Cosa avvenne davvero su quella strada
di Romano Penna
Come di molti personaggi dell’antichità, non conosciamo l’anno esatto della nascita di Paolo, e tanto meno quello della morte. Però tutta una serie di dati sicuri e di vari indizi ci permette di fissarne con buona approssimazione sia gli estremi sia le tappe intermedie.
Quando scrive il biglietto a Filemone, probabilmente nell’anno 54 (o, secondo una cronologia più bassa, verso il 62), egli si dichiara “vecchio”, in greco presbùtes (Filemone, 9); e quando Luca negli Atti degli Apostoli narra della lapidazione di Stefano all’inizio degli anni Trenta, annota anche la presenza di Saulo che viene qualificato come “giovane”, in greco neanìas (Atti, 7, 58). Le due denominazioni sono evidentemente generiche, ma, secondo i computi antichi sull’età dell’uomo, la prima dovrebbe indicare grosso modo uno attorno alla sessantina e la seconda uno attorno alla trentina. Ne deduciamo che egli dovette nascere negli ultimi anni dell’era precristiana ed essere quindi di pochi anni più giovane di Gesù.
Nato a Tarso in Cilicia (cfr Atti, 22, 3) come ebreo della diaspora di lingua greca e con un nome latino (cambiato per assonanza da Saulo in Paolo), per di più insignito della cittadinanza romana (cf Atti, 22, 25-28), egli appare collocato sulla frontiera di tre culture diverse e forse anche per questo disponibile a feconde aperture universalistiche, come si rivelerà in seguito. Forse derivandolo dal padre, egli apprese anche un lavoro manuale consistente nel mestiere di skenopoiòs, letteralmente “fabbricatore di tende” (cfr Atti, 18, 3), probabilmente lavoratore della lana ruvida di capra per farne stuoie o tende, forse per uso militare ma soprattutto privato (cfr Atti, 20, 33-35).
Del resto, nell’antichità Tarso era famosa per la lavorazione tessile specialmente del lino (cfr Dione di Prusa, Discorsi, 34, 21), tanto che alcuni papiri testimoniano l’aggettivo tarsikàrios per indicare un tessitore di lino. Verso i 12-13 anni, l’età in cui il ragazzo ebreo diventa bar mitzvà (”figlio del precetto”), Paolo lasciò Tarso e si trasferì a Gerusalemme per essere educato ai piedi di Rabbi Gamaliele il Vecchio secondo le più rigide norme del fariseismo (cfr Galati, 1, 14; Filippesi, 3, 5-6; Atti, 22, 3; 23, 6; 26, 5), imbevendosi di un grande zelo per la Toràh mosaica.
È sulle basi di una forte ortodossia religiosa, là acquisita, che egli intravide nel nuovo movimento che si richiamava a Gesù di Nazaret un grande rischio per l’identità giudaica. Da una parte, Paolo aveva conosciuto la forte critica di Stefano al Tempio di Gerusalemme (cfr Atti, 6, 14; 7, 47-50). Dall’altra, egli non poteva ammettere un Messia crocifisso, che si doveva ritenere soltanto scandalo e maledizione (cfr 1 Corinzi, 1, 23; Galati, 3, 13); se poi questi era ormai positivamente collegato con gli ignoranti della Legge (gli cammê ha-’aretz) e persino con i peccatori così che per essere giusti davanti a Dio bisognava credere in Gesù, allora la Torah finiva per non essere più né sufficiente né tanto meno necessaria. Ciò spiega il fatto che egli abbia fieramente “perseguitato la chiesa di Dio”, come per tre volte ammetterà nelle sue lettere (1 Corinzi, 15, 9; Galati, 1, 13, Filippesi, 3, 6).
Peraltro è difficile immaginarsi concretamente in che cosa consistesse questa persecuzione. Per esempio, ciò che scrive Luca in Atti 9, 1-2 (”Saulo, sempre fremente minaccia e strage contro i discepoli del Signore, si presentò al sommo sacerdote e gli chiese lettere per le sinagoghe di Damasco al fine di essere autorizzato a condurre in catene a Gerusalemme uomini e donne seguaci della Via”) fa difficoltà a combaciare con i dati storici, come rilevano i commentatori. Infatti, sotto i procuratori romani il Sinedrio non aveva giurisdizione fuori della terra d’Israele né Paolo poteva godere di un mandato ufficiale senza essere membro del Sinedrio stesso. Si ipotizza perciò che egli sia stato semplicemente inviato a Damasco da una sinagoga di Giudei “ellenisti” di Gerusalemme, forse con una lettera di raccomandazione da parte del sommo sacerdote, per mettere in guardia le sinagoghe locali contro il pericolo della nuova eresia ed esortarle a prendere misure adeguate, anche severe.
Certo è che proprio sulla strada di Damasco, all’inizio degli anni Trenta, forse nel 32, si verificò il momento decisivo della vita di Paolo. Là avvenne una svolta, anzi un capovolgimento di valori. Allora egli, inaspettatamente, cominciò a considerare “danno” e “spazzatura” tutto ciò che prima costituiva per lui il massimo ideale, la ragion d’essere della sua esistenza (cfr Filippesi, 3, 7-8). Che cos’era successo? Abbiamo a questo proposito due tipi di fonti. Il primo tipo, il più popolare, sono i racconti dovuti alla penna di Luca, che per ben tre volte narra l’evento (cfr Atti, 9, 1-19; 22, 3-21; 26, 4-23), indugiando su alcuni dettagli pittoreschi, come la luce dal cielo, la caduta a terra, una voce che chiama, la nuova condizione di cecità, e la sua guarigione come di squame tolte dagli occhi, il digiuno. È difficile che ci sia Paolo in persona all’origine di queste narrazioni, sia perché egli non ne parla mai in questi termini, sia perché in Galati, 1, 13 rimanda i suoi lettori a qualcosa di sentito dire.
Perciò è ben possibile che Luca abbia utilizzato un racconto nato probabilmente nella comunità di Damasco (si pensi al colorito locale dato dalla presenza di Ananìa e dai nomi sia della via sia del proprietario della casa in cui Paolo soggiorna: Atti, 9, 11), la quale compose in un primo tempo un racconto di conversione che metteva in rilievo la straordinaria trasformazione avvenuta nell’ex persecutore e che divenne poi anche il racconto della vocazione di un nuovo evangelizzatore.
