L’Anno Paolino che non poteva non apportare un contributo originale in campo ecumenico ed interreligioso è stato aperto il 22 giugno 2008 a Tarso con la celebrazione eucaristica presieduta dal card. Walter Kasper. (more..)
BELÉM, giovedì, 26 giugno 2008 ZENIT.org).- L’Anno Paolino porterà molti frutti alla Chiesa in America Latina, che cerca sempre più di porsi in “stato di missione” sulla via indicata dalla Conferenza di Aparecida, ha indicato un Arcivescovo brasiliano. (more..)
Roma (Agenzia Fides) – In occasione dell’Anno Paolino, il Servizio nazionale per il Progetto culturale della Conferenza Episcopale Italiana (Cei) ha costruito un percorso che, a partire dalle Chiese locali, propone un modo nuovo e intelligente per vivere questo importante evento. (more..)
Bonn (Agenzia Fides) – In occasione dell’Anno Paolino indetto dal Santo Padre Benedetto XVI per i duemila anni dalla nascita di San Paolo, dal 28 giugno 2008 e al 29 giugno 2009, la Conferenza Episcopale Tedesca (DBK) ha inaugurato un nuovo sito internet dedicato a questo grande evento ecclesiale.: «mettiamoci in cammino insieme all’apostolo Paolo!» (more..)
di Carlo Ghidelli
Arcivescovo di Lanciano-Ortona
Una delle espressioni più pregnanti dell’intero corpo epistolare di Paolo è certamente quella che ricorre in Efesini, 4, 20: “Ma voi non così avete imparato Cristo”. Talmente pregnante che la Bibbia della Conferenza episcopale italiana, per esempio, si è sentita in dovere di tradurre: “Ma voi non così avete imparato a conoscere Cristo”. Certo, si tratta anche di “conoscere”, ma forse questa traduzione non rende, anzi stempera, la pregnanza del termine scelto da Paolo. Considerando il contesto immediato nelle sue principali articolazioni mi pare di capire che Paolo sviluppa il suo pensiero in tre momenti.
“Non così” rimanda ai versetti precedenti nei quali Paolo stigmatizza un certo comportamento che non esita a qualificare come “pagano” (4, 17-19) cioè assolutamente incompatibile con la novità portata da Cristo nella storia degli uomini e quindi nella vita dei credenti. Probabilmente qui si allude all’idea classica delle due vie, che troviamo anche nel Salmo 1, ma certamente Paolo opera una trasposizione ed enuncia il contrasto tra l’antica esistenza e la nuova. Si intravedono già le grandi linee del suo metodo educativo.
Tale atteggiamento, detto appunto pagano, si qualifica per le seguenti note: leggerezza nel modo di valutare le situazioni della vita, cecità nei pensieri, estraneità alla vita di Dio come conseguenza dell’ignoranza nelle cose di Dio, la “cardioporosi” (che corrisponde alla “sclerocaerdia” di Matteo, 19,
ovvero una durezza del cuore tale da diventare impermeabili a qualunque sentimento di compassione e di misericordia. Ancora: insensibilità spirituale che implica noncuranza di ciò che attiene alla sfera dello spirito e quindi cedimento a ogni forma di dissolutezza, di impurità e di empietà, oltre che resa a quella bestia insaziabile che è l’avarizia.
Di fronte a tutto ciò Paolo si pone a occhi aperti e prende atto della situazione quasi disperata di una umanità che vive senza Dio e perciò senza speranza in questo mondo (vedi Efesini, 2, 12). Anche per loro vale il grave interrogativo che un tempo Paolo poneva a se stesso: “Chi mi libererà da questo corpo votato alla morte?” (Romani, 7, 24). Le due dimensioni, individuale e collettiva, si intrecciano nell’animo di Paolo e ambedue interpellano il suo metodo pedagogico.
Tornando alla condotta morale degli efesini, sembra di rileggere quella pagina della lettera dello stesso apostolo ai cristiani di Roma nella quale si elencano vizi altrettanto gravi e detestabili: empietà che spegne la pietas, ingiustizia che soffoca la verità, impurità che ottenebra la mente e appesantisce il cuore, stoltezza che si oppone alla sapienza, menzogna, idolatria, passionalità, depravazione, malvagità, cupidigia, malizia, invidia, rivalità, frodi, malignità, diffamazione, insensatezza, slealtà, spietatezza, incapacità di ogni giudizio etico (1, 18-32). Vizi che rendono l’uomo, ogni uomo inescusabile dinanzi a Dio così che Dio stesso non può non abbandonarli al loro destino. Nella sua veste di educatore, Paolo deve farsi carico di questa precisa situazione: non può né vuole eluderla. È a questa umanità che egli si sente inviato.
Il quadro che ne deriva è certamente triste e desolante, nero sotto ogni profilo. Qui per Paolo si rivela l’ira di Dio (Romani, 1, 18): non che Dio voglia sfogare la sua collera verso un mondo ingolfato nel peccato, anzi i due temi dell’ira e della giustizia salvifica sono associati da Paolo e forse vanno considerati come un riassunto della predicazione del vangelo ai pagani, che troviamo per esempio nella Prima lettera ai Tessalonicesi: “Come visiete convertiti a Dio allontanandovi dagli idoli, per servire al Dio vivo e vero, e attendere dai cieli il suo Figlio, che egli ha risuscitato dai morti, Gesù che ci libera dall’ira ventura” (1 Tessalonicesi, 1, 9-10). È dunque in Gesù che Paolo riconosce il liberatore, l’unico salvatore dell’intera umanità; Gesù pertanto personifica anche il valore sommo della pedagogia paolina.
Se è vero quello che si sente dire e che si avverte in molte maniere: che oggi, sotto diversi profili, siamo di fronte a un paganesimo di ritorno non si può non rilevare l’attualità dell’insegnamento e della esortazione di Paolo. Anche noi siamo i destinatari delle sue lettere: le indicazioni del suo progetto educativo valgono anche per noi.
In un secondo momento Paolo chiarisce ciò che intende con l’espressione “imparare Cristo”. Infatti aggiunge: “Se proprio gli avete dato ascolto e in lui siete stati istruiti, secondo la verità che è in Gesù” (4, 20-21). Analizziamo con grande attenzione i passaggi interni a questa frase. Anzitutto Paolo lascia intendere chiaramente che non c’è, né ci può essere, alcun apprendimento di Cristo e di ciò che comporta l’adesione di fede al suo vangelo senza un vero e proprio ascolto di lui, cioè della sua parola e del suo insegnamento. Non potendo più ascoltare la viva voce di Gesù di Nazaret è sempre possibile prestare ascolto al vangelo della salvezza accogliendo i suoi testimoni, apostoli e discepoli, che con la loro predicazione e con la loro testimonianza personale vanno diffondendo la bella notizia di Gesù morto e risorto (1 Corinzi, 1, 18-30). Dall’ascolto viene la fede e la fede porta con sé il dono della salvezza. La pedagogia di Paolo trova qui il suo primo e in sostituibile fondamento. Dobbiamo solo ricordare che per Paolo l’ascolto equivale a obbedienza, come risulta anche da Romani, 1, 5: “Abbiamo ricevuto la grazia dell’apostolato per ottenere l’obbedienza della fede” (vedi anche Romani, 15, 18; 16, 26).
Non solo, ma per poter dire di aver imparato Cristo occorre anche sottomettersi a ogni forma di istruzione (didachè), la quale è completa solo se abbraccia tutto il mistero di Gesù, senza decurtazioni e senza aggiunte. Considerando il fatto che solo qui Paolo usa l’espressione “in Gesù” si potrebbe pensare che egli si scaglia contro certi oppositori, forse esponenti della tendenza gnostica, per i quali il salvatore degli uomini non si identificava con la persona di Gesù. Siamo così invitati ad accogliere il mistero dell’incarnazione e a entrare nel suo profondo dinamismo salvifico. Anche se non parla spesso di questo mistero, Paolo in tutte le sue lettere dimostra di averne assimilato lo spessore storico e su di esso fonda il suo metodo pedagogico.
Certo, il mistero di Gesù va accettato nella sua interezza: non è lecito perciò fare a pezzi ciò che di sua natura è indivisibile. Da un lato non si può sottovalutare la redenzione dal peccato, che Gesù ha operato mediante la sua passione morte e risurrezione, qualificandola come “teologia negativa”; dall’altro lato non è consentito esaltare l’incarnazione di Dio come se essa bastasse per la salvezza dell’umanità, qualificandola come “teologia positiva”. Le due tappe dell’unico mistero esigono di essere armonizzate in un unico atto di fede e quindi anche in un unico progetto educativo.
Di questa didaché Paolo è certamente maestro esemplare e ineguagliabile. Tale magistero egli ha esercitato in tutte le comunità che ha fondato e nutrito con la sua predicazione, a tutti insegnando che è necessario “imparare Cristo” e che, nello stesso tempo, non può apprendere la scienza di Cristo chi non si sottomette umilmente e gioiosamente al dolce giogo della parola di Dio.
Ogni autentico pedagogo deve fare i conti con questa verità: Paolo ne è pienamente consapevole e lo dimostra elaborando un metodo pedagogico che affonda le sue radici nel grande evento della sua conversione sulla via di Damasco.
