9 July 2008 | Focus on, Paolo |

Un anno con s. Paolo

di Paolo Bizzeti sj 

L’anno paolino è una preziosa occasione che papa Benedetto XVI ci offre e di cui conviene precisare alcuni obbiettivi (cf. le quattro catechesi nelle Udienze generali del 2006: 25 ott. e 8.15.22 nov.). Un primo scopo è certamente quello di celebrare un uomo che merita il massimo della considerazione non solo da parte dei cristiani ma di tutti coloro che sono interessati ad approfondire il senso dell’esperienza religiosa autentica. Un secondo motivo riguarda la necessità di approfondire e conoscere meglio Paolo, la sua storia, la sua esperienza, la sua letteratura, liberandolo da alcune semplificazioni o “etichette” che nel corso dei secoli hanno non di rado impoverito la sua personalità e il senso della sua vita. Un terzo obiettivo è quello di favorire un nostro personale e comunitario processo di conversione, stimolati dalla meditazione della vita e delle opere di s. Paolo quali ce le trasmettono le Lettere e gli Atti degli apostoli. Duemila anni di storia non hanno dunque spento né l’interesse culturale né il fascino spirituale che promanano dall’Apostolo delle genti. Cominciamo col fare memoria delle grandi tappe della sua vicenda[1]. 