Il secondo tipo di fonti è quello più “autentico”, in quanto consiste nella testimonianza del diretto interessato, e sono le lettere di Paolo stesso. Più volte infatti egli fa riferimento a quella straodinaria esperienza, e si tratta sempre di accenni molto brevi, non descrittivi, che puntano soltanto al senso di ciò che allora avvenne (cfr Romani, 1, 5: “mediante Cristo Gesù ricevemmo la grazia dell’apostolato”; 1 Corinzi, 9, 1: “non ho io visto Gesù, il Signore nostro?”; 1 Corinzi, 15, 8: “ultimo fra tutti apparve anche a me come a un aborto”; 2 Corinzi, 4, 6: “Dio che disse “Rifulga la luce dalle tenebre” rifulse nei nostri cuori per far risplendere la conoscenza della gloria divina che brilla sul volto di Cristo”; Filippesi, 3, 7: “ciò che per me era un guadagno lo stimai una perdita a motivo di Cristo”); il testo più diffuso si legge in Galati, 1, 15-16: “Quando a Dio, che mi mise a parte fin dal seno di mia madre e mi chiamò con la sua grazia, piacque di rivelare il Figlio suo in me, perché lo annunziassi fra le genti, immediatamente non consultai carne o sangue né salii a Gerusalemme da coloro che erano apostoli prima di me, ma mi recai in Arabia e poi tornai a Damasco”. Come si vede, in tutti questi passi egli non indulge a dettagli narrativi, ma interpreta sempre quel momento non tanto come un fatto di conversione, poiché non ne impiega mai il lessico specifico (con i verbi metanoèin-epistrèfein e derivati), quanto come fondamento del suo apostolato, come incarico di evangelizzazione, e quindi come un evento di missione (con un lessico di visione, apparizione, rivelazione, illuminazione).
Ci si può chiedere come spiegarsi il cambiamento verificatosi in Paolo sulla strada di Damasco. Nel clima romantico dell’Ottocento si preferiva ricorrere allo schema dell’uomo tormentato, che finalmente trova una via d’uscita alle proprie angosce adottando una soluzione estrema. Per fare questo si interpretava in senso autobiografico ciò che si legge in Romani, 7, 7-25, dove Paolo parla alla prima persona singolare: “Io non faccio quello che voglio, ma quello che detesto… Acconsento nel mio intimo alla legge di Dio, ma nelle mie membra vedo un’altra legge, che muove guerra alla legge della mia mente e mi rende schiavo della legge del peccato che è nelle mie membra” (vv.15.22.23).
Senonché, l’esegesi odierna di questa pagina paolina è molto più guardinga e dubbiosa, sia perché il testo è scritto al presente (quindi letteralmente dovrebbe riferirsi non al passato anteriore alla conversione), sia perché il passo appartiene non a un contesto autobiografico bensì a una riflessione di principio sul valore della Legge (sicché l’Io può benissimo spiegarsi con la figura retorica della enallage così da includere una esperienza universale), sia perché in un altro passo sicuramente autobiografico Paolo dice al contrario di essere stato “irreprensibile quanto alla Legge” (Filippesi, 3, 6: qui emerge addirittura la fierezza e la gioia di una identità giudaica vissuta in pienezza come “un guadagno”). Si può sempre pensare che quanto egli scrive in Romani, 7, 7-25 rappresenti semplicemente la coscientizzazione successiva (cristiana) di un vecchio conflitto inconscio nei confronti della Legge, mentre Filippesi, 3, 4-6 rappresenterebbe soltanto la tipica coscienza del Paolo precristiano.
Ma le cose sono più complesse. Le testimonianze personali di Paolo sull’evento di Damasco sono costantemente incentrate sulla precisa figura di Gesù Cristo. Egli non parla d’altro, al punto da confessare persino di essere stato “ghermito da Cristo Gesù” (Filippesi, 3, 12). Si trattò dunque essenzialmente di un incontro di “persone”, mentre invece i concetti, le “idee”, pur implicite, giocarono un ruolo secondario. Egli vide la gloria di Dio brillare sul volto di Cristo (cfr 2 Corinzi, 4, 6). Da questo punto di vista, l’esperienza di Paolo si deve spiegare anche in riferimento a certe categorie della mistica giudaica della merkavàh, cioè del “carro”, che affonda le sue radici nella visione del primo capitolo di Ezechiele. Là il profeta dice di aver visto un carro trainato da quattro esseri viventi “e su questa specie di trono, in alto, una figura dalle sembianze umane (…) Tale mi apparve l’aspetto della gloria del Signore” (1, 26.28): qui, cioè, si osa associare la gloria celeste di Dio a un essere umano, sia pur indeterminato, e ciò spiega le riserve del rabbinismo su questa pagina.
In ogni caso, non si può trascurare la dimensione psicologica dell’esperienza di Paolo, spesso trattata in termini di allucinazione (benché di norma agli storici e ai teologi manchino gli studi in materia di psicologia, così come gli psicologi sono perlopiù digiuni di tecniche storiografiche e di teologia). Uno studio di pochi anni fa cerca di fare chiarezza in materia, sia distinguendo tra allucinazione e illusione, in quanto esse non vanno identificate, sia precisando onestamente che la non oggettività del fenomeno (visione, udito, odorato, tatto) riguarda solo l’osservatore esterno ma non il soggetto che ne fa esperienza, e sia badando anche ai condizionamenti socioculturali del soggetto interessato.
Quanto a Paolo, va preso atto che le sue dichiarazioni sull’evento sono rare (non in tutte le lettere) e molto sobrie (prive di descrizioni); in più, bisogna constatare che egli non adduce mai di fronte ai propri interlocutori l’esperienza da lui vissuta per fondare su di essa la propria autorità, né per garantire una qualche tesi teologica, né per rafforzare una qualche presa di posizione disciplinare; anzi, semmai, succede esattamente il contrario.
Occorre perciò guardarsi dal giudicare l’evento della strada di Damasco con le categorie della psicopatologia. L’unico dato sicuro sul piano della fattualità storica, detto in termini junghiani, è che esso ha avuto una funzione prospettica tale da determinare il resto della vita di Paolo, e da farlo in modo del tutto positivo e fecondo: là egli ha fatto esperienza di un incontro e ha maturato una convinzione che ha ribaltato la sua esistenza, sia resettando l’intero suo patrimonio ideale sia riorientando le sue energie verso un nuovo scopo.
(©L’Osservatore Romano - 29 giugno 2008)
a cura di P. Jean Baptiste Edart
(Agenzia Fides) - San Paolo “brilla come stella di prima grandezza nella storia della Chiesa, e non solo di quella delle origini” (Papa Benedetto XVI, Udienza del 25 ottobre 2006). Figura ricca e complessa, l’Apostolo delle nazioni, prima di essere l’autore di lettere della cui eredità godiamo oggi, è un missionario. Il suo incontro con Cristo sulla via di Damasco è la fonte di tutta la sua predicazione e della sua teologia. Ha percorso il bacino mediterraneo soffrendo la persecuzione, affrontando i pericoli dei viaggi, lavorando senza temere la stanchezza. Si faceva un vanto di annunciare il Vangelo là dove nessuno l’aveva fatto prima di lui.