Infine, a chi desidera seriamente “imparare Cristo” Paolo indica il dovere di assumere un comportamento diametralmente opposto al precedente. Infatti esorta a “deporre l’uomo vecchio con la condotta di prima, l’uomo che si corrompe dietro le passioni ingannatrici” (4, 22-29) La stessa esortazione Paolo la rivolge anche ai cristiani di Colossi, là dove li invita a “spogliarsi dell’uomo vecchio con le sue azioni” per “rivestire l’uomo nuovo” (3, 9). In ambedue i contesti Paolo indica la trasformazione radicale dell’esistenza, espressa dal battesimo. Attraverso una nuova creazione, realizzata in Cristo, l’uomo viene condotto alla sua vera umanità e, attraverso l’obbedienza, si incammina verso la vera e piena conoscenza: è così che si arriva a “imparare Cristo”! Paolo lo ha imparato per primo e spesso nelle sue lettere ne rende testimonianza, dicendo anche quanto gli è costato rimanere fedele a questo standard di vita. La validità del suo metodo pedagogico Paolo l’ha sperimentata anzitutto su se stesso.
Con una espressione felice e toccante Paolo invita a “non rattristare lo Spirito Santo di Dio” (4, 30), concetto già noto al profeta Isaia (63, 10) e certamente degno di qualche approfondimento. Sembra di poter dire che lo Spirito di Dio dato all’uomo è in qualche modo condizionato dal comportamento dell’uomo stesso, sia nel bene sia nel male: “Il santo spirito, che ammaestra - si legge nel libro della Sapienza - rifugge dalla finzione, se ne sta lontano dai discorsi insensati, è cacciato al sopraggiungere dell’ingiustizia” (1, 5). È possibile perciò rendere vana la grazia ricevuta e ridurre all’insignificanza il metodo pedagogico insito nel vangelo di Cristo. Tremenda possibilità che Paolo non può non considerare e segnalare ai destinatari del suo magistero.
Al contrario coloro che sono veramente disposti a imparare Cristo devono “rinnovarsi nello spirito della loro mente e rivestire l’uomo nuovo, creato secondo Dio nella giustizia e nella santità vera”, cioè la santità che viene dalla verità (e non quella che in modo illusorio potremmo pensare venire dalla nostra azione o buona volontà): si tratta cioè della rivelazione che è centrata su Gesù e stimola il pieno consenso dell’uomo all’azione di Dio. In questo Paolo sembra avvicinarsi alla teologia giovannea.
Ora siamo in grado di cogliere tutta la pregnanza dell’espressione paolina “imparare Cristo”: non si tratta certo solo di una conoscenza astratta o acquisita solo per sentito dire. Al contrario questo “imparare” implica esperienza di Lui, sia pure mediata dalla sua parola e dai suoi testimoni; esige una libera e totale sottomissione a Lui mediante la fede; comporta volontà di vivere in modo conforme alla fede che professiamo; richiede fedeltà alla parola data; apre un cammino di continua assimilazione a Colui che vogliamo conoscere; promette un bene che solo Dio può dare; anticipa una esperienza che sa di paradiso.
Tutto questo fa parte di quel metodo pedagogico che Paolo ha imparato da Cristo fin dall’inizio del suo cammino di conversione. È lui perciò il primo a poter dire di avere imparato Cristo; questo è l’unico titolo per il quale Paolo può rivolgere anche a noi la stessa esortazione.
XII ASSEMBLEA GENERALE ORDINARIA
INSTRUMENTUM LABORIS
INDICE
I. Un annuncio atteso e bene accolto
Dodicesima Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo
II. L’Instrumentum laboris e il suo uso
Punti di riferimento
Attese comuni
Lo scopo del Sinodo
PREMESSA: Itinerario storico
Una buona stagione di frutti
Incertezze e domande
Una condizione di fede varia ed esigente
La struttura dell’Instrumemtum laboris
PARTE PRIMA
IL MISTERO DI DIO CHE CI PARLA
CAPITOLO PRIMO
A. Dio Colui che ci parla. Identità della Parola di Dio
La Parola di Dio come canto a più voci
Incidenze pastorali
B. Al centro, il mistero di Cristo e della Chiesa
Nel cuore della Parola di Dio, il mistero di Cristo
Nel cuore della Parola di Dio, il mistero della Chiesa
Incidenze pastorali
CAPITOLO SECONDO
A. La Bibbia come Parola di Dio ispirata e la sua verità
Le domande
La Sacra Scrittura, Parola di Dio ispirata
Tradizione, Scrittura e Magistero
Antico e Nuovo Testamento,
una sola economia della salvezza
Incidenze pastorali
B. Come interpretare la Bibbia secondo la fede della Chiesa
Il problema ermeneutico in prospettiva pastorale
In ascolto dell’esperienza
Il senso della Parola di Dio e la via per trovarlo
Incidenze pastorali
CAPITOLO TERZO
Atteggiamento richiesto a chi ascolta la Parola
Una parola efficace
Il credente: colui che ascolta la Parola di Dio nella fede
Maria modello di accoglienza della Parola per il credente
Incidenze pastorali
PARTE SECONDA
LA PAROLA DI DIO NELLA VITA DELLA CHIESA
CAPITOLO QUARTO
La Parola di Dio vivifica la Chiesa
La Chiesa nasce e vive della Parola di Dio
La Parola di Dio sostiene la Chiesa lungo tutta la sua storia
La Parola di Dio permea e anima, nella potenza
dello Spirito Santo, tutta la vita della Chiesa
Incidenze pastorali
CAPITOLO QUINTO
La Parola di Dio nei molteplici servizi della Chiesa
Ministero della Parola
L’esperienza nella liturgia e nella preghiera
La motivazione teologico-pastorale:
Parola, Spirito, Liturgia, Chiesa
Parola di Dio ed Eucaristia
Parola ed economia sacramentale
Incidenze pastorali
La Lectio Divina
La Parola di Dio ed il servizio di carità
L’esegesi della Sacra Scrittura e la teologia
La Parola di Dio nella vita del credente
PARTE TERZA
LA PAROLA DI DIO NELLA MISSIONE DELLA CHIESA
La missione della Chiesa
CAPITOLO SESTO
Per un «largo accesso alla Sacra Scrittura» (DV 22)
La missione della Chiesa è proclamare la Parola
e costruire il Regno di Dio
La missione della Chiesa si compie
nell’evangelizzazione e nella catechesi
CAPITOLO SETTIMO
La Parola di Dio nei servizi e nella formazione
del popolo di Dio
La fame e sete della Parola di Dio (cf. Am 8, 11): attenzione ai bisogni del popolo di Dio
«Nella Sacra Scrittura si manifesta l’ammirabile condiscendenza dell’eterna Sapienza» (DV 13)
I Vescovi nel ministero della Parola
Il compito dei presbiteri e dei diaconi
I vari ministri della Parola di Dio
Il compito dei laici
Il servizio delle persone consacrate
La Parola di Dio deve essere a disposizione
di tutti in ogni tempo
CAPITOLO OTTAVO
La Parola di Dio grazia di comunione
La Parola di Dio vincolo ecumenico
La Parola di Dio fonte del dialogo tra cristiani ed ebrei
Il dialogo interreligioso
La Parola di Dio fermento delle moderne culture
La Parola di Dio e la storia degli uomini
CONCLUSIONE
La Parola di Dio dono alla Chiesa
La Parola di Dio per eccellenza è Gesù Cristo, uomo e Dio. Il Figlio eterno è la Parola che da sempre esiste in Dio, perché essa stessa è Dio: «In principio era il Verbo e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio» (Gv 1, 1). La Parola rivela il mistero di Dio Uno e Trino. Da sempre pronunciata da Dio Padre nell’amore dello Spirito Santo, la Parola significa il dialogo, descrive la comunione, introduce nella profondità della vita beata della Santissima Trinità. In Gesù Cristo, Verbo eterno, Dio ci ha scelti prima della creazione del mondo, predestinandoci a essere suoi figli adottivi (cf. Ef 1, 4-5). Mentre lo Spirito aleggiava sulle acque e le tenebre ricoprivano l’abisso (cf. Gen 1, 2), Dio Padre decise di creare il cielo e la terra tramite la Parola, per mezzo della quale è stato fatto tutto ciò che esiste (cf. Gv 1, 3). Pertanto, le tracce della Parola si trovano anche nel mondo creato: «i cieli narrano la gloria di Dio e l’opera delle sue mani annunzia il firmamento» (Sal 18, 2). Il capolavoro della creazione è l’uomo, fatto a immagine e somiglianza di Dio (cf. Gen 1, 26-27), in grado di entrare in dialogo con il Creatore come pure di percepire nella creazione il sigillo del suo Autore, il Verbo creatore, e per mezzo dello Spirito vivere nella comunione con colui che è (cf. Es 3, 14), con il Dio vivente e vero (cf. Ger 10, 10).