La storia di s. Paolo

 Il Paolo precristianoSolitamente si parla molto della sua conversione e dei suoi viaggi missionari, mentre l’inizio e la fine della vita di Paolo restano in ombra. Invece, questi lunghi anni sono fondamentali se vogliamo avere una comprensione olistica dell’Apostolo e non ridurlo ad una “macchina da evangelizzazione” formidabile, ma circoscritta ai tempi in cui ha scorrazzato per strade e città del bacino del Mediterraneo. Chi era dunque Paolo prima di arrendersi a Gesù di Nazareth? Dov’è cresciuto, che aria ha respirato, quali sono le radici culturali e spirituali in cui si è innestata la sua vocazione a diventare “servo” di Gesù Signore? Non c’è dubbio infatti che una vocazione, per quanto sconvolgente essa sia, non annulla una persona né la sua storia.Allora diciamo subito che Paolo era un uomo cresciuto in un ambiente multiculturale e multireligioso, già persona di altissima levatura e con tensioni di grande qualità nella sua dedizione a Dio e al prossimo. La sua data di nascita non è precisabile, ma è verosimile che sia avvenuta tra il 5 e il 10 d.C basandosi su Fm 9 e At 7,58[3]. La sua famiglia, stando a s. Girolamo (Liber de viris illustribus, 5), era dell’alta Galilea, di Giscala: da qui per un qualche motivo si è poi trasferita a Tarso di Cilicia (At 21,39), che godeva di «fama mondiale… una vera città cosmopolita del tipo ellenistico. La sua importanza culturale fu tale da poter gareggiare con Atene e Alessandria, secondo la testimonianza del geografo Strabone; Tarso diede i natali a molti rinomati filosofi (Antipatro, Archedamo, Nestore, Atenodoro Cordilio, amico di M. Cartone, Atenodoro, figlio di Sandon e precettore di Augusto), grammatici (Artemidoro, Diodoro) e poeti (Dionside, Boeto e forse anche Arato, di cui Paolo in At 17,28 riporta il detto: - “Di lui (Giove) infatti siamo anche stirpe”) dell’antichità ellenistica. Il clima cosmopolita di Tarso favoriva anche un certo sincretismo religioso. Elementi assiri, persiani, ma soprattutto greci – introdotti dai vari dominatori di turno – si aggiunsero alle antiche credenze indigene della città… In questo clima di libertà, anche i giudei godevano il diritto di esercitare il loro culto sinagogale, la pratica della circoncisione, l’osservanza del sabato e di tutte le altre opere legali. A confronto con il sincretismo religioso pagano, il giudaismo con il suo assoluto monoteismo, la sua morale legalistica, la sua forte coscienza razziale, doveva apparire diverso e strano. Nonostante questo volontario isolamento, caratteristico di tutti gli Ebrei della diaspora, gli Ebrei di Tarso dovevano essere abbastanza ellenizzati: conoscevano bene la lingua greca, si adattavano alle costumanze politico-commerciali e a volte, per motivi apologetico-missionari, ne assumevano anche il linguaggio filosofico. Paolo più in là dirà ai Romani: «Sono debitore ai Greci e ai barbari, ai sapienti e agli ignoranti» (Rm 1,14). Il suo nome era Sha’ul, nome biblico che sottolineava l’origine della famiglia dalla tribù di Beniamino. «Per quali ragioni avesse ricevuto il soprannome latino [Paolo] tanto inconsueto (tra i romani non era molto frequente, tuttavia tra i non romani nell’oriente greco era estremamente raro e tra i Giudei non compare in nessun altro caso), resta oscuro»[4].Siamo dunque di fronte a un ragazzo di famiglia benestante, che parla correntemente due lingue, forse tre (greco, aramaico e latino), conosce a menadito la Bibbia dei LXX e quella ebraica, cresce in una grande città a contatto con gente di ogni tipo, vivendo una pratica religiosa impegnativa e rigorosa. La sua formazione continua a Gerusalemme dove consegue quello che oggi chiameremmo un dottorato in scienze bibliche con un celebre maestro di Gerusalemme. Divenuto un giovane uomo, può compiere missioni anche lontane, godendo quindi della fiducia dei capi, al punto da potersi presentare come un rappresentante plenipotenziario. Per Saulo tutti quelli che invocano il nome di Gesù – falso profeta, morto da maledetto – rappresentano una seria minaccia, un’eresia pericolosa. «Bisogna aggiungere un punto importante: con ogni probabilità a Paolo stava a cuore la problematica della salvezza dei pagani ed era fra quelli che pensavano che, attraverso un’osservanza scrupolosa e rigorosa dei comandi di Dio, Israele attirasse la salvezza su tutti gli uomini»[5]. Comprendiamo dunque come il Paolo apostolo dei gentili non sia un fungo spuntato nel deserto per un’azione miracolistica: la vocazione è un dono gratuito di Dio, ma il Signore vedeva come quest’uomo fosse ben “attrezzato” per la missione che voleva affidargli. Vediamo sinteticamente:– lo zelo di Paolo per la “legge”, la profonda conoscenza e amore per la Torah declinata nei 613 comandi osservati con rigoroso impegno, gli permettevano di afferrare tutta la portata della liberante salvezza per grazia;– l’appartenenza al mondo del giudaismo palestinese e a quello della diaspora gli consentiva di dialogare con le persone delle sinagoghe di Gerusalemme e con quelle sparse nell’impero romano secondo modalità appropriate a ciascuna (vedi per es. At 13,16ss e 23,1ss);– la cittadinanza romana e una certa conoscenza della cultura ellenistica, gli accordavano la possibilità di parlare tanto ai cittadini della colta Atene quanto ai funzionari dell’impero romano;– la conoscenza della Bibbia ebraica e della fondamentale traduzione greca detta dei LXX gli permetteva di fare una raffinata esegesi dei testi biblici per mostrare che Gesù di Nazareth e il suo Vangelo non erano né in contraddizione né in alternativa alla fede dei padri;– l’incontro con Gesù vivente gli spalancò la porta su una prospettiva di salvezza universale, che già ardeva nel suo cuore educato da alcuni passi profetici.  

