comprensione del testo, come può essere un buon commentario, senza dimenticare, senza dubbio, che la parola di Dio ci è stata data per l’unzione spirituale e per la carità, non per la semplice erudizione o cultura. Mi lascio illuminare e giudicare dalla Parola o sono di quelli che cercano di essere giustificati da essa in tutto ciò che fanno o dicono?

– Lettura ecclesiale. La Chiesa è il corpo dove la Parola può risuonare veramente per quello che è: Parola di vita. La Chiesa, che non è padrona della Parola, senza dubbio la custodisce e interpreta autenticamente, grazie all’azione dello Spirito che l’assiste. Solo la comunione con la Chiesa, vissuta in piena docilità allo Spirito, unico vero esegeta della Parola, ci libera dal soggettivismo interpretativo, dall’arbitrio e dal consumismo privato della Parola. Francesco, come già abbiamo ricordato, ci mette in guardia contro ciò e ci insegna a leggere la Parola in comunione con la Chiesa.

    La lettura orante della Parola è possibile solo nel contesto ecclesiale e, perciò, comunitario, anche quando si fa personalmente. La Parola, nata nella comunione di fede, si comprende nella comunità. Per questo la vita fraterna in comunità favorisce «la riscoperta della dimensione ecclesiale della Parola: accoglierla, meditarla, viverla insieme, comunicare le esperienze che da essa fioriscono e così inoltrarsi in un’autentica spiritualità di comunione».

La lettura della Parola, con tutti i requisiti di cui abbiamo parlato, deve essere accompagnata dalla volontà di ascoltarla. «Ascolta, Israele» (Dt 4,1;5,1;6,4-9), è l’invito che risuona costantemente nelle orecchie del popolo di Dio. Ascolta, è l’urlo sempre presente sulla bocca dei profeti ed è l’imperativo per tutti quelli che si dispongono a entrare nella lettura orante della Parola.

Alla Parola corrisponde l’ascolto, che solo permette di accettarla, accoglierla e aprirle il nostro cuore, per poi obbedirle senza esitazione, subito. L’ascolto esige di fare silenzio, il quale permette che il mondo dell’altro, in questo caso della Parola, entri in noi; esige di prestare attenzione, che permette di concepire la Parola nel cuore, di ospitarla; esige disponibilità, cioè, che entri in noi e vi dimori. Si capisce, così, che senza l’ascolto, la lettura è superficiale, la Parola si perde, la comunicazione si rompe e non c’è l’incontro.

Medita e assimila: cosa ti dice oggi la Parola?

Non basta leggere la Parola, è necessario curarla, custodirla nel cuore (cf. Ez 3,10), perché possa produrre i frutti sperati. Non basta l’incontro materiale con la Parola, è necessario assimilarla, accoglierla con fede, farla nostra. A questo mira proprio questo secondo momento della lettura orante della Parola: meditazione-assimilazione.

Per la Bibbia meditare significa sussurrare, pronunciare a bassa voce. È per questo che la meditazione, a cui facciamo riferimento, è conosciuta anche come ruminazione della Parola. È attraverso questo sussurro, o ruminazione, del testo biblico che si giunge alla conoscenza del testo, cioè della volontà di Dio, per metterla in pratica, viverla, obbedirle. Così la meditazione porta all’assimilazione e da questa si passa alla comprensione dell’oggi della Parola, che permette il confronto della vita, personale o comunitaria, con la Parola ascoltata.

La meditazione non è un’elucubrazione, ma un dialogo, un incontro personale con il tu che ci si è rivelato come egli durante la lettura. La meditazione non è, pertanto, una tecnica che ha per fine il proprio soggetto, ma un cammino che cerca di aprire il soggetto all’alterità e alla comunione con il Verbo, per arrivare ad avere gli stessi sentimenti di Cristo (cf. Fil 2,5). A questo, senza dubbio, non si arriva senza lavoro, senza ruminazione, che comporta anche, secondo le proprie possibilità, lo studio della Parola.