Tale amicizia fu interrotta con il peccato dei progenitori (cf. Gen 3, 1-24) che offuscò pure l’accesso a Dio per mezzo della creazione. Dio, clemente e misericordioso (cf. 2 Cr 30, 9), nella sua bontà non abbandonò gli uomini. Scelse un popolo in favore di tutte le nazioni (cf. Gen 22, 18) e continuò a parlargli durante i secoli per mezzo dei patriarchi e dei profeti, uomini prescelti per mantenere viva la speranza che offriva consolazione anche negli eventi drammatici della storia della salvezza. Le loro parole ispirate sono raccolte nei libri dell’Antico Testamento. Esse hanno mantenuta viva l’attesa della venuta del Messia, figlio di Davide (cf. Mt 22, 42), virgulto dalla radice di Iesse (cf. Is 11, 1).
Quando poi nella pienezza del tempo (cf. Gal 4, 4) Dio volle svelare agli uomini il mistero della sua vita, nascosto da secoli e da generazioni (cf. Col 1, 26), il Figlio Unigenito di Dio si incarnò, «il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi» (Gv 1, 14). In tutto simile a noi eccetto nel peccato (cf. Eb 2, 17; 4, 15), il Verbo di Dio dovette esprimersi in modo umano tramite parole e gesti che sono narrati nel Nuovo Testamento e specie nei Vangeli. Si tratta di un linguaggio in tutto simile a quello degli uomini, eccetto nell’errore. Con gli occhi della fede, nella fragilità della natura umana di Gesù Cristo, il credente scopre lo splendore della sua gloria «come di unigenito dal Padre, pieno di grazia e di verità» (Gv 1, 14). Analogicamente, per mezzo delle parole della Sacra Scrittura, il cristiano è invitato a scoprire la Parola di Dio, lo splendore del glorioso vangelo di Cristo che è immagine di Dio (cf. 2 Cor 4, 4). Si tratta di un processo esigente, paziente e costante che presuppone uno studio storico e critico (anche diacronico) e l’applicazione di tutti i possibili metodi scientifici e letterari (tesi alla comprensione sincronica) a cui è sottoposta ogni ricerca sulle scritture degli uomini. Illuminati dallo Spirito Santo, dono del Signore risorto, e sotto la guida del Magistero, i fedeli scrutano le Scritture e si avvicinano al loro pieno significato incontrando la Parola di Dio, la persona del Signore Gesù, colui che ha parole di vita eterna (cf. Gv 6, 68).
Pertanto il tema della XII Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi La Parola di Dio nella vita e nella missione Chiesa potrebbe essere inteso in senso cristologico: Gesù Cristo nella vita e nella missione della Chiesa. L’approccio cristologico è necessariamente accompagnato da quello pneumatologico i quali insieme portano alla scoperta della dimensione trinitaria della rivelazione. Tale lettura assicura, da una parte, l’unità della rivelazione in quanto il Signore Gesù, Parola di Dio, riunisce tutte le parole e i gesti riportati nella Sacra Scrittura da autori ispirati e fedelmente custoditi nella Tradizione. Ciò vale non solamente per il Nuovo Testamento che narra e proclama il mistero della morte, della resurrezione e della presenza del Signore Gesù in mezzo alla Chiesa, comunità dei suoi discepoli convocati a celebrare i santi misteri. Essi, permettendo alla grazia di distruggere il peccato (cf. Rm 6, 6) cercano di conformarsi al loro Maestro affinché in ognuno di essi possa vivere Cristo (cf. Gal 2, 20). Simile lettura riguarda anche l’Antico Testamento che pure, secondo la parola di Gesù, gli rende testimonianza (cf. Gv 5, 39; Lc 24, 27). Dall’altra parte, la lettura cristologica della Scrittura, insieme con quella pneumatologica, permette l’ascesa dalla lettera allo spirito, dalle parole alla Parola di Dio. Infatti, le parole non poche volte nascondono il vero significato, proprio dei generi letterari, della cultura degli scrittori ispirati, del modo di concepire il mondo e le sue leggi. Pertanto, è necessario riscoprire nella moltiplicità delle parole l’unità della Parola di Dio che dopo tale dovuto e impegnativo percorso risplende con uno splendore inatteso che supera di molto la fatica della ricerca.
Tale doppio e complementare accesso alla Parola di Dio è raccolto nell’Instrumentum laboris, documento di lavoro della prossima Assemblea sinodale. Esso è il risultato delle risposte ai Lineamenta, documento di riflessione da parte dei Sinodi delle Chiese Orientali Cattoliche sui iuris, delle Conferenze Episcopali, dei Dicasteri della Curia Romana, dell’Unione dei Superiori Generali, come pure di persone che hanno voluto apportare il loro contributo alla riflessione ecclesiale su tale importante argomento. La riflessione è stata guidata dal Santo Padre Benedetto XVI, Pastore universale della Chiesa, che si è riferito in numerosi interventi al tema dell’assise sinodale, auspicando, tra l’altro, che dalla riscoperta della Parola di Dio, la quale è sempre attuale e mai invecchia, la Chiesa possa ringiovanire e conoscere una nuova primavera. In tale modo potrà svolgere con rinnovato dinamismo la sua missione di evangelizzazione e di promozione umana nel mondo contemporaneo che ha sete di Dio e della sua parola di fede, di speranza e di carità.
Il testo dell’Instrumentum laboris contiene un mosaico in cui prevalgono aspetti positivi per quanto riguarda la coscienza diffusa dell’importanza della Parola di Dio nella vita e nella missione della Chiesa. Vi sono segnalati anche aspetti che dovrebbero essere migliorati e integrati, soprattutto per quanto riguarda un maggiore accesso alla Scrittura e una sua migliore intelligenza ecclesiale, che non potranno non sbocciare in un rinnovato zelo apostolico e pastorale, nell’annunzio della Buona Notizia ai vicini e ai lontani e nell’animazione delle realtà terrene, contribuendo alla costruzione di un mondo più giusto e pacifico.
È da sperare che l’Instrumentum laboris, redatto dall’XI Consiglio Ordinario della Segreteria Generale del Sinodo dei Vescovi, con l’aiuto di alcuni esperti, possa rappresentare un valido documento di riflessione sinodale. Esso potrà guidare i padri sinodali sulla via discendente ed ascendente nella riscoperta della Parola di Dio cioè di Gesù Cristo, uomo e Dio. Ciò accade in modo particolare nelle celebrazioni liturgiche che raggiungono il culmine nell’Eucaristia ove la parola dimostra la sua miracolosa efficacia. Infatti, per espressa volontà di Gesù Cristo «fate questo in memoria di me» (Lc 22, 19), le parole pronunciate dal sacerdote in persona Christi capitis: «prendete, questo è il mio corpo» (Mc 14, 22), «questo è il mio sangue» (Mc 14, 24) trasformano, per l’azione dello Spirito Santo, donato dal Padre, il pane nel corpo e il vino nel sangue del Signore risorto. Da questa perpetua fonte di grazia e di carità, la Chiesa trae costantemente la linfa vitale e lo slancio per la sua missione nel mondo contemporaneo i cui abitanti sono chiamati a scoprire nella persona di Gesù Cristo la Parola di Dio che è «la via, la verità e la vita» (Gv 14, 6) per ognuno e per tutta l’umanità.
+ Nikola Eterović
Arcivescovo titolare di Sisak
Segretario Generale
Vaticano, nella Solennità di Pentecoste, 11 maggio 2008
«Ciò che era fin da principio, ciò che noi abbiamo udito, ciò che noi abbiamo veduto con i nostri occhi, ciò che noi abbiamo contemplato e ciò che le nostre mani hanno toccato, ossia il Verbo della vita, poiché la vita si è fatta visibile, noi l’abbiamo veduta e di ciò rendiamo testimonianza e vi annunziamo la vita eterna, che era presso il Padre e si è resa visibile a noi, quello che abbiamo veduto e udito, noi lo annunziamo anche a voi, perché anche voi siate in comunione con noi. La nostra comunione è col Padre e col Figlio suo Gesù Cristo. Queste cose vi scriviamo, perché la nostra gioia sia perfetta» (1 Gv 1, 1-4).
I. Un annuncio atteso e bene accolto
Dodicesima Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo
1. La prossima XII Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi, che si terrà dal 5 al 26 ottobre 2008, ha per tema La Parola di Dio nella vita e nella missione della Chiesa. L’argomento scelto da Sua Santità Benedetto XVI il 6 ottobre 2006, è stato accolto con largo consenso da parte dell’Episcopato e del popolo di Dio. Ad orientare la preparazione specifica sono stati approntati i Lineamenta, con l’intento di riflettere, alla luce del Concilio Ecumenico Vaticano II, sull’esperienza che della Parola fa oggi la Chiesa nella varietà delle tradizioni e dei riti, richiamando le motivazioni della fede e stimolando una riflessione articolata su diversi aspetti dell’incontro con la Parola di Dio.
Ai Lineamenta e al relativo Questionario sono pervenute risposte dalle Chiese Orientali Cattoliche sui iuris, dalle Conferenze Episcopali, dai Dicasteri della Curia Romana e dall’Unione dei Superiori Generali, e osservazioni da parte di Vescovi, sacerdoti, persone consacrate, teologi e fedeli laici. Si può affermare che la partecipazione è stata grande ed accurata da parte delle Chiese particolari in tutti i continenti, testimoniando che veramente la Parola di Dio si estende in tutto il mondo. I diversi pareri sono stati raccolti e opportunamente sintetizzati in questo Instrumentum laboris.