Il germe della sua vocazione

Saulo persecutore aveva dunque tutte le risorse per servire al piano del Signore, ma questo non poteva avvenire senza la complicità di qualcuno: fu Stefano, un giudeo ellenista, l’uomo che seminò nella vita di Paolo un germe che poi sarebbe sbocciato sulla via di Damasco con effetti dirompenti. Ci torneremo subito. Per adesso registriamo il fatto che a un certo momento, sui 30 anni, la sua vita ebbe una svolta decisiva: questo fatto viene qualificato come “la conversione” di Paolo (vedi anche il titolo della festa liturgica del 25 gennaio), fermo restando che né negli Atti né nelle Lettere, l’avvenimento sulla via di Damasco viene mai qualificato col termine “conversione”! Eppure sia Luca che Paolo conoscono bene questa terminologia, nelle sue varie modulazioni. Così come nel testo non c’è la famosa caduta da cavallo, una libera interpretazione di epoca tarda, immortalata in tante opere pittoriche!Cosa è successo dunque? «È un racconto talmente trito e ripetuto nella catechesi, nella liturgia, nell’arte – i quadri su Paolo, per lo più, raffigurano il cavallo, la caduta, la luce – da essere facilmente banalizzato, frainteso, colto riduttivamente con conseguenze gravi per il nostro modo di capire la via di Dio nell’uomo»[6]. La prima interpretazione riduttiva è pensare che a Damasco Paolo abbia avuto una conversione di tipo morale, come se fosse stato un grande peccatore. La seconda è pensare a Paolo come a un uomo che cambia bandiera: prima zelante fedele della legge, a un certo momento mette tutto il suo zelo al servizio di una nuova causa, quella di Gesù Cristo. Ma saltando da una parte all’altra si nega ogni vera novità perché in fondo si rimane sempre se stessi. Per capire l’avvenimento di Damasco bisogna meditare su quanto successe al momento della lapidazione di Stefano, alla Porta dei leoni a Gerusalemme. «La morte di Stefano in realtà è un generare alla vita Saulo. Sembra la fine di Stefano, invece è la fine del persecutore Saulo, perché Stefano muore ma con il suo sacrificio conquista Saulo. La menzione di Saulo a questo punto non è casuale nello sviluppo del racconto lucano! La mitezza e il perdono del martire non può lasciare indifferenti. Di Saulo fino ad ora non si era mai parlato, nei versetti successivi si parla di lui tre volte e l’unico di cui si dice il nome. At 8,1.3 parlano di Saulo che infuria contro la Chiesa, entra nelle case, prende uomini e donne e li fa mettere in prigione… ma ormai è conquistato da Cristo perché c’è chi l’ha perdonato in anticipo, chi l’ha amato gratuitamente.Paolo e Stefano erano su fronti opposti: uno tra i persecutori, l’altro tra i perseguitati. Saulo era tra quelli che volevano la morte di Stefano, Stefano era tra quelli che volevano la vita di Saulo. Saulo era tra quelli che credevano di essere giusti e condannavano in nome della giustizia. Stefano invece era tra quelli che, a causa della giustizia di Dio, salvavano. Sono due giustizie a confronto: la giustizia di Saulo, custode intransigente e geloso della Torah e la giustizia misericordiosa, benevola, che non risponde al male col male, che vince il male col bene, che vince il nemico “accumulando su di lui carboni ardenti”, come Paolo scriverà in una sua lettera (Rm 12,20), cioè con un fuoco di amore che pian piano scioglie il cuore duro del nemico»[7].Questa esperienza sarà il nucleo portante che, elaborato nei lunghi anni in cui Paolo dovette ritornare forzatamente a Tarso – la sua presenza a Gerusalemme era troppo ingombrante (At 9,30)! –, genererà la sua teologia sulla salvezza per grazia attraverso la fede, andando di molto oltre la visione di una vita “da giusto” alla maniera dei farisei.  

I grandi viaggi missionari

Gli anni del prezioso lavoro apostolico ad Antiochia, insieme a Barnaba, così come i grandi viaggi missionari, sono ben conosciuti per cui non è il caso di dilungarsi. Si rifletta però sul fatto che Paolo non è l’eroe solitario dell’evangelizzazione, come alcune rappresentazioni romantiche se lo immaginano. Diversi fattori hanno permesso l’opera di Paolo, Barnaba e degli altri che via via si sono aggiunti: la rete di comunità di giudei ellenisti sparsa nel bacino del Mediterraneo, soprattutto nelle città significative; la rete stradale creata, mantenuta e difesa dai Romani per cui si poteva viaggiare tra questi paesi più facilmente di oggi; la lingua greca comune diffusa capillarmente; il sistema di navi commerciali e passeggeri che permetteva collegamenti altrimenti difficilissimi se non impossibili; e, alla base, una vera comunità cristiana, fedele alla preghiera e al digiuno (At 13,2), capisaldi del giudaismo, guidata da persone qualificate che non esitano a privarsi dei loro due campioni, Barnaba e Paolo, perché possano donare anche ad altri ciò che hanno donato loro.  