In questo Anno giubilare dedicato all’Apostolo delle nazioni, contemplare questa figura emblematica e fondatrice permette di ricevere un nuovo slancio per la missione. Ciò implica innanzitutto di guardare la persona stessa di San Paolo. La conoscenza della sua origine in senso geografico e religioso permettono di cogliere meglio la natura dello sconvolgimento operato dall’incontro con Cristo, ma anche di comprendere come il suo essere abbia potuto essere trasformato e posto al servizio della missione. In un secondo tempo guarderemo a come Paolo abbia compreso e messo in opera la sua vocazione missionaria. Cos’è un Apostolo? Come lo si può identificare? Sarà anche interessante vedere molto concretamente a chi Paolo si è rivolto, in quali luoghi. Come annunciava il Vangelo? Quale posto occupavano la predicazione, i miracoli e i carismi nel suo ministero? Tutti questi aspetti dovrebbero aiutarci a percepire meglio i meccanismi fondamentali di ogni missione.
Chi è Paolo?
La sua origine. Geografia e cronologia
San Luca segnala che Paolo sarebbe nato a Tarso (At 22,3). I suoi genitori emigrarono in questa città, probabilmente deportati dai romani. Una volta affrancati, ricevettero in quel momento la cittadinanza romana che trasmisero a Paolo (At 25,11-12). Sappiamo anche che aveva una sorella e un nipote (At 23,16). Paolo cresce nella città di Tarso (At 9,11,30; 11,25; 21,39; 22,3), capitale della Cilicia, attualmente in Turchia.
Questa città era grande e ricca. Ubicata su una delle strade più frequentate del mondo antico, la porta verso est dell’Asia minore, era molto rinomata per la qualità dei suoi lini. Potrebbe essere questa una delle ragioni per cui Paolo apprese il mestiere di fabbricante di tende. Tarso aveva un’amministrazione propria, con i suoi magistrati eletti e la sua moneta. La presenza ebraica nel corso di tutto il primo secolo d.C. è ben attestata. La città si oppose a Cassio, omicida di Giulio Cesare, nel 66 a.C. Marcantonio la ricompenserà facendo di Tarso una città libera e non sottomessa alle imposte.
Questa città è anche molto conosciuta come un centro di eccellenza per l’educazione e la filosofia. Strabone, nella sua Geografia (14.5.14), sottolinea che, per l’educazione, Tarso supera Atene, Alessandria e ogni altro luogo. Sottolinea l’eccellenza delle sue scuole di retorica. I filosofi stoici ne avevano fatto la loro dimora di predilezione, e non era raro incrociare uno di loro che esponeva per strada la sua dottrina. San Paolo ricevette questa cultura nella sua educazione. Le sue lettere sono costruite spesso con l’aiuto di luoghi comuni, di argomenti tratti dalla cultura filosofica e drammatica del suo tempo.
Gli elementi più sicuri della biografia di Paolo sono il suo incontro con Cristo intorno all’anno 32 e la prigionia a Roma nel 60-62. Sarebbe stato martirizzato a Roma tra il 63 e il 67. Certi punti restano impossibili da determinare con precisione, per esempio il numero dei viaggi effettuati. Le ipotesi variano tra 2 e 4, ma 3 sembra l’ipotesi più verosimile. Le grandi tappe della sua vita sono la sua formazione a Gerusalemme presso Gamaliele (At 22,3), la persecuzione dei cristiani negli anni che seguirono, il suo incontro con Cristo sulla strada di Damasco all’inizio degli anni 30, l’incontro con gli apostoli a Gerusalemme e la missione verso i pagani, la sua morte a Roma.
L’ebreo Paolo
Paolo parla di sé in varie occasioni, permettendoci così di comprendere chi fosse. Ci fornisce notizie importanti in Fil 3,5-6: “circonciso l’ottavo giorno, della stirpe di Israele, della tribù di Beniamino, ebreo da ebrei, fariseo quanto alla Legge”. È stato circonciso l’ottavo giorno. Questo attesta l’eccellenza della sua origine: Paolo è stato circonciso entro i limiti fissati dalla legge di Mosé in Lv 12,3. “Israelita” è un’espressione tecnica che sottolinea l’appartenenza religiosa. “Della tribù di Beniamino”. Questa appartenenza è fonte di onore nel giudaismo per differenti ragioni. Beniamino è il figlio di Rachele, la moglie preferita di Giacobbe, l’unico nato nella Terra Promessa (Gen 35,16-18). Questa tribù ha dato il primo re a Israele (1 Sam 9,1-2) ed è restata fedele alla dinastia di Davide (1 Re 12,21). Insieme alla tribù di Giuda, è il primo gruppo a ricostruire il tempio dopo l’esilio (Esd 4,1). Era dunque un onore appartenere a questa tribù. “Ebreo da ebrei”, vale a dire di una famiglia che oggi chiameremmo “praticante”, che osserva la legge di Mosé e parla aramaico. Questi versetti ci presentano dunque un ebreo perfetto.
Paolo si presenta anche come fariseo. Questi erano conosciuti per il loro attaccamento alla legge di Mosé, ma anche alla legge orale. Questa legge orale sarà messa per iscritto a partire dal secondo secolo e sarà conosciuta come Talmud. Flavio Giuseppe, uno storico ebreo al servizio dei Romani, scrisse: “I farisei hanno imposto al popolo molte leggi della tradizione dei padri che non sono scritti nella legge di Mosé” (Antiquités Juives, 13.297). Ritroviamo quest’idea nelle epistole dell’Apostolo quando afferma di essere fanatico “nel difendere le tradizioni dei padri” (Gal 1,14). Le leggi concernenti l’alimentazione, la cashroute, avevano per loro un senso importante. Definiscono simbolicamente il popolo eletto come separato dal resto dell’umanità. La nuova fede, all’interno stesso del giudaismo, rimetteva completamente in causa questa distinzione. Ciò era inammissibile per un fariseo convinto come Paolo. Negare questa legge e affermare che la salvezza era aperta a tutti voleva dire mettere Israele in pericolo di morte.
Tuttavia, questa descrizione non deve farci immaginare un uomo chiuso nella sua cultura religiosa. Abbiamo visto in che contesto Paolo sia cresciuto a Tarso. La lettura delle epistole di Paolo ci conferma che egli si è formato non solo nella sinagoga, ma anche in un ambiente greco. La sua conoscenza della retorica greca e le citazioni o i riferimenti agli autori classici mostrano che ha studiato questi argomenti almeno fino all’età di 14-15 anni. È andato poi a Gerusalemme a studiare la tradizione dei suoi padri presso Gamaliele. Gli stessi rabbini, in quell’epoca, non esitavano a far leggere ai loro studenti gli autori greci. L’universo culturale e intellettuale di Paolo è dunque molto ampio.
Conversione e missione
Una conversione?
Vocazione missionaria e “conversione” sono strettamente collegate in San Paolo. Per questa ragione, è interessante studiare la natura di questa trasformazione spirituale per comprendere meglio la sua vocazione missionaria.