II. L’ Instrumentum laboris e il suo uso
Punti di riferimento
2. L’ascolto obbediente alla Parola di Dio viene riaffermato in comunione con tutta la Tradizione della Chiesa, in modo particolare con il Concilio Vaticano II, e più precisamente con la Costituzione Dogmatica sulla Divina Rivelazione Dei Verbum (DV), in sintonia con gli altri documenti conciliari, segnatamente con le Costituzioni Dogmatiche sulla Sacra Liturgia Sacrosanctum Concilium (SC) e sulla Chiesa Lumen gentium (LG), e con la Costituzione pastorale sulla Chiesa nel mondo contemporaneo Gaudium et spes (GS)(1). Attinenti direttamente al tema sinodale sono le due Note della Pontificia Commissione Biblica, L’interpretazione della Bibbia nella Chiesa e Il popolo ebraico e le sue Sacre Scritture nella Bibbia cristiana. Si accompagnano, con la propria autorevolezza, il Catechismo della Chiesa Cattolica e il Compendio del medesimo, come pure il Direttorio generale per la catechesi.
Specifica attenzione va data al magistero sulla Parola di Dio da parte dei Papi Pio XII, Paolo VI, Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, come pure ai documenti di Dicasteri della Curia Romana in questo quarantennio postconciliare. Vi sono poi i testi sulla Parola di Dio nelle Chiese particolari e in altri organismi ecclesiali continentali, regionali e nazionali. Ma il Sinodo ha due altri punti di riferimento. Il primo è dato dal precedente Sinodo sull’Eucaristia, cui la Parola di Dio si coniuga costituendo un’unica mensa del Pane di vita (cf. DV 21).Vi è poi un altro importante evento di grazia da cui il Sinodo è animato nei suoi lavori: esso si svolge durante l’Anno Paolino, nella viva memoria dell’Apostolo che della Parola di Dio fu testimone ed annunciatore esemplare, maestro permanente nella Chiesa.
Attese comuni
3. Dai contributi dei Pastori si notano molti punti in comune che esprimono ciò che si attende dal Sinodo. Tra i richiami comuni emergono:
- la necessità del primato da dare alla Parola di Dio nella vita e nella missione della Chiesa, ma insieme si richiede il coraggio e la creatività di una pedagogia della comunicazione adatta ai tempi (cultura, contesti di vita attuali, comunicazione);
- l’invito a riconoscere che la Parola di Dio è Gesù Cristo e questo comporta una lettura dell’intera Bibbia considerata nel suo mistero in modo privilegiato nella celebrazione liturgica, in particolare nell’Eucaristia domenicale;
- la proclamazione che lo Spirito Santo conduce alla comprensione completa della Parola di Dio, dandocene l’intelligenza e animando la lettura della Bibbia nella Chiesa, nella sua vivente Tradizione di annuncio e di carità, sicché l’ascolto della Parola di Dio e ogni lettura della Bibbia richiedono l’appartenenza alla comunità della Chiesa con atteggiamento di comunione e di servizio;
- la certezza che la Bibbia è rivelazione della Parola di Dio, pur con le tante difficoltà per la sua comprensione, specie nell’Antico Testamento;
- il grande desiderio dei fedeli di ascoltare la Parola di Dio, cui si risponde con notevoli iniziative pastorali, ma si avverte anche il bisogno urgente di superare indifferenza, ignoranza e confusione sulle verità della fede circa la Parola di Dio, impreparazione, carenza di sussidi biblici;
- la necessità di una pastorale biblica, ma anche un’animazione biblica dell’intera pastorale, che comprenda l’insegnamento di tutte le verità della fede;
- la necessaria comunione nella fede e pratica della Parola di Dio, ma insieme si chiede che le singole Chiese particolari assumano il compito di accogliere la Parola in relazione alla loro peculiare situazione;
- i differenti approcci alla Bibbia nella Tradizione latina e nella Tradizione orientale, rilevando che vanno opportunamente fatte conoscere e considerate come ricchezza;
- la competenza e responsabilità dei Pastori nei confronti dell’annuncio della Parola di Dio, che richiede un loro continuo aggiornamento formativo;
- l’urgenza che il laicato non sia solo soggetto passivo, ma diventi tanto uditore della Parola di Dio quanto annunciatore debitamente preparato, sostenuto dalla comunità;
- la certezza che Dio rivolge la sua Parola di salvezza ad ogni uomo, a partire dai più poveri, e quindi egli vuole che la sua Parola sia portata nella missione, sia cioè fatta conoscere a tutti i popoli come Buona Notizia di liberazione, di consolazione e di salvezza, cercando il dialogo all’interno delle Chiese e comunità cristiane e con le altre religioni, ancora più con le tante culture, non dimenticando i molti semi di verità deposti in esse dalla provvidenza di Dio.
Lo scopo del Sinodo
4. Scopo primario del Sinodo è dedicarsi al tema della Parola con la quale «Dio invisibile (cf. Col 1, 15; 1 Tim 1, 17) nel suo grande amore parla agli uomini come ad amici (cf. Es 33, 11; Gv 15, 14-15) e si intrattiene con essi (cf. Bar 3, 38), per invitarli ed ammetterli alla comunione con sé» (DV 2). Ciò comporta l’ascolto e l’amore della Parola del Signore che è in consonanza con la vita concreta delle persone del nostro tempo. La Parola di Dio determina una chiamata, crea comunione, manda in missione, perché sia dono per gli altri ciò che si è ricevuto per sé. È dunque uno scopo eminentemente pastorale e missionario: approfondire le ragioni dottrinali e lasciarsi illuminare da esse significa estendere e rafforzare la pratica di incontro con la Parola di Dio come fonte di vita nei diversi ambiti dell’esperienza e così, attraverso vie giuste e agevoli, poter ascoltare Dio e parlare con Lui.
a. Concretamente, il Sinodo si propone, tra i suoi obiettivi, di aiutare a chiarire maggiormente quegli aspetti fondamentali della verità sulla Rivelazione, quali: Parola di Dio, fede, Tradizione, Bibbia, Magistero, che motivano e garantiscono un valido ed efficace cammino di fede; di stimolare l’amore profondo per la Sacra Scrittura, affinché «i fedeli abbiano largo accesso» ad essa (cf. DV 22), rilevando l’unità tra il pane della Parola e del Corpo di Cristo, per nutrire pienamente la vita dei cristiani(2). Inoltre è necessario richiamare l’indissolubile circolarità tra Parola di Dio e liturgia; sollecitare ovunque l’esercizio della Lectio Divina, debitamente adattata alle varie circostanze; offrire al mondo dei poveri una parola di consolazione e di speranza. Questo Sinodo, quindi, mira a cooperare per un corretto esercizio ermeneutico della Scrittura, orientando bene il necessario processo di evangelizzazione ed inculturazione; intende incoraggiare il dialogo ecumenico, strettamente vincolato all’ascolto della Parola di Dio; vuole favorire il dialogo ebraico-cristiano, più ampiamente il dialogo interreligioso ed interculturale.
b. Un desiderio di molti Pastori è che il contributo finale del Sinodo non sia solo informativo, ma tocchi la vita, provochi partecipazione, per cui la Parola di Dio appaia viva, efficace, penetrante (cf. Eb 4, 12) attraverso un linguaggio essenziale e comprensibile alla gente. E a questo proposito conviene rammentare che i termini Bibbia, Sacra Scrittura, Libro Sacro hanno lo stesso significato e dal contesto si comprenderà quando anche l’espressione “Parola di Dio” assuma il senso di “Sacra Scrittura”.
Itinerario storico
“Segni dei tempi”. Ad un quarantennio dal Concilio
«La Parola del Signore si diffonda e sia glorificata» (2 Ts 3, 1)
Una buona stagione di frutti
5. La Parola di Dio ha prodotto vari risultati positivi nella comunità cristiana. Sul piano oggettivo e generale emergono questi aspetti:
- il sostanziale rinnovamento biblico in ambito liturgico, catechistico e, più a monte, esegetico e teologico;
- la pratica incipiente ma fruttuosa della Lectio Divina con modalità diverse;
- la diffusione del Libro Sacro tramite l’apostolato biblico e lo slancio di comunità, gruppi e movimenti ecclesiali;
- il numero sempre maggiore di nuovi lettori e ministri della Parola di Dio;
- la disponibilità crescente di strumenti e sussidi dell’odierna comunicazione;
- l’interesse per la Bibbia in ambito culturale.
Incertezze e domande
6. Ma altri aspetti rimangono ancora aperti e problematici. Sempre restando su un piano oggettivo di dati si registrano un po’ ovunque nelle Chiese locali queste lacune:
- la Dei Verbum come tale è poco conosciuta;
- si constata una maggiore familiarità con la Bibbia, ma una non sufficiente conoscenza dell’intero deposito di fede cui appartiene la Bibbia;
- quanto all’Antico Testamento è diffusa la difficoltà di comprensione e di accoglienza con il rischio di un uso non corretto;
- l’approccio liturgico alla Parola di Dio nella Messa lascia sovente a desiderare;
- un nodo delicato e sofferto riguarda il rapporto tra Bibbia e scienza nell’interpretazione del mondo e della vita umana;
- in ogni caso resta un certo distacco dei fedeli dalla Bibbia, la cui frequentazione non si può dire esperienza generalizzata;
- si richiama la necessità di considerare lo stretto legame tra insegnamenti morali e Sacra Scrittura, nella sua pienezza, facendo riferimento in particolare ai Dieci Comandamenti, al precetto dell’amore di Dio e del prossimo, come pure al discorso della Montagna, all’insegnamento paolino sulla vita nello Spirito.