Il mistero pasquale di Paolo

È l’ultima parte della vita di Paolo quella meno conosciuta ed esplorata nei suoi significati evangelici: Atti 23–28 quasi non compaiono nella lettura liturgica, eppure costituiscono una parte considerevole degli Atti e ci introducono nella “passione” dell’apostolo, culmine narrativo ed esistenziale, che farà di lui uno strumento universale di salvezza. Questi anni sono occupati dal suo essere “detenuto in attesa di giudizio” e dal lungo viaggio verso Roma, cuore dell’impero, estremo confine della terra.Le vicende giudiziarie di Paolo sembrano quelle di un cittadino di oggi, tra burocrazia, lentezze dei giudici e attesa di denari sottobanco per far funzionare quello che lo stato di diritto dovrebbe garantire: ma la novità consiste nel come l’apostolo riesce a stare dentro questo ingranaggio fino a farne l’occasione per un annuncio del Vangelo “ai piccoli e ai grandi” (At 26,22). Non più viaggi, fondazioni di chiese, imprese apostoliche: la missione di Paolo è diventata questo stare in una fase estenuante in cui non succede nulla! È la passione di Paolo, una passione non eclatante: «Le sofferenze di Gesù sembrano molto più grandi perché sono descritte ampiamente nel resoconto della passione. Di Paolo si può solo intuire la situazione pesante dell’essere in prigione: di fatto ha già avuto in precedenza sofferenze notevoli nelle flagellazioni o nelle lapidazioni alle quali è stato sottoposto. Egli le riferisce quasi considerandole come un avvenimento che si aspettava. Paolo dà più rilievo alle sofferenze morali, soprattutto alla solitudine… Paolo sperimenta lungo la sua passio, intesa fino alla fine della sua vita, un abbandono progressivo dei discepoli. Lui, che è così pieno di carica vitale, esce in affermazioni che non riescono a nascondere che è stanco e che ha l’impressione di aver sofferto al limite delle forze»[8].In questo contesto, un’esperienza fortissima del Signore: «La notte seguente gli venne accanto il Signore e gli disse: “Coraggio! Come hai testimoniato per me a Gerusalemme, così è necessario che tu mi renda testimonianza anche a Roma”» (At 23,11). «Nessun altro attore del racconto si vedrà rivolgere un incoraggiamento simile, tanto più che Paolo è solo, circondato da soldati e persone che gli sono ostili. Ma il narratore colloca la teofania a questo punto del racconto con un’evidente intenzione prolettica: quando davanti al governatore Festo, Paolo si appellerà all’imperatore, (cf. At 25,11), il lettore non vedrà in questo un effetto della paura, né l’espressione di un colpo di testa – egli aveva deciso già da molto tempo di andare a Roma (cf. At 19,21) – né la semplice rivendicazione di un diritto, ma lo strumento mediante il quale Paolo potrà compiere la profezia divina»[9].Il lungo e dettagliatissimo racconto della traversata in mare con tanto di naufragio, poi, è un racconto di sintesi in cui il cosmo e l’intera umanità sono rappresentate (At 27,1–28,15). Il piccolo mondo simbolico della nave rispecchia tutti gli atteggiamenti umani, tutte le dinamiche: ogni uomo coltiva in vari modi l’illusione di saltare giù dalla nave e di mettersi in salvo e il mare è il simbolo della potenza del male, il luogo dove abita il mostro marino, l’anticreatore e ognuno è in balia di queste forze caotiche, suo malgrado. Vi è entrato per i suoi sbagli, e non ne può più uscire, ma mentre sprofonda nella morte, un testimone della parola del Signore lo afferra e lo conduce al porto sospirato. Nel momento della prova ciascuno si rivela: Paolo è icona vivente del Figlio, annoverato fra i peccatori per portarli fuori dagli inferi, un raggio di quella Luce che rischiara fin da ora le tenebre. Arrivato infine al cuore dell’impero, niente e nessuno possono impedire di andare da Paolo (At 28,30–31). La porta del Vangelo è aperta per tutti!  