Paolo parla poco di questo avvenimento nelle sue epistole. I principali testi sono 1 Cor 15,1-11, Gal 1,13-17 e Fil 3,2-14, ma sono avari di dettagli storici. L’Apostolo ne sviluppa soprattutto il senso profondo. Parla di un’esperienza che ha trasformato completamente la sua esistenza, ma non la concepisce come un evento isolato, al contrario, è stato chiamato a questo sin dal seno materno (Gal 1,15). Dunque non si può leggere quell’incontro con Cristo senza prendere in considerazione l’insieme della sua esistenza.
Qual è allora il senso di quell’avvenimento? Quando si parla di conversione, sarebbe inesatto interpretare questo termine come il passaggio da una religione a un’altra. Di fatto, Paolo non ritiene di essere mai passato da una religione a un’altra. Occorre notare anche che la rottura tra giudaismo e cristianesimo non era ancora effettiva in quell’epoca. Si tratta di una conversione nel senso profondo del termine, un’apertura del cuore a Dio, l’irruzione della grazia e la trasformazione della persona.
Paolo commenta così il suo incontro con Cristo: “Colui che mi scelse fin dal seno di mia madre e mi chiamò con la sua grazia si compiacque di rivelare a me suo Figlio perché lo annunziassi in mezzo ai pagani” (Gal 1,15-16). L’Apostolo percepisce questo sconvolgimento interiore come il frutto di una lunga maturazione cominciata fin dall’inizio della sua esistenza: dalla sua nascita è stato condotto da Dio, lentamente e con pazienza, fino a quel momento decisivo in cui Cristo l’ha preso e l’ha fatto suo per sempre (Fil 3,12). Paolo insiste, nelle sue epistole, sull’iniziativa divina. Tutto cambia in quel momento.
Quella conversione equivale a una nuova nascita. Quell’avvenimento è portatore di una novità radicale. Paolo è accecato dalla rivelazione di Cristo. Il battesimo gli restituisce la vista (At 9,18), un simbolo molto forte. L’uomo vecchio non può vedere molto quando non è nato alla nuova vita. È un mondo nuovo che si rivela all’Apostolo. Tutto il pensiero di Paolo si basa su questa esperienza. Non è una semplice visione di Cristo. È la rivelazione della trasformazione profonda del mondo operato dal Cristo risorto. Paolo insiste nei suoi scritti sulla distinzione tra il vecchio mondo e il mondo nuovo. Ha vissuto questa distinzione nella sua carne.
Egli utilizza due espressioni per descrivere ciò che è accaduto: l’Apostolo “ha veduto” Cristo (1 Cor 9,1; 15,8) e ha conosciuto una “rivelazione” (Gal 1,16; 2,2; Ef 3,3), un termine che utilizza a più riprese (Rm 16,25; 1 Cor 1,7; 2 Cor 12,1,7, benché questo elenco non sia esauriente). Ciascuno di questi due termini descrive un’azione divina. Cristo si fa vedere più di quanto sia visto. I verbi impiegati quando Paolo parla di questa visione sono nella forma passiva. Dio si rivela all’uomo; è una comunicazione del mistero divino. Non è senza ragione che in Ef 1,17 Paolo parla dello “spirito di sapienza e di rivelazione”, fonte della conoscenza del mistero di Dio per i cristiani.
Il missionario
Questa rivelazione non trova la sua ragion d’essere in se stessa. Paolo commenta che tale rivelazione gli è stata donata “perché lo annunziassi (il mistero di Cristo) in mezzo ai pagani”. La rivelazione lo destina ad essere missionario, ma questa missione è interpretata sul modello della vocazione del profeta. Gal 1,15-16 è costruito con due riferimenti alle vocazioni dei profeti Isaia (Is 49,1) e Geremia (Ger 1,5). Paolo comprende la sua vocazione missionaria per le nazioni come una continuazione della missione dei profeti e, più specificamente, del servo del Signore come viene descritto in Isaia. Il missionario è il messaggero che compie la missione del servo del Signore espressa in Is 40-55. Allo stesso modo, a Corinto Paolo ha una visione in cui gli viene detto: “Non aver paura, ma continua a parlare e non tacere, perché io sono con te e nessuno cercherà di farti del male, perché io ho un popolo numeroso in questa città”. (At 18,9-10). Leggiamo in Is 41,10: “Non temere, perché io sono con te; non smarrirti, perché io sono il tuo Dio. Ti rendo forte e anche ti vengo in aiuto e ti sostengo con la destra vittoriosa”. Paolo deve compiere a Corinto l’opera del servo di Dio.
La maggior parte di questi testi riguardano Isaia, e più particolarmente la figura del servo di Yahvé. La prima catechesi cristiana ha riconosciuto in questo personaggio misterioso una profezia di Cristo. Basterà ricordare il dialogo tra l’eunuco etiope e Filippo sulla strada di Gaza (At 8,30-35). Di conseguenza Paolo, applicando a sé le profezie del servo, concepisce la sua missione come un prolungamento della missione di Cristo. Questa identificazione del predicatore col suo Signore deve essere compresa in un senso dinamico e non statico. Incontriamo qui un punto fondamentale della teologia di Paolo: l’identificazione con Cristo comincia nel battesimo e si realizza nel corso di tutta l’esistenza cristiana. Essere “conquistato” da Cristo (Fil 3,12), condotto a questa trasformazione intima della persona. Ciò si verifica in un modo particolare nel caso dell’Apostolo.
L’autogiustificazione di Paolo di fronte alle critiche è molto ricca di insegnamenti (2 Cor 4,7-15). Paolo si vede costretto a giustificare la sua qualità di Apostolo di fronte ai missionari giudeo-cristiani, poco preoccupati di rispettarla: ” Noi abbiamo questo tesoro in vasi di creta, perché appaia che questa potenza straordinaria viene da Dio e non da noi “. Questo versetto enuncia la tesi che poi dimostra nei versetti seguenti: la fragilità dell’Apostolo nel suo apostolato, vissuto nelle persecuzioni, non è un segno di debolezza, ma la condizione necessaria affinché il tesoro che porta, la conoscenza di Cristo, possa essere manifestato e la comunità cristiana possa ricevere la vita del Risorto. I versetti 10 e 11 illustrano l’identificazione delle sue sofferenze con quelle di Cristo. Paolo afferma: siamo ” esposti alla morte “. Ora, l’espressione “essere esposti” è utilizzata abitualmente tanto da Paolo che dagli evangelisti per designare la Passione di Cristo. Egli prosegue in questa identificazione al versetto 14, quando afferma che risusciterà con Gesù. La sua missione consiste dunque nel dare la sua vita come Cristo. ” Portando sempre e dovunque nel nostro corpo la morte di Gesù, perché anche la vita di Gesù si manifesti nel nostro corpo ” (2 Cor 4,10). Questo versetto suggerisce che la morte che opera nel predicatore è fonte di vita per la comunità, proprio come la morte di Cristo è la sorgente della nostra vita. Per il suo ministero di Apostolo, egli rende presente il sacrificio redentore di Cristo. ” Completo nella mia carne quello che manca ai patimenti di Cristo ” (Col 1,24). Ecco l’essenza eucaristica di ogni vita missionaria.