- si deve aggiungere, infine, una duplice povertà quanto ai mezzi materiali nel diffondere la Bibbia e quanto alle forme di comunicazione che appaiono sovente inadeguate.
Una condizione di fede varia ed esigente
7. Dando uno sguardo alla condizione di fede dentro questo quadro di luci e ombre, dai contributi dei Pastori si evidenziano notevoli punti di riflessione, che si possono raccogliere in tre livelli: personale, comunitario e sociale.
a. A livello delle persone. Bisogna tenere conto del fatto che troppi fedeli esitano ad aprire la Bibbia per varie ragioni, specialmente per la sensazione che sia un Libro troppo difficile da comprendere. In tanti cristiani il desiderio intenso di ascoltare la Parola di Dio si realizza in una esperienza più emotiva che convinta, a causa della scarsa conoscenza della dottrina. Questa frattura tra verità di fede ed esperienza di vita si avverte soprattutto nell’incontro liturgico con la Parola di Dio. Si aggiunga a ciò una certa separazione degli studiosi dai Pastori e dalla gente semplice delle comunità cristiane. In secondo luogo si deve riconoscere che il rapporto diretto con la Scrittura è vissuto da tanti in maniera iniziale. A questo proposito peculiare testimonianza viene data dai movimenti, mentre un ruolo trainante va riconosciuto alle persone consacrate.
b. A livello comunitario. Non va dimenticato che, se la Parola di Dio ha ascoltatori appassionati in tutto il mondo, significative sono le differenze all’interno della Chiesa. Si potrebbe affermare che nelle Chiese locali di origine più recente o in situazione di minoranza numerica l’uso della Bibbia tra i fedeli è più ampio che altrove. Diverse sono poi le forme di approccio secondo i contesti, sicché oggi possiamo parlare di un approccio biblico differenziato in Europa, in Africa, in Asia, in America, in Oceania. Resta poi sempre la differenza complementare dell’uso della Parola di Dio nelle Chiese latina e orientali e in rapporto alle altre Chiese e comunità ecclesiali.
c. A livello sociale. Il processo di globalizzazione, estendendosi rapidamente, coinvolge anche la Chiesa. Tre fattori, ampiamente richiamati nelle risposte, fanno da contesto all’incontro con la Sacra Scrittura:
- la secolarizzazione che determina una condizione di vita facilmente esposta alla deriva del secolarismo consumistico, al relativismo e alla indifferenza religiosa, specialmente nelle giovani generazioni;
- il pluralismo religioso e culturale con l’insorgenza di forme gnostiche ed esoteriche nell’interpretazione della Sacra Scrittura e di gruppi religiosi a sé stanti all’interno della Chiesa cattolica. Si sviluppano, inoltre, confronti non facili e conflitti dolorosi, specie per minoranze cristiane in ambito non cristiano a proposito dell’uso della Bibbia;
- l’aspirazione assai sentita ad esprimere la Parola di Dio come liberazione della persona da condizioni disumane e come conforto concreto per i poveri e i sofferenti.
Nel quadro della nuova evangelizzazione, la trasmissione della fede deve coniugarsi con la scoperta in profondità della Parola di Dio. È augurabile che la Parola di Dio sia presentata come sostegno della fede della Chiesa lungo i secoli.
La struttura dell’Instrumentum laboris
8. La struttura si articola in tre parti: la prima parte mette a fuoco l’identità della Parola di Dio secondo la fede della Chiesa; la seconda parte considera la Parola di Dio nella vita della Chiesa; la terza parte riflette sulla Parola di Dio nella missione della Chiesa.
Ogni parte è suddivisa in capitoli che rendono più sciolta e chiara la lettura. In sintesi, questo mistero grande della Parola di Dio, suo dono supremo, il Sinodo intende meditare, proporre e per esso rendere grazie.
IL MISTERO DI DIO CHE CI PARLA
«Dio, che aveva già parlato nei tempi antichi molte volte e in diversi modi ai padri per mezzo dei profeti, ultimamente, in questi giorni, ha parlato a noi per mezzo del Figlio, che ha costituito erede di tutte le cose e per mezzo del quale ha fatto anche il mondo» (Eb 1, 1-2).
Dai contributi dei Pastori sono richiamati alcuni temi teologici più significativi per l’azione pastorale, quali l’identità della Parola di Dio; il mistero di Cristo e della Chiesa centro della Parola di Dio; la Bibbia come Parola ispirata e la sua verità; l’interpretazione della Bibbia secondo la fede della Chiesa; il giusto atteggiamento di ascolto della Parola di Dio.
CAPITOLO PRIMO
A. Dio Colui che ci parla. Identità della Parola di Dio
«Dio parla agli uomini come ad amici» (DV 2)
La Dei Verbum propone una teologia dialogica della rivelazione. In tale dialogo, tre aspetti sono strettamente congiunti: l’ampiezza di significato che nella Rivelazione divina assume il termine “Parola di Dio”; il mistero di Cristo espressione piena e perfetta della Parola di Dio; il mistero della Chiesa, sacramento della Parola di Dio.
La Parola di Dio come canto a più voci
9. La Parola di Dio è come un canto a più voci, in quanto Dio la pronuncia in molte forme e in diversi modi (cf. Eb 1, 1), entro una lunga storia e con diversità di annunciatori, ma dove appare una gerarchia di significati e di funzioni.
a. La Parola di Dio ha per patria la Trinità, da cui proviene, da cui è sorretta e a cui ritorna, testimonianza permanente dell’amore del Padre, dell’opera di salvezza del Figlio Gesù Cristo, dell’azione feconda dello Spirito Santo. Alla luce della Rivelazione, la Parola è il Verbo eterno di Dio, la seconda persona della Santissima Trinità, il Figlio del Padre, fondamento della comunicazione intratrinitaria e ad extra: «In principio era il Verbo, il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio. Egli era in principio presso Dio: tutto è stato fatto per mezzo di lui, e senza di lui niente è stato fatto di tutto ciò che esiste» (Gv 1, 1-3; cf. Col 1, 16).
b. Perciò il mondo creato narra la gloria di Dio (cf. Sal 19, 1). All’inizio del tempo, con la sua Parola Dio crea il cosmo (cf. Gn 1, 1), ponendo nella creazione il sigillo della sua sapienza, per cui tutto è sua voce (cf. Sir 46, 17; Sal 68, 34). È la persona umana in particolare, perché creata ad immagine e somiglianza di Dio (cf. Gn 1, 26), che resta per sempre segno inviolabile ed interprete intelligente della sua Parola. Dalla Parola di Dio, infatti, la persona riceve la capacità per entrare in dialogo con Lui e con la creazione. Sicché Dio ha reso l’intera creazione, e la persona in primis, «una testimonianza perenne di sé» (DV 3). Dato che «tutte le cose sono state create per mezzo di lui (Cristo) e in vista di lui […] e tutte sussistono in lui» (Col 1, 16-17), «“germi del Verbo” (AG 11.15), “raggi della verità che illumina tutti gli uomini” (NA 2) […] si trovano nelle persone e nelle tradizioni religiose dell’umanità»(3).
c. «Il Verbo si fece carne» (Gv 1, 14): Parola di Dio, ultima e definitiva è Gesù Cristo, la sua persona, la sua missione, la sua storia, intimamente unite, secondo il piano del Padre, che culmina nella Pasqua ed ha il suo compimento quando Gesù consegnerà il Regno al Padre (cf. 1 Cor 15, 24). Egli è il Vangelo di Dio ad ogni persona umana (cf. Mc 1, 1).
d. In vista della Parola di Dio che è il Figlio incarnato, il Padre ha parlato nei tempi antichi per mezzo dei profeti (cf. Eb 1, 1) e in forza dello Spirito gli Apostoli continuano l’annuncio di Gesù e del suo Vangelo. Così, la Parola di Dio è espressa con parole umane nell’annuncio dei profeti e degli Apostoli.
e. La Sacra Scrittura, fissando per divina ispirazione i contenuti rivelati, attesta, in maniera autentica, di essere veramente Parola di Dio (cf. DV 24), del tutto orientata a Gesù, perché «sono proprio esse (le Scritture) che mi rendono testimonianza» (Gv 5, 39). Per il carisma dell’ispirazione i libri della Sacra Scrittura hanno una forza di appello diretto e concreto, che non hanno altri testi o interventi umani.
f. Ma la Parola di Dio non resta chiusa nello scritto. Se, infatti, la Rivelazione si è conclusa con la morte dell’ultimo apostolo (cf. DV 4), la Parola rivelata continua ad essere annunciata ed ascoltata nella storia della Chiesa, che si impegna a proclamarla al mondo intero per rispondere al suo bisogno di salvezza. Così la Parola continua la sua corsa nella predicazione viva, che abbraccia le diverse forme di evangelizzazione, in cui eccellono l’annuncio e la catechesi, la celebrazione liturgica e il servizio della carità. La predicazione, nel senso ora detto, sotto la potenza dello Spirito Santo, è Parola del Dio vivo comunicata a persone vive.
g. Entrano nell’ambito della Parola di Dio, come frutto dalle radici, le verità di fede della Chiesa in campo dogmatico e morale.