La sua esperienza religiosa   

Come detto all’inizio, la vicenda di Paolo è di estremo interesse non solo per i cristiani ma per chiunque voglia riflettere sull’esperienza religiosa autentica. Paolo infatti era uomo impegnato con Dio, dalla vita morale integerrima, un uomo che pregava: la sua esistenza da fariseo, se capita nelle sue componenti fondamentali – senza limitarsi alle modalità particolari del giudaismo – può essere quella di molti uomini di Dio, di molte religioni. Persone corrette nel compiere il loro dovere, che cercano di fare del bene al prossimo, che non hanno il centro della loro vita nel guadagno, nel successo, nel potere. Persone pronte a morire per difendere i valori autentici e pronte, nei casi estremi, a usare la violenza contro dei pericolosi eretici – come stava facendo Paolo.Ma Paolo a un certo momento si è reso conto che con questa “religione delle buone opere”, con questo dividere il mondo in buoni e cattivi, con questo “zelo religioso”, non succedeva niente di veramente nuovo, l’uomo restava intrappolato nella sua impotenza ed autosufficienza e Dio finiva per essere solo il legislatore di una legge giusta, ma incapace di salvare quel peccatore che siamo tutti noi, anche i migliori. È l’analisi spietata che egli fa del mondo pagano e immorale e del mondo dei “buoni fedeli” che finiscono per fare ciò che condannano negli altri (Rom 2,17–23): «Abbiamo dimostrato … che Giudei e Greci, tutti, sono sotto il dominio del peccato, come sta scritto: Non c’è nessun giusto, nemmeno uno, non c’è sapiente, non c’è chi cerchi Dio! Tutti hanno traviato e si son pervertiti; non c’è chi compia il bene, non ce n’è neppure uno» (Rom 3, 9b–12).Tutti parlano di pace, tutti la vogliono, tutti al limite pregano per essa … ma non conoscono la via per realizzarla: ecco il punto! Tutti vogliono che Dio finalmente metta ordine e giustizia, ma nessuno conosce la via per realizzare questa giustizia, pace e salvezza universali. Tutti pregano per avere un incontro con Dio che sia pienamente liberante e doni di sentirsi salvati, “giustificati”, ma come Lui esaudisce questo desiderio? Paolo era convinto che non si potesse realizzare tutto questo finendo in croce in mezzo ai malfattori: invece scopre questa misteriosa sapienza del Signore, più sapiente di tutte le infinite e dotte discussioni su Dio e più forte di tutti i miracoli (cf 1Cor 1,18ss).Paolo non disprezza e non rinnega nulla del passato, ma da quando ha incontrato uno Stefano che perdona coloro che lo lapidano (At 7,60), un Anania che chiama “fratello” proprio lui che lo stava cercando per metterlo in galera (At 9,17) … si è reso conto che c’è davvero qualcosa di nuovo nella storia del mondo, che rende “spazzatura” (Fil 3,7ss) tutto l’impegno del più serio degli uomini “religiosi” quale era lui.Ora gli appare in tutt’altra luce quel carpentiere di Nazareth che lui riteneva un impostore, un falso profeta, un pericolo: proprio quest’uomo invece era stato capace di generare – con la sua vita e la sua morte – una umanità nuova, liberata dalla sottile truffa di doversi “guadagnare” il cielo, dall’inganno di chi crede di dover difendere la causa di Dio e dei “buoni”, come se Dio volesse dei difensori che perdono la vita per lui (come il Pietro pre–pasquale). Paolo incontra una comunità che ha sperimentato di essere salvata in forza dell’attuazione di una promessa libera e gratuita da parte di Dio, anteriore (Gal 3,17) alla legge – per quanto buona e divina essa sia, per quanto utile essa sia all’alleanza tra Dio e l’uomo (la Torah mosaica, dirà Paolo, ha avuto la funzione di pedagogo: cf. Gal 3,24ss)[10]. L’amore di Gesù, incontrato e sperimentato, fa sì che addirittura il vivere o morire non siano una drammatica alternativa, ma due possibili vie per fare della propria vita un capolavoro (Fil 1,21ss) e questo perché il Figlio è entrato nella morte e quindi ogni uomo che muore ha la possibilità di morire con Lui per vivere con Lui (Rom 6,3–4).La