La meditazione è un’operazione spirituale che dalla lettura e dall’ascolto del testo biblico porta ad una risposta di preghiera e contemplazione e a una risposta di vita: la meditazione mira a vivere e incarnare la Parola. Non è un caso che la tradizione biblica parli di masticare e mangiare la Parola: «Figlio d’uomo, nutrisci il ventre e riempi le viscere con questo rotolo che ti porgo. Io lo mangiai e fu per la mia bocca dolce come del miele» (Ez 3,3). Geremia da parte sua parla di divorare la Parola con avidità, tanta era la gioia che provava nel mangiarla (cf. Ger 15,16), la dolcezza che gli provocava (cf. Sal 119,103.105). La meditazione-assimilazione ci permette di lasciarci abitare dalla Parola, accoglierla nella nostra intimità, per questo, solo chi mangia la Parola, può poi comunicarla agli altri: «mangia questo rotolo, poi va’ e parla alla casa d’Israele» (Ez 3, 1).

In questo secondo momento della lettura orante della Parola deve esserci la necessaria simultaneità tra la comprensione della parola di Dio attraverso la mente e l’accoglienza generosa del cuore. Nella meditazione, soprattutto perché si tratta di assimilare il testo, deve coinvolgersi tutto l’uomo, sintetizzato nel binomio tradizionale di mente e cuore. Questo momento è molto importante, perché si tratta di lasciarci trasformare dalla Parola per essere Parola viva di Cristo, Parola stessa di Gesù, fatta visibile, fatta carne in chi la riceve con amore.

Nella Regola non bollata Francesco, basandosi sulla parabola del seminatore (cf. Mt 13,3-23), presenta quattro tipi di incontro con la Parola. Nel primo caso la Parola non è intesa e subito viene il maligno per prendere quanto è stato depositato nel cuore. Nel secondo caso la Parola è abbandonata a causa delle persecuzioni o tentazioni. Nel terzo caso la Parola è soffocata dalle preoccupazioni del mondo. Nel quarto caso – è quello dell’ascolto con cuore buono, cioè con buone disposizioni – la Parola è compresa, custodita e dà frutto.

La Parola se non è ascoltata con cuore buono si perde, è soffocata, non può produrre frutto. Chi non accoglie la Parola con determinate disposizioni è terreno lungo la strada, tra le rocce e tra i rovi, in cui la Parola non può crescere e tanto meno dare frutto. Francesco ci mette in guardia contro questa possibilità, dicendoci: «e guardiamoci bene dalla malizia e dall’astuzia di Satana, il quale vuole che l’uomo non abbia la sua mente e il cuore rivolti al Signore Dio». Il maligno desidera che la Parola non trovi terra buona, cioè che non rimanga nel cuore. Infatti, lo spirito del male non vuole assolutamente, che la Parola metta il cuore in stretto rapporto con il Signore. Per evitare questo rapporto il maligno, con astuzia, cerca di arrivare alla causa del cuore rivolto verso il Signore: la parola custodita nel cuore dell’uomo.

Il cuore dell’uomo è presentato da Francesco, sulla scorta delle Scritture, come una casa, un’abitazione, da cui il maligno è stato cacciato fuori dal potere della Parola. È necessario vigilare, stare in guardia, perché non torni più forte di prima con il pretesto di una ricompensa. Perdere la Parola dal cuore significherebbe perdere il Signore, mentre curarla e custodirla nel cuore dà la possibilità di «servire, amare, onorare e adorare il Signore Iddio con cuore mondo e con mente pura». È il permanere della Parola a trasformare il cuore di pietra in cuore di carne, l’immondo in cuore puro: «voi siete già puri a causa della parola che vi ho annunziata» (Gv 15,3).

Nella meditazione-assimilazione ci giochiamo il frutto della lettura orante della Parola. È necessario, quindi, prepararla con attenzione, tanto nella disposizione del cuore che negli aspetti esteriori: tempo, luogo, silenzio… E qui risuona anche la parola del Signore: «la attirerò a me, la condurrò nel deserto e parlerò al suo cuore» (Os 2,16). Dobbiamo disporre il cuore per la Parola come un campo riservato e protetto, ricordando che la Parola risuona solo in un cuore disponibile e nel silenzio. Allora il deserto si trasforma in luogo abitato dalla Parola, in memoria del primo amore (cf. Ger 2,2), in luogo della fedeltà (cf. Dt 32,10-12). Con quali mezzi custodisco la Parola nel cuore?

Prega e contempla: cosa dici al Signore con la Parola?

Una volta assimilata la Parola attraverso la meditazione, ora è il momento di pregare con la Parola. Una volta che sappiamo quello che il Signore ci dice, ora è il momento di chiederci: che cosa dico al Signore? Pregare è rispondere a Dio dopo averlo ascoltato, è dire di sì al suo progetto su di noi e, in un certo senso, restituirgli la Parola ascoltata.