Per le nazioni
L’universalità è una delle caratteristiche essenziali della missione di Paolo. È la conseguenza diretta della natura della nuova fede. Egli deve annunciare il Vangelo ai pagani. Questa affermazione di Gal 1,16 è confermata ampiamente dalla promessa di assistenza che troviamo in At 26,17: « Per questo ti libererò dal popolo e dai pagani, ai quali ti mando ». Paolo sarà davanti agli ebrei e ai pagani un testimone del Risorto, inviato dal Signore dell’Esaltazione, che, al pari dei dodici, ha visto personalmente. Un altro racconto della visione costituisce il fondamento di questa missione presso i pagani. At 22,17-21 riferisce di una visione ambientata nel tempio. Paolo deve andare incontro alle «nazioni». Ciò può riferirsi tanto ai non ebrei quanto ai popoli che risiedono fuori da Gerusalemme. Abbiamo qui uno dei punti centrali della novità della fede cristiana e della teologia di Paolo: l’universalità della Salvezza. Cristo ha dato la sua vita per molti e vuole che ogni uomo sia salvato. La sua carità, che arde in un cuore di Apostolo, lo condurrà fino in Spagna (Rm 15,24), l’estremità conosciuta del mondo di quel tempo.
Missione e Chiesa
Paolo si dice «Apostolo», anche se non fa parte dei dodici. Questo sostantivo viene da un verbo greco che significa «inviare lontano o fuori». Il diritto di Paolo a portare questo titolo, che rivendica frequentemente, riposa sul fatto che è stato mandato dal Cristo risorto per predicare (1 Cor 1,17), per rivelare ai Gentili il mistero di Cristo (Gal 1,16, Ef 3,8), ed è molto cosciente dell’onore che gli viene fatto: «Io infatti sono l’infimo degli apostoli, e non sono degno neppure di essere chiamato apostolo, perché ho perseguitato la Chiesa di Dio » (1 Cor 15,9). Per essere Apostolo, bisognava assolutamente essere inviati; il solo fatto di aver visto il Cristo risorto non bastava. In 1 Cor 15,5-7, Paolo oppone i «cinquecento fratelli» a «tutti gli apostoli» (questi ultimi, a loro volta, distinti dai dodici). La differenza tra questi due gruppi risiede nel fatto che i primi non sono stati incaricati di una missione.
Questa precisione semantica introduce la questione della Chiesa. Essendo Paolo stato mandato direttamente da Cristo, secondo la sua affermazione, può esistere una missione all’infuori della Chiesa? Notiamo nei differenti racconti della sua vocazione, tanto nelle epistole che negli Atti, che la Chiesa non è mai assente. Così Paolo ripete spesso che la sua missione non è un incarico ecclesiastico, ma un vero carisma divino. Constatiamo anche che è la mediazione della Chiesa che certifica l’autenticità della sua vocazione. Paolo va ad incontrare Pietro per non cadere nell’illusione di aver corso invano (Gal 2,2). In At 9,10-18, vediamo che l’invio in missione gli è manifestato da Anania e non direttamente da Cristo. La mediazione di Anania non aveva per scopo di presentargli una dottrina nuova, ma di aiutare Paolo a comprendere la sua investitura apostolica alla luce della tradizione ecclesiale. Ciò è confermato dai differenti rinvii alla tradizione ecclesiale nelle epistole di Paolo (1 Cor 11,2; 11,23; 15,1). Peraltro, Paolo avrà la costante preoccupazione di essere inviato da una comunità. Ciò si verifica all’inizio della sua opera missionaria, alla partenza da Antiochia (At 13,1-3), ma anche fino alla fine della sua vita. Paolo scriverà alla comunità di Roma, fra l’altro per chiedere il sostegno e il riconoscimento della sua missione (Rm 15,24). Non c’è nessuna contraddizione tra la sua missione e la tradizione ecclesiale.
La missione di Paolo
Abbiamo visto l’origine della missione e il suo senso per Paolo. Sviluppiamo adesso gli aspetti concreti di questa missione. Aveva una strategia? Come si muoveva? Come comunicava? Si tratta di domande che interessano direttamente ogni persona impegnata nell’annuncio del Vangelo.
Guidato dallo Spirito
Paolo si rivolge in prima istanza agli ebrei e poi ai pagani, ma sa che deve rivolgersi anche ai non ebrei. Paolo era missionario per entrambi i popoli (Rm 1,16). Il piano strategico di Paolo era semplice: voleva, in vista del compimento del suo incarico, annunciare ai pagani il Vangelo, particolarmente nei luoghi dove non era mai stato annunciato (Gal 2,7; Rm 15,14-21). Paolo andava di città in città passando per le principali strade romane, in Arabia, in Siria e Cilicia, a Cipro, in Asia Minore, in Macedonia e in Acaia e, come aveva previsto lui stesso, in Spagna. Paolo si rimette alla volontà di Dio per il suo percorso missionario. Anche se stabilisce dei progetti per i suoi viaggi, resta sensibile all’azione dello Spirito Santo e si lascia condurre da Lui (At 16,9), che spesso lo guida attraverso le persecuzioni. Queste sono la causa di numerosi spostamenti di Paolo, dal momento che lo spingono a fuggire: Antiochia (At 13,50-51); Iconio (14,5-6); Listra (14,19-20); Filippi (16,19-40); Tessalonica (17,5-9), Berea (17,13-14) ed Efeso (20,1).
La sinagoga, la piazza pubblica
La strategia di Paolo si è concentrata sui centri urbani, sui centri dell’amministrazione romana, di cultura greca e di presenza ebraica, affinché il Vangelo si diffondesse, partendo dalle comunità fondate in quei luoghi, nel resto del paese.
Quando l’Apostolo arriva in una città, il primo luogo dove si reca è la sinagoga, nel giorno dello shabbat, per partecipare al culto. Straniero, è invitato dalle autorità religiose a dare la sua interpretazione della Torah. È l’opportunità per lui di prendere la parola e annunciare Cristo risorto. Da un punto di vista strategico, i pagani che aderivano al Dio d’Israele, i «timorati di Dio», erano i migliori bersagli per un annuncio ai pagani. Annunciando il Vangelo nelle sinagoghe, queste persone rimanevano colpite da Paolo. Il riferimento alla sinagoga resta una costante nella vita di Paolo. Anche alla fine della sua vita, arrivando a Roma, invita gli ebrei a venire ad ascoltarlo (At 28).
Per quanto riguarda l’ambiente pagano, il racconto della predicazione sull’Agora di Atene (At 17,16-34) ci permette di ipotizzare che Paolo andasse abitualmente in quei luoghi della vita pubblica per predicare. Non esitava ad approfittare di tutte le opportunità possibili per annunciare il Vangelo di Cristo, persino in prigione (At 16,25-34), ciò che ci varrà un bellissimo racconto della conversione di un’intera famiglia.