storia di Gesù ha mostrato la modalità definitiva dell’antica alleanza al Sinai e cioè che Dio è per noi, incondizionatamente e inequivocabilmente, con una alleanza di pace unilaterale e preventiva. Perciò la paura, che si annida anche nel migliore degli uomini religiosi, è sconfitta in radice perché «se Dio è per noi, chi sarà contro di noi? Egli che non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha dato per tutti noi, come non ci donerà ogni cosa insieme con lui? Chi accuserà gli eletti di Dio? Dio giustifica. Chi condannerà? Cristo Gesù, che è morto, anzi, che è risuscitato, sta alla destra di Dio e intercede per noi? Chi ci separerà dunque dall’amore di Cristo? Forse la tribolazione, l’angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, il pericolo, la spada? Proprio come sta scritto: Per causa tua siamo messi a morte tutto il giorno, siamo trattati come pecore da macello. Ma in tutte queste cose noi siamo più che vincitori per virtù di colui che ci ha amati. Io sono infatti persuaso che né morte né vita, né angeli né principati, né presente né avvenire, né potenze, né altezza né profondità, né alcun’altra creatura potrà mai separarci dall’amore di Dio, in Cristo Gesù, nostro Signore» (Rom 8,31–39).La luce che ne è derivata per Paolo è stata come un evento primordiale di ri–creazione: «Quel Dio che ha detto sia la luce è lo stesso che ha rifulso nei nostri cuori» (2Cor 4,6). La spiritualità di Paolo, pertanto, è quella di un uomo che (forse più profondamente di tutti gli apostoli) ha fatto esperienza della potenza del mistero pasquale di un Signore che condivide morte e ignominia di ogni uomo, facendosi lui stesso “maledizione” (Gal 3,13), annoverato con gli empi (Is 53,12), per dare a tutti la benedizione promessa a Abramo e a tutte le famiglie della terra (Gen 12,3 e Gal 3,14).Questa esperienza non è monopolio dei cristiani, ma è possibile ad ogni uomo – anche al di dentro del suo contesto religioso – purché si lasci portare dallo Spirito santo che opera per vie sue, anche indipendenti dalla Chiesa (vedi At 10,44!). La radice di ogni esperienza definitiva della bontà di Dio, aldilà della comprensione che se ne può avere e delle modalità culturali in cui si può esprimere, avrà allora gli stessi connotati di quella di Paolo e porterà chi la sperimenta a quella pace, mitezza, serenità, gratuità, libertà e infine fiducia e speranza nell’operare di Dio, che libereranno da ogni affanno e falso zelo religioso. È la fine di ogni fanatismo e di ogni tentativo di voler cambiare il prossimo fondato sull’imperatività, sulla paura, sulla violenza e sullo sforzo umano. È la fine di ogni guerra “giusta” e di ogni tentativo di fondarsi su Dio per imporre il proprio modo di vivere. È l’inizio di quel servire gratuitamente Dio e il prossimo e di quel perdono che precede la conversione dell’altro (e casomai la rende possibile), annullando ogni muro di separazione tra giudeo e greco, tra schiavo e libero, tra uomo e donna (Gal 3,28); operando finalmente dei frutti di riconciliazione così da poterci sentire ed essere, tutti, «concittadini dei santi e familiari di Dio» (Ef 2,19). Chi fa questa esperienza dell’amore di Dio in forza dello Spirito, costruisce ponti di solidarietà e non muri di separazione, nemmeno per difendersi.Da questo nucleo irrinunciabile deriva sicuramente non un libertarismo presuntuoso, un fondarsi sulla propria coscienza soggettiva (sarebbe un consacrare l’idolatria di se stessi!), ma un nuovo cammino morale (halakhah) di tipo messianico: «Diciamo che la Torah si trova “compiuta nel Cristo-Torah”, – e non abolita né rimpiazzata o sostituita – in una relazione nuova, ancora più stretta e stabile, che fa partecipare l’uomo alla vita di Dio, e lo rende figlio nel Figlio manifestatosi nella carne (Rm 8; cf. Gv 1,12-13). Il “fare” di un tale uomo viene rinnovato dal di dentro, scaturendo da un nuovo “essere”, appunto l’essere in Cristo (cf. 2 Cor 5,17; Fil 2,5 ecc.)»[11].  