Da questo quadro si può comprendere che quando si annuncia nella fede la rivelazione di Dio si compie un evento rivelatorio che si può chiamare veramente Parola di Dio nella Chiesa.
Incidenze pastorali
10. Qui sono richiamate le tante incidenze pastorali, cui si collegano molte risposte provenienti dalle Chiese particolari.
- Alla Parola di Dio vanno riconosciute tutte le qualità di una vera comunicazione interpersonale, dalla Bibbia spesso designata come dialogo di alleanza, per cui Dio e la persona si parlano come membri della stessa famiglia.
- In questa prospettiva la religione cristiana non si può definire “religione del Libro” in termini assoluti, in quanto il Libro ispirato appartiene vitalmente all’intero corpo della Rivelazione (4).
- Il mondo creato è manifestazione della Parola di Dio e la vita e la storia umana la contengono come in germe. In quest’ottica emergono questioni oggi rilevanti, richiamate da molti contributi dei Pastori sulla legge naturale, sulla origine del mondo, sulla questione ecologica.
- Conviene certamente riprendere la bella nozione di “storia della salvezza” (historia salutis), così cara ai Padri della Chiesa e diventata tradizionalmente “Storia sacra”. Occorre far percepire tutto ciò che implica la “religione del Verbo incarnato”, cioè la Parola di Dio che non è cristallizzata in formule astratte e statiche, ma conosce una storia dinamica fatta di persone e di eventi, di parole e di azioni, di sviluppi e tensioni, come appare chiaramente nella Bibbia. La historia salutis, conclusa per quanto riguarda la fase costitutiva, continua la sua efficacia ora nel tempo della Chiesa.
- La totalità della Parola di Dio è assicurata da tutti gli atti che la esprimono, secondo il ruolo di ciascuno. Viene subito alla mente, per la sua forza, il fatto che la Sacra Scrittura è l’ambito vitale della Chiesa. E d’altra parte è necessario che tutti i momenti del ministero della Parola di Dio siano in reciproca e armonica interazione. Tra questi segni hanno un ruolo fondamentale l’annuncio, la catechesi, la liturgia e la diaconia.
- Sarà compito dei Pastori aiutare i fedeli ad avere questa visione armonica della Parola, evitando forme erronee o riduttive o ambigue di comprensione e abilitandoli a diventare attenti uditori della Parola ovunque risuoni e a gustare anche le più semplici parole della Bibbia.
B. Al centro, il mistero di Cristo e della Chiesa
«Nei giorni nostri, Dio ha parlato a noi per mezzo del Figlio» (Eb 1, 2)
Nel cuore della Parola di Dio, il mistero di Cristo
11. I cristiani per lo più avvertono la centralità della persona di Gesù Cristo nella Rivelazione di Dio. Ma non sempre sanno cogliere le ragioni di tale importanza, né capiscono in che senso Gesù è il cuore della Parola di Dio e, quindi, anche della Bibbia faticano a fare una lettura cristiana. Di questo parlano quasi tutte le risposte degli Organismi consultati, sollecitati dalla doppia preoccupazione di evitare gli equivoci di una lettura superficiale e frammentata della Scrittura, ma soprattutto di indicare la strada sicura per entrare nel Regno di Dio ed ereditare la vita eterna. Infatti «questa è la vita eterna: che conoscano te, l’unico vero Dio, e colui che hai mandato, Gesù Cristo» (Gv 17, 3). Questo rapporto sostanziale tra la Parola di Dio e il mistero di Cristo si configura così nella Rivelazione come annuncio e poi nella storia della Chiesa come approfondimento inesauribile.
Di tale rapporto si citano qui soltanto alcuni riferimenti teologici essenziali di evidente incidenza pastorale.
- Sempre alla luce della Dei Verbum, si ricorderà che Dio ha realizzato un piano del tutto gratuito: «mandò suo Figlio […] affinché dimorasse tra gli uomini e ad essi spiegasse i segreti di Dio (cf. Gv 1, 1-18). Gesù Cristo, dunque, Verbo fatto carne, […] “proferisce le parole di Dio” (Gv 3, 34) e porta a compimento l’opera di salvezza affidatagli dal Padre (cf. Gv 5, 36; 17, 4)» (DV 4). Sicché Gesù nella sua vita terrena e ora celeste assume e realizza tutto il fine, il senso, la storia e il progetto della Parola di Dio perché, come recita Sant’Ireneo, Cristo «ci ha recato ogni novità portandoci se stesso»(5).
- Il progetto di Dio prevede una storia nella rivelazione. Come afferma l’autore della Lettera agli Ebrei: «Dio, che aveva già parlato nei tempi antichi molte volte e in diversi modi ai padri per mezzo dei profeti, ultimamente, in questi giorni, ha parlato a noi per mezzo del Figlio» (Eb 1, 1-2). Vuol dire che in Gesù la Parola di Dio assume i significati che egli ha dato alla sua missione: ha per scopo di far entrare nel Regno di Dio (cf. Mt 13, 1-9); si manifesta nelle sue parole ed opere; esprime la sua potenza nei miracoli; ha il compito di animare la missione dei discepoli, sostenendoli nell’amore a Dio e al prossimo e nella cura dei poveri; rivela la sua piena verità nel mistero pasquale, in attesa dello svelamento totale; ed ora guida la vita della Chiesa nel tempo.
- Ma è anche vero che la Parola di Gesù deve essere compresa, come lui stesso diceva, secondo le Scritture (cf. Lc 24, 44-49), ossia nella storia del popolo di Dio dell’Antico Testamento, che lo ha atteso come Messia, e ora nella storia della comunità cristiana, che lo annuncia con la predicazione, lo medita con la Bibbia, ne sperimenta l’amicizia e la guida. San Bernardo afferma che sul piano dell’Incarnazione della Parola, Cristo è il centro di tutte le Scritture. La Parola di Dio, già udibile nella prima alleanza, è diventata visibile in Cristo(6).
- Non si può dimenticare che «tutte le cose sono state create per mezzo di lui e in vista di lui» (Col 1, 16). Gesù assume una centralità cosmica, è il re dell’universo, colui che dona senso ultimo a tutta la realtà. Se la Parola di Dio è come un canto a più voci, la sua chiave interpretativa, per l’ispirazione dello Spirito Santo, è Cristo nella globalità del suo mistero. «La Parola di Dio, che era in principio presso Dio, non è, nella sua pienezza, una molteplicità di parole; essa non è molte parole, ma una sola Parola che abbraccia un gran numero di idee di cui ciascuna è una parte della Parola nella sua totalità […]. E se il Cristo ci rimanda alle “Scritture”, come quelle che gli rendono testimonianza, considera i libri della Scrittura un unico rotolo, perché tutto ciò che è stato scritto di lui è ricapitolato in un solo tutto»(7).
Nel cuore della Parola di Dio, il mistero della Chiesa
12. La Chiesa nel suo essere mistero del Corpo di Gesù si trova ad avere nella Parola l’annuncio della sua identità, la grazia della sua conversione, il mandato della sua missione, la fonte della sua profezia e la ragione della sua speranza. Essa è costituita intimamente dal dialogo con lo Sposo e resa destinataria e testimone privilegiata della Parola amorosa e salvifica di Dio. Appartenere sempre di più a questo “mistero” che fa la Chiesa è l’esito giusto dell’ascolto della Parola di Dio, perciò l’incontro continuo con essa è causa del suo rinnovamento e sorgente di «una nuova primavera spirituale»(8).
D’altra parte la viva coscienza di appartenere alla Chiesa, Corpo di Cristo, sarà effettiva nella misura in cui si potranno articolare in maniera coerente i diversi rapporti con la Parola di Dio: una Parola annunciata, una Parola meditata e studiata, una Parola pregata e celebrata, una Parola vissuta e propagata. Per questa ragione nella Chiesa la Parola di Dio non è deposito inerte, ma diventa regola suprema della fede e potenza di vita, progredisce con l’assistenza dello Spirito Santo e cresce con la riflessione e lo studio dei credenti, l’esperienza personale di vita spirituale e la predicazione dei Vescovi (cf. DV 8; 21). Lo testimoniano, in particolare, gli uomini di Dio, che hanno abitato la Parola(9). È evidente che la prima missione della Chiesa è quella di trasmettere la Parola divina a tutti gli uomini. La storia attesta che ciò è avvenuto e continua ad avvenire oggi, dopo tanti secoli, tra diversi ostacoli, ma anche con feconda vitalità.
Oggetto di permanente riflessione e di fedele attuazione sono le parole iniziali della Dei Verbum: «In religioso ascolto della Parola di Dio e proclamandola con ferma fiducia» (DV 1). Esse riassumono in sé l’essenza della Chiesa nella sua duplice dimensione di ascolto e di proclamazione della Parola di Dio. Non vi è nessun dubbio: alla Parola di Dio spetta il primo posto. Soltanto per suo tramite possiamo comprendere la Chiesa. Essa si definisce come Chiesa che ascolta. È nella misura in cui ascolta che essa può anche essere una Chiesa che proclama. Afferma il Santo Padre Benedetto XVI: «la Chiesa non trae la sua vita da se stessa, ma dal Vangelo ed è a partire dal Vangelo che essa non cessa di orientarsi nel suo peregrinare»(10).