Le case private
Un altro luogo essenziale per la missione è rappresentato dalle case private. La vita delle prime comunità cristiane è strettamente legata alla casa. Questa comprende al tempo stesso la famiglia e i suoi intimi (servitori, schiavi). Questo luogo è contemporaneamente il punto di riferimento, il luogo in cui la comunità si riunisce per l’assemblea domenicale, ma anche la base d’appoggio del missionario. Niente di nuovo per i credenti cresciuti nel giudaismo, dal momento che costoro hanno da sempre l’abitudine di riunirsi nei luoghi privati. La casa privata ha anche altri vantaggi. La celebrazione dell’Eucarestia era seguita o preceduta da un pasto comune. Questo luogo assicurava anche una certa discrezione, che sarebbe diventata presto necessaria per sfuggire alla persecuzione romana o all’odio della sinagoga.
È interessante notare che Paolo invita la sposa di un pagano a non lasciare il marito (1 Cor 7,13-14). Questo è tanto più interessante in quanto è noto che la casa era il luogo del culto familiare. Gli dei pagani avevano il loro altare. Il pater familias era assolutamente libero di recarsi nei templi pagani per pregare o esercitare una funzione sacerdotale. Era anche libero di frequentare regolarmente le case di prostituzione, un comportamento molto frequente allora. In numerose occasioni si assiste alla conversione di un’intera famiglia: le famiglie di Lidia e della guardia carceraria a Filippi (At 16,14-15.32-34), le famiglie di Crispo e di Stefana a Corinto (At 18,8; 1 Cor 1,16; 16,15). Gli studi architettonici mostrano che si poteva, secondo le dimensioni della casa, accogliere tra 20 e 100 persone.
Gli ascoltatori di Paolo
Paolo si rivolgeva a tutti gli strati della società. Se i corinzi erano persone di condizione sociale molto bassa, e se i nomi indicati in Rm 16 rinviano anch’essi a una condizione sociale semplice, Luca riporta a più riprese che Paolo è stato in contatto con persone che appartengono agli strati superiori della società: Lidia, la commerciante di porpora, ma anche alcune donne della buona società a Tessalonica e in Berea (At 17,4.12), così come molti asiarchi (At 19,31). Questi ultimi sono descritti come amici di Paolo. È probabile dunque che siano il frutto della sua predicazione. At 13,7 ci riporta l’esempio di Sergio Paolo, proconsole a Pafo.
L’incontro con il proconsole Festo e con il re Agrippa è interessante, perché ci mostra Paolo che si rivolge a dei personaggi in cima alla scala sociale. Di fronte a Festo che lo accusa di essere pazzo, Paolo risponde facendo appello al re Agrippa che crede ai profeti (At 26,27), e conclude esprimendo il desiderio che, presto o tardi, tutti gli ascoltatori diventino simili a lui, ovvero credenti (At 26,29). Questo passaggio da un’arringa a un discorso missionario mostra non solo il coraggio di Paolo, ma anche che la missione è sempre possibile tra gli ebrei.
Secondo 2 Tm 4,16-17, Paolo ha proclamato il Vangelo anche durante il suo processo romano: «Nella mia prima difesa in tribunale nessuno mi ha assistito; tutti mi hanno abbandonato. Non se ne tenga conto contro di loro. Il Signore però mi è stato vicino e mi ha dato forza, perché per mio mezzo si compisse la proclamazione del messaggio e potessero sentirlo tutti i Gentili: e così fui liberato dalla bocca del leone».
Questi contatti e le conversioni in questi ambienti permettono di ottenere appoggi politici, ma anche di avere accesso a luoghi sufficientemente vasti dove ritrovarsi, e costituisce una prova del fatto che il Vangelo tocca tutti gli strati della società. Tuttavia, in questi testi niente indica che Paolo avesse una strategia specifica per questi ambienti.
Durata delle missioni cittadine
Una lettura un po’ rapida degli Atti degli Apostoli o delle lettere paoline potrebbe dare l’impressione che Paolo passasse di città in città senza attardarsi molto. Al contrario. Le sue missioni si prolungavano per parecchi mesi o parecchi anni. Per la missione in Siria (Antiochia) At 11,26 parla di un anno. La missione in Macedonia e Acaia dura tre anni, dal 49 al 51. Paolo fonda allora almeno quattro comunità: Filippi, Tessalonica, Berea e Corinto. Paolo passa un anno e mezzo (At 18,11) a Corinto (da febbraio-marzo 50 al settembre 52). La missione dell’Asia, tra il 52 e il 55, si concentra ad Efeso, dove Paolo lavora per tre anni (At 20,31): insegna tre mesi nella sinagoga (At 19,8), due anni nella scuola di Tiranno, e ancora un tempo supplementare non precisato (At 19,22). Il missionario sa di dover passare del tempo con le persone per trasmettere loro la fede.
Come comunica Paolo?
La fecondità dell’Apostolo potrebbe renderci invidiosi! Una lettura approfondita delle sue epistole e degli Atti degli Apostoli ci rivela la ragione di questo straordinario destino. L’Apostolo, l’abbiamo visto, è un vaso di argilla, fragile e debole. Ma è abitato dalla potenza di Dio, dallo Spirito Santo. Questa azione dello Spirito, Paolo cerca con tutti i mezzi di facilitarla. Sarà il primo punto che presenteremo. Paolo fa tutto per il Vangelo e per mezzo del Vangelo. Questo annuncio del Vangelo viene fatto essenzialmente attraverso due mezzi: la predicazione e l’esercizio dei carismi.
Tutto per il Vangelo e tramite il Vangelo
La condizione primaria per l’esercizio della missione, secondo l’Apostolo, è la coerenza di vita. La sua stessa vita deve essere una proclamazione del Vangelo. Egli non deve in nessun modo costituire un ostacolo a questa proclamazione. Paolo esprime questo concetto attraverso un aspetto particolare. Non vuole essere a carico delle comunità che visita e alle quali annuncia il Vangelo, ma allo stesso tempo riconosce al predicatore il diritto di vivere della sua predicazione. 1 Cor 9 ci presenta una riflessione molto bella dell’Apostolo su questo punto. Questi infatti rifiuta, pur avendo diritto a godere del frutto del suo lavoro, di approfittare della sua responsabilità. La ragione fondamentale è questa: «tutto sopportiamo per non recare intralcio al vangelo di Cristo» (1 Cor 9,12). Questa scelta di Paolo è presentata in effetti come una necessità. Egli è consapevole che annunciare il Vangelo è un incarico che gli è stato affidato: «Guai a me se non predicassi il vangelo! » (1 Cor 9,16). L’iniziativa non spetta a lui. La sua ricompensa risiede nel fatto stesso di annunciare gratuitamente il Vangelo. Per questo si fa tutto a tutti!