Paolo e la Chiesa del terzo millennio  

Cosa significa allora tutto questo per la nostra Chiesa di inizio terzo millennio? Anzitutto il primato della fede nella vita del cristiano: fede che consiste nel dare fiducia alla Buona Notizia, per opera del dono dello Spirito Santo. Si tratta quindi di rimettersi in quella situazione che permette allo Spirito di Gesù di operare rinnovando i prodigi della Pentecoste: la preghiera – obbediente alle modalità indicate dal Signore; la vita comunitaria effettiva – non la somma delle individualità; il primato della meditazione delle sacre Scritture – non la sacramentalizzazione indiscriminata; il discernimento di cosa il Signore sta operando – per non trovarsi a fare tante bellissime cose ma che non assecondano l’azione del Risorto nei cuori.Si tratta di tornare a coltivare la speranza – in un mondo ipocrita che condanna il prossimo e dà sempre spazio alla cattiva notizia – restando in attesa che si compia quella «gloria futura che deve essere rivelata in noi» (Rom 8,18) e che l’ultimo nemico, la morte, sia infine annientato (1Cor 15,26). Si tratta di esercitarsi in quello specifico tipo di amore che discende dal cielo e che è la gratuità e la perfezione di quel Dio che fa piovere e sorgere il sole sul campo del giusto e dell’empio, del buono e del malvagio, sconvolgendo ogni tipo di giustizia e perfezione umane (Mt 5,45 e Rom 5,7–8). Bisogna poi impegnarsi maggiormente nell’ecumenismo che riporti l’unità nella Chiesa, rispettando le differenze: per questo si batté con successo Paolo (assieme a Barnaba)! Così come Paolo mise in piedi «comunità più eredi della sinagoga che non del tempio. Dall’epoca di Costantino si assiste invece ad una progressiva rinascita dell’apparato cultuale, fino a fare dei luoghi di culto il centro intorno a cui gravita tutta la vita dei cristiani. Bisogna allora ridare il primato all’apostolo, al testimone, a colui che è capace di radunare intorno al Risorto una comunità. Che sia laico o presbitero è in fondo assai secondario»[12].  

Anno paolino e vita consacrata  

In particolare alla vita delle persone consacrate, Paolo ha molte cose da dire per un rinnovamento serio e non per operazioni di facciata, come se ne sono viste molte in questo dopo Concilio. Prima di tutto si tratta di ritrovare quell’esperienza di gioia salvifica che porta a lasciare tutto perché ormai liberi e quindi capaci di vivere a proprio agio nella povertà e nell’abbondanza, nella fame e nella sazietà, in galera come nell’essere accolti con generosità (cf Fil 4,12; At 16,15.23). Liberati da noi stessi e ridimensionando le nostre “opere” (case, scuole, ospedali, chiese, riviste, centri culturali, case di vacanza, imprese di vario tipo, ecc.) potremo ritrovare la dimensione profetica che dovrebbe vederci protagonisti nella Chiesa.Si tratta poi di rinnovare il senso dei voti: la calda affettività di Paolo (le sue lettere sono piene di calorosi sentimenti, così come i passi decisivi degli Atti, basti pensare al saluto di Mileto[13] o a quello a Cesarea) indirizza su un senso della castità che non è congelamento dei sensi, rigida formalità, affettato controllo di sé o indifferenza, ma potenziamento del proprio mondo affettivo così da essere libero da tutti per potersi fare servo di tutti e farsi tutto a tutti (1Cor 9,19.22).La capacità di Paolo di mantenersi con il lavoro delle proprie mani e d’altra parte vivere di offerte di questa o quella comunità, ci inducono a ripensare la povertà nella linea del distacco dai beni, nell’uscire da una vita “garantita” fino all’ora della morte, per vivere l’insicurezza e la precarietà di chi ha altro a cui pensare che non assicurarsi il futuro. La libertà con cui Paolo salta su una nave o paga una forte somma per l’adempimento del voto di altri (At 21,24), ci invitano a uscire da una certa avarizia e meschinità che poco hanno a che vedere con la povertà evangelica. La mobilità di Paolo ci ricorda che noi consacrati non siamo legati a muri e persone, e che anzi siamo chiamati a vivere in modo radicale la condizione di pellegrini, propria di ogni cristiano. Le nostre comunità apostoliche sono così statiche, a volte, che poco hanno a che vedere con la fedeltà e continuità di servizio che Paolo ci testimonia. Il suo andare fuori dalle sinagoghe per annunciare la Buona Notizia ai pagani, poi, ci ricorda che laddove non portiamo molto frutto, conviene che andiamo da altre persone, da quei lontani che in realtà sono spesso più disponibili di coloro che da sempre ci frequentano! «Un’altra fondamentale lezione offerta da Paolo è il respiro universale che caratterizza il suo apostolato» (Benedetto XVI, Ud. Gen. 25-10-2006).Infine il voto di obbedienza richiede un forte ripensamento proprio meditando sul coraggio di Paolo, sulla sua parresìa di fronte ai detentori del potere, civile, religioso in genere, e anche intraecclesiale (Gal 2,14). Paolo è cresciuto nel clima farisaico dell’obbedienza a un maestro, ma l’incontro con la persona di Gesù l’ha portato a una novità di impostazione, “a non guardare in faccia nessuno” (cf Gal1,11.16; At 26,22; 2Cor 11,5, ecc.) per affermare il primato dell’obbedienza al Signore, assumendosene la responsabilità. Non senza però un confronto schietto e la prontezza a mettersi in discussione (Gal 1,18; 2,2). È questa schiettezza nelle relazioni, è questa assunzione di responsabilità, è questo confronto e disponibilità a tornare sui propri passi che Paolo ci insegna e che rendono cristica l’obbedienza del consacrato.Insieme con Paolo avremo infine una forte tensione verso il compimento della beata speranza, in un desiderio bruciante del ritorno del Signore (Fil 3,14; 2Tim 4,1ss) che è uno dei doni dei consacrati alla Chiesa e al mondo. (da Testimoni 13 [2008] 22-28) 