Incidenze pastorali
13. Dalla Parola di Dio la comunità cristiana si sente generata e rinnovata a scoprire il volto di Cristo. Chiara e perentoria è l’affermazione di San Girolamo: «Ignoratio enim Scripturarum, ignoratio Christi est»(11) (chi non conosce le Scritture non conosce Cristo). Vengono qui ricordate alcune urgenze pastorali emerse dalle risposte ai Lineamenta:
- sviluppare linee organiche di riflessione sul rapporto di Gesù con la Sacra Scrittura, su come egli la legge e come essa aiuta a comprenderlo;
- presentare in maniera semplice i criteri di lettura cristiana della Bibbia, risolvendo in tale luce elementi difficili dell’Antico Testamento;
- aiutare i fedeli a riconoscere la Chiesa, guidata dal Magistero, come il luogo vitale e continuo di annuncio della Parola di Dio;
- istruire quei cristiani che dicono di non leggere la Bibbia perché preferiscono stabilire con Gesù un rapporto diretto e personale;
- grazie alla realtà di Gesù, Signore risorto e presente nei segni sacramentali, la liturgia va considerata come luogo primario dell’incontro con la Parola di Dio;
- nella comunicazione catechistica, infine, non dimenticare che i Vangeli vanno scelti come lettura prioritaria, ma insieme vanno letti in collegamento con gli altri libri dell’Antico Testamento e del Nuovo Testamento e con i documenti del Magistero della Chiesa.
CAPITOLO SECONDO
A. La Bibbia come Parola di Dio ispirata e la sua verità
«La Chiesa ha sempre venerato le divine Scritture come ha fatto per il corpo di Cristo» (DV 21)
Le domande
14. Uno dei problemi più sentiti dai Pastori è il rapporto della Sacra Scrittura con la Parola di Dio, in particolare la sua ispirazione e la sua verità. Si distinguono tre livelli di domande:
- alcune questioni sono relative alla natura della Bibbia: cosa si intende per ispirazione o per canone, quale tipo di verità spetta alla Scrittura e come va intesa la sua storicità;
- altre domande riguardano il rapporto della Scrittura con la Tradizione e il Magistero;
- altre questioni toccano le pagine difficili della Bibbia, specie dell’Antico Testamento. A queste ultime questioni si farà cenno trattando della Parola di Dio nella catechesi.
La Sacra Scrittura, Parola di Dio ispirata
15. Molte risposte ai Lineamenta sollevano questioni circa il modo di spiegare ai fedeli il carisma dell’ispirazione e della verità delle Scritture. A questo proposito è necessario prima di tutto fissare il rapporto tra Bibbia e Parola di Dio; chiarire l’azione dello Spirito Santo; specificare alcuni punti circa l’identità della Bibbia.
a. Va riconosciuta la relazione di distinzione e comunione tra Bibbia e Parola di Dio. È la Bibbia stessa che attesta la non coincidenza materiale fra Parola di Dio e Scrittura. La Parola di Dio è realtà vivente, efficace (cf. Eb 4, 12-13), eterna (cf. Is 40, 8), «onnipotente» (Sap 18, 15), creatrice (cf. Gn 1, 3ss.) e instauratrice di storia. Per il Nuovo Testamento questa Parola è il Figlio stesso di Dio, il Verbo fatto carne (cf. Gv 1, 1ss.; Eb 1, 2). La Scrittura, invece, è attestazione di questa relazione tra Dio e l’uomo, la illumina, la orienta in maniera certa. La Parola di Dio, quindi, eccede il Libro, e raggiunge l’uomo anche attraverso la via della Chiesa, Tradizione vivente. Ciò comporta il superamento di una interpretazione soggettiva e chiusa della Scrittura per cui essa va letta dentro un processo della Parola di Dio più ampio, anzi inesauribile, come dimostra il fatto che la Parola continua ad alimentare la vita di generazioni in tempi sempre nuovi e diversi. La comunità cristiana diviene, quindi, soggetto della trasmissione della Parola di Dio, e allo stesso tempo soggetto privilegiato per cogliere il senso profondo della Sacra Scrittura, il progresso della fede e quindi lo sviluppo del dogma. In forza di questa sua prerogativa, la Chiesa, fin dall’inizio ha sommamente venerato i libri biblici e ne ha stabilito, per regola o canone della fede nella rivelazione divina, un elenco certo e definitivo: 73 libri, di cui 46 dell’Antico Testamento e 27 del Nuovo Testamento(12).
b. Lo Spirito dà respiro alla parola scritta e colloca il Libro nel mistero più ampio, dell’incarnazione e della Chiesa. Per cui, grazie allo Spirito, la Parola di Dio è realtà liturgica e profetica, è annuncio (kerygma) prima di essere libro, è la testimonianza dello Spirito Santo sulla presenza di Cristo.
c. In sintesi si può affermare che:
- il carisma dell’ispirazione permette di affermare che Dio è l’autore della Bibbia in un modo che non esclude l’uomo come vero autore egli stesso. Infatti, a differenza di una dettatura l’ispirazione non toglie la libertà e le capacità personali dello scrittore ma le illumina e le ispira;
- quantunque la Sacra Scrittura sia ispirata in tutte le sue parti la sua inerranza si riferisce solo alla «verità che Dio per la nostra salvezza volle fosse consegnata nelle sacre lettere» (DV 11);
- grazie al carisma dell’ispirazione, lo Spirito Santo costituisce i libri biblici come Parola di Dio e li affida alla Chiesa, perché siano accolti nell’obbedienza della fede;
- il Canone nella sua completezza ed unità organica costituisce criterio di interpretazione del Libro Sacro;
- essendo la Bibbia Parola di Dio in linguaggio umano, la sua interpretazione avviene armonicamente con criteri letterari, filosofici e teologici, sempre sotto la forza unificante della fede e la guida del Magistero(13).
Tradizione, Scrittura e Magistero
16. Il Concilio Vaticano II insiste sull’unità di origine e sulle molte connessioni tra Tradizione e Scrittura, che la Chiesa accoglie «con pari sentimento di pietà e riverenza» (DV 9). A questo proposito ricordiamo che la Parola di Dio, divenuta in Cristo Evangelo o Buona Notizia (cf. Rm 1,16) e, come tale, consegnata alla predicazione apostolica, continua la sua corsa attraverso:
- anzitutto il flusso della Tradizione vivente manifestata da «tutto ciò che essa [la Chiesa] è, tutto ciò che essa crede» (DV 8), come culto, insegnamento, carità, santità, martirio;
- poi attraverso la Sacra Scrittura, che di questa Tradizione vivente, per ispirazione dello Spirito Santo, conserva appunto nella immutabilità dello scritto gli elementi costitutivi e originari. «Questa Sacra Tradizione dunque e la Scrittura Sacra dell’uno e dell’altro Testamento sono come uno specchio nel quale la Chiesa pellegrina in terra contempla Dio, dal quale tutto riceve, finché giunga a vederlo faccia a faccia, com’Egli è (cf. 1 Gv 3, 2)» (DV 7).
Infine al Magistero della Chiesa, che non è superiore alla Parola di Dio, spetta «di interpretare autenticamente la Parola di Dio scritta o trasmessa», in quanto «piamente la ascolta, santamente la custodisce e fedelmente la espone» (DV 10). In sintesi, una vera lettura della Scrittura come Parola di Dio non può farsi che in Ecclesia, secondo il suo insegnamento.
Antico e Nuovo Testamento, una sola economia della salvezza
17. Un problema vivo tra i cattolici riguarda la conoscenza dell’Antico Testamento come Parola di Dio e in particolare la sua relazione con il mistero di Cristo e della Chiesa. A motivo anche di difficoltà esegetiche non risolte, si assiste ad una certa resistenza di fronte a pagine dell’Antico Testamento che appaiono incomprensibili, esposte quindi alla selezione arbitraria, al rifiuto. Secondo la fede della Chiesa, l’Antico Testamento va considerato come parte dell’unica Bibbia dei cristiani, parte costitutiva della Rivelazione e quindi della Parola di Dio. Da tutto ciò deriva il bisogno di una urgente formazione alla lettura cristiana dell’Antico Testamento, riconoscendo il rapporto che collega i due Testamenti e i valori permanenti dell’Antico (cf. DV 15-16)(14). In questo ci viene in aiuto la prassi liturgica, che sempre proclama il Testo Sacro dell’Antico Testamento come pagina essenziale per una comprensione compiuta del Nuovo Testamento, secondo l’attestazione di Gesù stesso nell’episodio di Emmaus, in cui il Maestro «cominciando da Mosè e da tutti i profeti spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui» (Lc 24, 27). Precisa è l’affermazione agostiniana «Novum in Vetere latet et in Novo Vetus patet»(15) (il Nuovo Testamento è nascosto nell’Antico e l’Antico è svelato nel Nuovo Testamento). Afferma San Gregorio Magno: «Ciò che l’Antico Testamento ha promesso, il Nuovo Testamento l’ha fatto vedere; ciò che quello annunzia in maniera occulta, questo proclama apertamente come presente. Perciò l’Antico Testamento è profezia del Nuovo Testamento; e il miglior commento dell’Antico Testamento è il Nuovo Testamento»(16). Le implicanze pratiche di questa dottrina sono numerose e vitali.