La sola comunità da cui accetterà un sostegno finanziario diretto è quella di Filippi. Mentre Paolo era in prigione, questa comunità gli fa avere un dono molto necessario in quel periodo di sconforto in cui il lavoro gli era impossibile. I prigionieri spesso non mangiavano che quello che le loro famiglie e gli amici portavano loro! Incarcerato, Paolo non poteva continuare a fabbricare tende.
La predicazione
Paolo è un maestro di predicazione. Una lettura veloce delle sue lettere potrebbe farci pensare che parlasse direttamente, senza una preparazione particolare, «ispirato» dallo Spirito, dunque in contrasto con i retori sofisti dell’epoca, dai discorsi ampollosi e spesso molto vuoti. Proprio al contrario. 1 Cor 2,1-5 ci rivela i meccanismi fondamentali della sua predicazione. Certo, Paolo si oppone a questa retorica vuota, in cerca di una brillante visibilità, molto in voga in quell’epoca, ma viene da una buona scuola e sa bene quale efficacia dà a un discorso una buona applicazione delle regole fondamentali della retorica greca. Egli colloca queste conoscenze al servizio del Vangelo. Questo passaggio di 1 Cor 2 ci dà un insegnamento prezioso che conviene esaminare con attenzione.
Sotto una critica apparente dell’arte del discorso, Paolo sviluppa una teologia della predicazione. L’Apostolo ricorda innanzitutto che la sua missione è la proclamazione di Gesù come messia, ma un messia crocifisso. Questa proclamazione della morte del Signore è centrale. Coloro che partecipano alla mensa del Signore proclamano la sua morte (1 Cor 11,26), la parola di Dio è proclamata nelle sinagoghe (At 13,5). Egli dice alla Chiesa di Roma che la fama della loro fede si espande in tutto il mondo (Rm 1,8). L’aspetto che viene sottolineato è la presentazione nel campo pubblico. Non la si deve comprendere necessariamente come una proclamazione in pubblico, in ambienti o in edifici pubblici. Questo avrebbe costretto Paolo ad assumere lo statuto di oratore pubblico, il che avrebbe danneggiato la sua posizione a Corinto. Ma la proclamazione resta pubblica, vale a dire che non comunica un insegnamento esoterico ad un gruppo di iniziati, bensì racconta avvenimenti a tutti quelli che lo vogliono ascoltare.
Paolo rifiuta di adoperare, come fanno i retori dell’epoca, ciò che piace all’uditorio ma che impedirebbe loro di comprendere il Vangelo. Rinuncia a predicare al fine di ottenere un effetto, nel senso di fare una sorta di sfilata davanti a un uditorio che è stato sedotto. Questa proclamazione è l’annuncio del mistero della Croce. Non vuole conoscere altro che il Cristo crocifisso. È qui tutto il contenuto del suo messaggio, il resto è solamente commento. Egli stesso incarna questa realtà. Il Cristo crocifisso vive in lui (Gal 2,20).
Afferma di aver predicato tutto timoroso e tremante, la qual cosa non manca di sorprenderci, tanto la sua forza di carattere traspare nelle sue lettere. In effetti, questi due termini formano un’espressione particolare che viene dall’Antico Testamento. È adoperata abitualmente per designare l’atteggiamento di colui che si trova ad affrontare un nemico ostile o un assalto mortale (Es 15,16; Dt 2,25; Gdt 2,28; Sal 54,6; Is 19,16). La predicazione è un combattimento. Questa debolezza in mezzo ai corinzi non era dunque una malattia qualsiasi. È il contesto in cui si rivela la potenza di Dio. Questo si verifica in 1 Cor 1,27-29 e in 2 Cor 12,9 (« ti basta la mia grazia»). Questo atteggiamento contrasta totalmente con l’atteggiamento molto fiducioso dei sofisti. Paolo non è precisamente un oratore che viene a divertire le folle.
Questa coscienza del carattere particolare della predicazione viene esplicitata nei versetti 4 e 5 attraverso un insieme di giochi di parole molto fini. Molti dei termini adoperati da Paolo hanno un doppio senso che le nostre traduzioni sono incapaci di rendere. Utilizza parole che hanno un senso nel vocabolario religioso, ma anche un senso tecnico nella retorica. Lo Spirito Santo è presentato come colui che persuade i cuori. Questa frase attribuisce allo Spirito Santo il potere di persuasione. È Lui il retore! Il risultato di questa “dimostrazione” (termine tecnico della retorica) non è una semplice prova, una convinzione, bensì la fede, e tutti questi concetti vengono espressi attraverso la stessa parola greca che viene tradotta con “fede” nelle nostre bibbie! L’ironia è grande. La potenza dello Spirito contrasta con la debolezza di Paolo e il potere dimostrativo dello Spirito contrasta con il potere persuasivo di parole che appartengono alla saggezza umana.
Al di là del contesto storico che determina in parte il discorso dell’Apostolo, possiamo mettere in rilievo alcuni elementi importanti per l’annuncio del Vangelo. Il messaggio è centrato sul mistero della Croce, vale a dire sulla salvezza. Il mezzo deve essere subordinato al suo contenuto, o meglio, deve favorirne la visibilità. Il frutto dell’annuncio è la fede, non una forma di persuasione. La fede in Paolo è caratterizzata dall’ubbidienza (cf. Rm 1,18). È adesione alla persona e alla parola di Cristo. Questa è il frutto dell’azione dello Spirito Santo che si rivela come il vero locutore, al di là della persona del missionario. Questi ha il dovere di agire con “timore e tremore”. Questo significa, al tempo stesso, che si tratta di una situazione precaria, di un combattimento, ma anche che deve essere cosciente che si tratta di un’azione divina. Si tiene in presenza di Dio. L’opera missionaria, dunque, è un’opera eminentemente teologale. La finezza della composizione del passaggio che sa utilizzare tutti gli artifici della retorica mostra che ciò non vuol dire povertà di linguaggio o ingenuità, bensì il contrario. Tutti i mezzi offerti dal linguaggio per trasmettere questo messaggio vengono utilizzati.
I carismi e i miracoli
La questione dei carismi e dei miracoli non deve essere né sottovalutata né sopravvalutata. Gli Atti degli Apostoli ci permettono di prendere coscienza che i miracoli non sono la principale causa dell’evangelizzazione, anche se talvolta vi contribuiscono attivamente. Quando le folle si convertono, ciò non è dovuto ai miracoli, ma in primo luogo alla parola della predicazione. Capita anche che certi miracoli non siano compresi e diventino fonte di confusione. Basti ricordare la guarigione di un paralitico a Listra in At 14. Gli abitanti della città avevano pensato, in un primo momento, che Paolo e Barnaba fossero gli dei Zeus ed Ermes! Subito dopo questo avvenimento, ci viene riferito che Paolo viene lapidato, in seguito al fatto che la folla era stata aizzata da un gruppo di ebrei provenienti da Iconio e da Antiochia (At 14,19). In At 16,18, la liberazione dello schiavo posseduto da uno spirito di divinazione causa la collera dei suoi padroni, che vivevano di questo suo “dono”. Infine, in At 28, Paolo, morso da una vipera, non muore. I testimoni non si convertono, ma si guardano l’un l’altro come per dire che Paolo era un dio (anche loro!).