[1] Dovendo per forza sintetizzare alcuni tratti del profilo di Paolo, mi sono attenuto in modo particolare al racconto lucano degli Atti, che aiuta ad avvicinarne la figura in modo più narrativo.

[2] Le considerazioni su Paolo qui esposte prendono le mosse da una comprensione canonica dell’Apostolo e non da quel minimo (del resto ipotetico) che la ricerca storica può mettere insieme. Quindi accogliamo tutte le testimonianze su di lui che ci offrono gli scritti del NT, senza ingenuità e facili concordismi, ma anche senza amputazioni non di rado arbitrarie e riconducibili a precomprensioni di questo o quell’autore o metodo.

[3] Paolo nel biglietto a Filemone si definisce presbytês, cioè anziano, che per Ippocrate equivale a una età tra i 49 e i 56 anni; quindi calcolando che Fm fu scritto tra il 54 e il 61, ecco che risulta una data entro la prima decade dell’era cristiana. Una conferma sarebbe rintracciabile nel testo di Atti dove Luca qualifica Paolo neanìas (cioè giovane, che equivale ai 21–28 anni) al tempo del martirio di Stefano avvenuto tra il 31 e il 36 d.C. Vedi A.M. Buscemi, San Paolo. Vita opera e messaggio, Franciscan Printing Press, Jerusalem, 1996, 19–20.

[4] M. Hengel, Il Paolo precristiano, Paideia, Brescia, 1992, 46–47. 51.

[5] P. Bizzeti, Fino ai confini estremi. Meditazioni sugli Atti degli apostoli, EDB, Bologna 2008, 180. In questo libro si potranno trovare utilmente sviluppati molti dei punti di questo articolo.

[6] C.M. Martini, Le confessioni di Paolo, Ancora, MI 1984, 18. Diverse riflessioni proposte sono attinte da questo testo.

[7] P. Bizzeti, op. cit., 151.

[8] C.M. Martini, op. cit., 128–130.

[9] J.-N. Aletti, Il racconto come teologia. Studio narrativo del terzo vangelo e del libro degli Atti degli apostoli, EDB, Roma 1996, 24.

[10] Afferma BENEDETTO XVI (Ud. Gen. 8-11-2006): «“Essere giustificati” significa essere resi giusti, cioè essere accolti dalla giustizia misericordiosa di Dio, ed entrare in comunione con lui, e di conseguenza poter stabilire un rapporto molto più autentico con tutti i nostri fratelli: e questo sulla base di un totale perdono dei nostri peccati. Ebbene, Paolo dice con tutta chiarezza che questa condizione di vita non dipende dalle nostre eventuali opere buone, ma da una pura grazia di Dio».

[11] F. Rossi de Gasperis, Paolo di Tarso evangelo di Gesù, Lipa, Roma 1998, 61.

[12] P. Bizzeti, op. cit., 411.

[13] Si veda il libro tuttora validissimo di J. Dupont, Il testamento pastorale di san Paolo, Paoline, Roma, 1980.






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