In questo terza fase della lettura orante della Parola è il momento di parlare al Signore, di manifestargli quello che sentiamo nel nostro cuore, portati per mano dalla Parola. Il padre san Francesco è un buon esempio di questo nelle sue preghiere. La parola è giunta a noi, si è annidata nel nostro cuore e ora torna a Dio in forma di preghiera. Lo vediamo anche nella grandi preghiere del Nuovo Testamento: Magnificat (cf. Lc 1,46ss), Benedictus (cf. Lc 2,67ss), e Nunc dimittis (cf. Lc 2,29-32).

La preghiera nel contesto della lettura orante della Parola è un grido che sgorga dal più profondo del cuore, che arde per la parola di Dio. Trasformare la Parola in preghiera è guardarci nello Specchio, presente in essa, per lasciarci trasformare da esso, interiormente ed esteriormente, e poi essere anche noi specchio per gli altri. Il «quando ascolti, Dio ti parla; quando preghi, tu parli a Dio» di Ambrogio si compie. Il cerchio si chiude, è completo.

La preghiera, perciò, non è un mezzo per la lettura orante della parola, ma il suo risultato, così come risultato della preghiera è la contemplazione: momento passivo dell’intimità, in cui la Parola è assaporata nel cuore, conoscenza di Dio con l’esperienza del cuore, concentrazione nel mistero di Dio (cf. Gv 17,3). Dopo una prolungata preghiera si sperimenta la presenza del Signore che suscita in noi stupore, meraviglia, visione limpida della realtà con gli occhi dei semplici, dei poveri in spirito. In questo contesto la contemplazione è quella che sale da un cuore abitato e toccato dalla Parola.

Così la preghiera ci porta al concreto della vita, perché la preghiera non si può mai separare dalla vita: preghiamo quello che viviamo e amiamo Dio attraverso le nostre situazioni e le cose concrete che viviamo; la contemplazione, invece, ci porta a concentrarci sull’essenziale: guardare unicamente Gesù, riposare in lui, accogliere il suo amore per noi (cf. Lc 10,39). In questo modo la contemplazione ci porta dai fatti e dalle situazioni della vita, a scoprire e assaporare in essi la presenza attiva e creatrice della Parola, e l’incontro su di essa è sostituito dall’incontro con essa. Allora la Parola abiterà per la fede nei nostri cuori e, alla fine, conosceremo l’amore di Cristo (cf. Ef 3,17-19).

Metti in pratica e annuncia: cosa fare con la Parola?

La conclusione naturale della lettura orante della Parola è questa: mettere in pratica la Parola e dare testimonianza al Signore. Nella sacra Scrittura una stessa parola, shemá, significa ascoltare, obbedire, mettere in pratica. Ascoltare non è solo acquisire informazioni su Dio, ma aderire a una Parola che impegna il modo di vivere. Se ascoltare è la risposta naturale dell’uomo a Dio che parla, l’obbedienza della fede (cf. Rm 1,5; 10,14-17) è la meta di tutto l’ascolto.

La lettura orante della Parola non è, quindi, solo una scuola di preghiera, ma una scuola di vita. «Non chiunque mi dice: “Signore, Signore”, entrerà nel regno dei cieli; ma chi fa la volontà del Padre mio che è nei cieli» (Mt 7,21). La nostra comunione con il Signore, espressa in termini umani usati dal Vangelo – madre, fratelli, sorelle –, dipende dal fare diventare vita la parola di Dio nelle nostre vite (cf. Mt 12,48-50).

Chi accoglie la Parola nella fede e nell’obbedienza e la lascia operare, sperimenta una forza trasformatrice, perché è abitato da Cristo, come dice l’Apostolo: «Cristo vive in me» (Gal 2,20). L’obbedienza alla Parola illumina qualunque altra obbedienza. La Parola accolta con cuore puro non è mai inefficace, perché, come dice il profeta: «come infatti la pioggia e la neve scendono dal cielo e non vi ritornano senza avere irrigato la terra, senza averla fecondata e fatta germogliare, perché dia il seme al seminatore e pane da mangiare, così sarà della parola uscita dalla mia bocca: non ritornerà a me senza effetto, senza aver operato ciò che desidero e senza aver compiuto ciò per cui l’ho mandata (Is 55,10-11). Quando, come Maria, si accoglie la Parola e la si conserva nel cuore (cf. Lc 1,38; 2,19.51), la Parola ci mette in cammino verso chi ha bisogno di noi (cf. Lc 1,39- 45). La Parola ascoltata e accolta si trasforma in vita.