Incidenze pastorali
18. Si avverte con sempre maggiore coscienza che non basta una lettura superficiale della Bibbia. Si constata che diversi gruppi biblici, partiti con entusiasmo alla scoperta del Libro Sacro, poi progressivamente si estinguono per la mancanza del buon terreno, cioè della Parola di Dio percepita nel suo mistero di grazia, come dice Gesù nella parabola del seminatore (cf. Mt 13, 20-21). In quest’ottica sono qui proposte delle implicanze:
a. Per il fatto che la Scrittura è intimamente legata alla Chiesa, questa svolge un ruolo essenziale per accedere alla Parola nella sua genuinità fontale, diventando così criterio per la retta comprensione della Tradizione, poiché di fatto sia la liturgia che la catechesi traggono alimento dalla Bibbia. Come è già stato accennato, i libri della Sacra Scrittura hanno una forza di appello diretto e concreto che non hanno altri testi o interventi ecclesiastici.
b. Va poi considerata nei suoi effetti pratici, la distinzione tra Tradizione apostolica costitutiva e le tradizioni ecclesiali. Infatti, mentre la prima proviene dagli apostoli e trasmette quanto essi hanno appreso da Gesù e dallo stesso Spirito Santo, le tradizioni ecclesiali sono nate nel corso del tempo nelle Chiese locali e sono forme di adattamento della «grande Tradizione»(17). Va inoltre valutata la portata decisiva del riconoscimento canonico che la Chiesa ha operato a proposito delle Scritture garantendone l’autenticità di fronte alla proliferazione di libri inautentici o apocrifi. Le interpretazioni gnostiche oggi volgarizzate circa la verità sulle origini cristiane obbligano a spiegare che cosa è il Canone dei Libri sacri e come sia sorto. Così si orienta opportunamente la traduzione e diffusione della Scrittura e si giustifica l’indispensabile riconoscimento da parte della Chiesa. Rimane da riprendere il confronto tra Scrittura, Tradizione e i segni della Parola di Dio nel mondo creato, specialmente con l’uomo e la sua storia, infatti ogni creatura è parola di Dio, poiché proclama Dio(18).
c. L’intento del Magistero, quando dà orientamenti o proclama delle definizioni, non è quello di limitare la lettura personale della Scrittura. Offre, invece, un quadro di riferimento sicuro in cui la ricerca si esercita. Purtroppo, l’insegnamento del Magistero e il valore dei diversi livelli di pronunciamento non sono sempre ben conosciuti e accettati. In occasione del Sinodo si riscopre la Dei Verbum e i documenti pontifici posteriori. In particolare, merita notare l’indirizzo per la comprensione e l’uso della Parola di Dio nella Bibbia dato dal Santo Padre Benedetto XVI in diversi suoi interventi magisteriali.
d. Nel solco della Tradizione vivente, e dunque come servizio genuino alla Parola di Dio, va anche considerato lo strumento del Catechismo, iniziando dal primo Simbolo della fede, nucleo di ogni Catechismo, fino alle diverse esposizioni promosse lungo i secoli nella Chiesa. Di esse sono attestazione più recente il Catechismo della Chiesa Cattolica e nelle Chiese locali i rispettivi Catechismi.
e. A questo punto diventa necessario ritenere una fondamentale distinzione che avrà tante ripercussioni nella prassi pastorale: vi è l’incontro con la Scrittura nelle grandi azioni di Chiesa, come la liturgia e la catechesi, dove cioè la Bibbia si colloca in un contesto pubblico ministeriale; vi è anche l’incontro immediato, come è la Lectio Divina, il corso biblico, il gruppo biblico. Va promossa oggi questa via a causa di una certa lontananza del popolo di Dio dall’uso diretto e personale della Scrittura.
f. Quanto poi all’Antico Testamento esso va compreso come una tappa nello sviluppo della fede e della comprensione di Dio. Il suo carattere figurato, il suo rapporto con la mentalità scientifica e storica del nostro tempo hanno bisogno di essere chiariti. Nello stesso tempo, numerosi passaggi di esso custodiscono una forza spirituale, sapienziale e culturale unica, permettono una ricca catechesi sulle realtà umane e manifestano le tappe del cammino di fede di un popolo. La conoscenza e la lettura dei Vangeli non escludono che l’approfondimento dell’Antico Testamento dia alla lettura e all’intelligenza del Nuovo Testamento una profondità sempre più grande.
g. Infine, in ottica pastorale assai concreta, merita segnalare alcune osservazioni che aiutano a discernere meglio il rapporto dei fedeli con la dottrina della fede. I fedeli, in generale, distinguono la Bibbia da altri testi religiosi e la ritengono più importante nella vita di fede, però non pochi in pratica preferiscono testi spirituali più semplici da capire, messaggi e scritti edificanti o diverse manifestazioni della pietà popolare. Si potrebbe dire che il popolo incontra la Parola di Dio per via pratica, vivendola più che sapendone le origini e le motivazioni. È una situazione di positività ed insieme di fragilità. Bisogna saper parlare alla gente riconoscendo il suo modo di comprendere. Aiutare i fedeli a capire che cosa è la Bibbia, perché c’è, cosa dona alla fede, come si usa, diventa un compito necessario nelle attività pastorali.
B. Come interpretare la Bibbia secondo la fede della Chiesa
«La parola di Dio è viva, efficace» (Eb 4, 12)
Il problema ermeneutico in prospettiva pastorale
19. Il problema ermeneutico, entro cui si collocano l’attualizzazione della Parola di Dio ed insieme l’inculturazione(19), è una questione delicata ed importante. Dio, infatti, propone alla persona non qualche informazione più o meno curiosa e nemmeno di ordine puramente umano, scientifico, ma gli comunica la sua Parola di verità e di salvezza e questo richiede a chi ascolta una comprensione intelligente, vitale, responsabile e quindi attuale. Ciò comporta il doppio movimento di riconoscere il senso vero della Parola detta o scritta, così come la comunica il Signore tramite gli autori sacri, ed insieme richiede che la Parola sia significativa per chi l’ascolta anche oggi.
In ascolto dell’esperienza
20. Dalle risposte dei Vescovi si evince che l’interpretazione della Parola, nonostante le apparenze contrarie, risulta accessibile. Tanti cristiani, in comunità o singolarmente, scrutano la Parola di Dio con la disponibilità a comprendere ciò che Dio dice e attentamente ubbidirvi. Ebbene questa disponibilità della fede è per la Chiesa una preziosa possibilità per abilitare ad una corretta comprensione e attualizzazione del Testo Sacro. Oggi questa opportunità (kairòs) vale, in certo modo ancora di più, perché si apre un confronto nuovo tra la Parola di Dio e le scienze dell’uomo, in particolare nell’ambito della ricerca filosofica, scientifica e storica. Grande ricchezza di verità e di valori su Dio, sull’uomo, sulle cose proviene da questo contatto tra Parola e cultura. La ragione, pertanto, interpella la fede e da questa viene coinvolta a collaborare per una verità e vita consone alla Rivelazione di Dio e alle attese dell’umanità.
Ma non mancano anche i rischi di una interpretazione arbitraria e riduttiva, dovuti anzitutto al fondamentalismo, per cui, da una parte si manifesta il desiderio di rimanere fedeli al Testo, dall’altra si misconosce la natura stessa dei testi, incorrendo in gravi errori e generando anche inutili conflitti(20). Esistono pure le cosiddette letture ideologiche della Bibbia, secondo precomprensioni rigide di ordine spirituale o sociale e politico, o semplicemente umane, senza il supporto della fede (cf. 2 Pt 1, 19-20; 3, 16), fino a forme di contrapposizione e di separazione tra la forma scritta, attestata anzitutto nella Bibbia, la forma viva dell’annuncio e l’esperienza di vita dei credenti. In generale, si nota una scarsa o imprecisa conoscenza delle regole ermeneutiche della Parola.
Il senso della Parola di Dio e la via per trovarlo
21. Alla luce del Concilio Vaticano II e del Magistero successivo(21), alcuni aspetti sembrano oggi bisognosi di attenzione e riflessione specifica, in vista di una adeguata comunicazione pastorale: la Bibbia, libro di Dio e dell’uomo, va letta unificando correttamente il senso storico-letterale e il senso teologico-spirituale, o più semplicemente senso spirituale(22). La Nota citata della Pontificia Commissione Biblica ne dà questa definizione: «Come regola generale possiamo definire il senso spirituale, compreso secondo la fede cristiana, il senso espresso dai testi biblici quando vengono letti sotto l’influsso dello Spirito Santo nel contesto del mistero pasquale di Cristo e della vita nuova che ne risulta. Questo contesto esiste effettivamente. Il Nuovo Testamento riconosce in esso il compimento delle Scritture. È perciò normale rileggere le Scritture alla luce di questo nuovo contesto, quello della vita nello Spirito»(23).
Questo significa che il metodo storico-critico è necessario per una corretta esegesi, convenientemente arricchito con altre