Francesco si impegnò costantemente per passare dalla vita alla Parola e dalla Parola alla vita, incarnando in proposte concrete di vita ogni frammento che leggeva o ascoltava della Parola. Secondo lui, la parola di Dio se la si ascolta solamente è parola morta, che produce morte. A chi, privo della sapienza spirituale, si limita ad ascoltare la Parola, si possono ben applicare le parole che Francesco scrive in una sua lettera: «vedono, conoscono, sanno e fanno il male e consapevolmente perdono le loro anime». Per questo egli ha grande attenzione nel preservare i Frati da un ascolto della Parola disimpegnata e disincarnata dalla vita.

Il punto di arrivo della lettura orante della Parola è l’evangelizzazione. Questo è importante non dimenticarlo. Il frutto della lettura orante della Parola si ottiene solo quando si rompe il guscio del tiepido seno materno e si permette agli altri di poter bere a quella stessa Parola che alla fine ci ha trasformato il cuore. Ci diceva recentemente Benedetto XVI: «nutrite la vostra giornata di preghiera, di meditazione e di ascolto della Parola di Dio. Voi, che avete familiarità con l’antica pratica della lectio divina, aiutate anche i fedeli a valorizzarla nella loro quotidiana esistenza. E sappiate tradurre in testimonianza quanto la Parola indica, lasciandovi plasmare da essa che, come seme accolto in terreno buono, porta frutti abbondanti. Sarete così sempre docili allo Spirito e crescerete nell’unione con Dio, coltiverete la comunione fraterna fra voi e sarete pronti a servire generosamente i fratelli, soprattutto quelli che si trovano nel bisogno». Chiamati ad annunciare la Parola agli altri, solo saziando la nostra sete nell’incontro con la Parola, come la Samaritana, potremo convertirci in messaggeri della Parola.

La fanciulla di Nazareth, la Vergine fatta Chiesa, lei, palazzo, casa e tabernacolo della Parola, che è attenta alla Parola ed è capace di guardarla e meditarla nel suo cuore, è paradigma di tutti noi che desideriamo ascoltare, accogliere e vivere la Parola. Chiamati a ripartire da Cristo, Parola del Padre all’umanità, sentiamo il bisogno di guardare a Maria, ascoltatrice attenta della Parola, perché l’ascolto della Parola, nell’antica e sempre valida tradizione della lettura orante della Parola, ci interpelli, orienti e modelli la nostra esistenza. Questo è il solo cammino per arrivare ad essere trafitti dai raggi del Verbo incarnato.

Chiamati ad annunciare la Parola, i Fratelli e le Sorelle di oggi e di domani, in un mondo profondamente secolarizzato, non potranno testimoniare Cristo se non sono contemplativi che si lasciano, nel silenzio della lettura orante della Parola, rigenerare per mezzo della parola di Dio viva ed eterna (cf. 1Pt 1,23). Se di Dio possiamo parlare solo se prima abbiamo parlato con lui, la Parola può essere comunicata agli altri solo se prima abbiamo colmato la nostra sete di pienezza alla sorgente della Parola. Seguendo l’esempio di quanti ci hanno preceduto nella sequela di Cristo secondo la forma di vita evangelica che Francesco e Chiara ci hanno trasmesso, siamo diligenti nell’ascolto della Parola e riceviamola con docilità. Non accontentiamoci solo di ascoltare la Parola, ingannando noi stessi, ma mettiamola in pratica, poiché solo così potrà salvare le nostre vite e sarà per noi fonte di felicità, gioia e letizia (cf. Giac 1,19.21.25; Ger 15,16.).

(Fonte: Testimoni 9 [2008] 23-29)




1 Comment


Comment by Nadia Del Monte
13 May 2008 on 9:35 pm

la Parola è paziente.
trovo molto bella questa lettera.

“Interrogo la tristezza e scopro
che non ha il dono della parola;
eppure, se potesse,
sono convinto che pronuncerebbe
una parola più dolce della gioia.”

Kahlil Gibran


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