Tuttavia, i miracoli e i carismi non devono essere sottovalutati e considerati come inesistenti o inutili. Tutta la storia dell’annuncio del Vangelo è costellata di questi doni dello Spirito Santo che, in una forma ordinaria o straordinaria, portano i non credenti alla fede. Per convincersene, basterà leggere il discorso sui carismi in 1 Cor 12-14. La parola profetica, la parola ispirata pronunziata nell’assemblea riunita in preghiera, è causa diretta della conversione del non credente.
Paolo, nelle sue lettere, parla poco dei miracoli, con l’eccezione di questo discorso sui carismi in 1 Cor 12-14 e probabilmente in 1 Cor 2,4, dove rievoca una dimostrazione della potenza dello Spirito, una possibile allusione ai miracoli. Sono unicamente gli Atti degli Apostoli che attestano la loro realtà. Ora, bisogna riconoscere che questi, anche se sono talvolta mal compresi dai testimoni, sono molto spesso la fonte di conversioni. La guarigione del paralitico di Lidda e la risurrezione di Tabità a Giaffa (At 9,32-43), la liberazione miracolosa di Paolo e Sila (At 16,25-34). At 14,3 risulta particolarmente interessante. Paolo e Barnaba evangelizzano Iconio. Viene detto che essi «parlavano fiduciosi nel Signore, che rendeva testimonianza alla predicazione della sua grazia e concedeva che per mano loro si operassero segni e prodigi».
Conclusione
Paolo è stato considerato, a torto, come il fondatore del cristianesimo, in quanto la sua opera missionaria ha fortemente caratterizzato il primo sviluppo della fede. Non è senza ragione, dunque, che può essere presentato come il modello per eccellenza di ogni missionario. La caratteristica principale da imitare in lui è certamente il suo legame con Cristo: «ciò che conta è porre al centro della propria vita Gesù Cristo, sicché la nostra identità sia contrassegnata essenzialmente dall’incontro, dalla comunione con Cristo e con la sua Parola» (Benedetto XVI, Udienza del 25 ottobre 2006).
La seconda caratteristica è la sua visione della missione come opera dello Spirito Santo, in concomitanza con la coscienza della sua povertà personale. L’Apostolo deve essere unito a Cristo, ma a Cristo crocifisso. La forza dell’Apostolo è la sua debolezza, che permette allo Spirito Santo di dispiegare tutta la sua potenza. Questa disponibilità nei confronti dello Spirito è la condizione della fecondità apostolica.
La terza caratteristica importante è la sua percezione del carattere universale della salvezza. Paolo è l’uomo dell’universalità. In un mondo segnato dalle divisioni e dalle barriere tra i popoli e le culture, ha compreso che il messaggio di Cristo era destinato ad ogni uomo indipendentemente dalla sua appartenenza culturale o religiosa, dalla sua nazionalità, dalla sua condizione sociale. Ha compreso che « Dio è il Dio di tutti » (Benedetto XVI, Udienza del 25 ottobre 2006).
Infine, la centralità della Chiesa, Corpo di Cristo, è indubbiamente l’ultima lezione da trarre da questo esempio. Paolo ha sempre considerato di dover compiere la sua missione nella Chiesa e attraverso la Chiesa. Si tratta di lavorare all’edificazione del corpo di Cristo. Quindi, è inconcepibile per lui andare a predicare senza essere inviato dalla Chiesa. Che si tratti del suo incontro con Pietro, per essere certo di non aver corso invano, o della sua richiesta di sostegno alla comunità di Roma, Paolo sa che ogni opera missionaria deve essere il frutto di un legame vivo con la Chiesa.
Appendice
L’insegnamento di Papa Benedetto XVI sull’Apostolo San Paolo
Papa Benedetto XVI ha richiamato o presentato a più riprese la figura dell’Apostolo delle Nazioni durante il suo Pontificato. Fin dall’inizio, il 25 aprile 2005, il Santo Padre ha voluto recarsi sul sepolcro di San Paolo per « ravvivare nella fede questa “grazia dell’apostolato”».
L’ Apostolo è compreso innanzitutto come colui che, per eccellenza, ha lavorato nell’annunciare il Vangelo alle nazioni. Se il primo compito della Chiesa è la missione, il successore di Pietro voleva cominciare il suo ministero con un pellegrinaggio« alle radici della missione» . (Visita alla Basilica di San Paolo fuori le mura, 25 aprile 2005)
Il Papa farà spesso riferimento alla figura di Paolo in occasione della festa dei Santi Apostoli Pietro e Paolo e in occasione della celebrazione dei vespri nella solennità della Conversione dell’Apostolo Paolo a San Paolo fuori le Mura, a conclusione della Settimana di preghiera per l’unità dei Cristiani. Svilupperà più particolarmente la figura e la teologia dell’Apostolo durante le udienza pubbliche del mercoledì, nei giorni 25 ottobre, 8, 15 e 22 novembre 2006, ed infine, all’epoca dell’annuncio dell’Anno Paolino, lo presenterà come modello da contemplare ed imitare.
La persona di Paolo è al cuore della contemplazione del Santo Padre. Egli sottolinea la radicalità dell’incontro con Cristo e come la rivelazione sulla via di Damasco costituisca la fonte di tutta la teologia dell’Apostolo. « Paolo comprese in un istante ciò che avrebbe espresso poi nei suoi scritti, che la Chiesa forma un corpo unico di cui Cristo è il Capo. Così, da persecutore dei cristiani diventò l’Apostolo delle genti» (Celebrazione dei Vespri nella Basilica di San Paolo, 25 gennaio 2006).
Papa Benedetto XVI sottolinea la coscienza apostolica di Paolo. Egli sa di essere stato inviato in seguito ad una scelta divina. Questa scelta divina, manifestazione del suo amore misericordioso per l’Apostolo, è la ragione del coinvolgimento personale di Paolo nella sua missione. Questo dono di sé è la principale causa della fecondità del suo apostolato (Celebrazione dei primi Vespri, 28 giugno 2007). La vita dell’Apostolo Paolo, di cui il Santo Padre descrive le grandi tappe nell’udienza pubblica del 25 ottobre 2006, si distingue per la centralità della persona di Cristo in essa e per il respiro universale che caratterizza l’apostolato di Paolo. Così egli ha potuto affrontare le numerose difficoltà dei suoi viaggi, perché ardeva d’amore da Cristo e per Cristo (2 Cor 5,14-15). Il martirio appare allora come una conseguenza logica, l’espressione estrema di un amore totale che conduce all’identificazione con il Divino Maestro, anche nella morte.
Il messaggio di Paolo, secondo il Santo Padre, si distingue per il suo cristocentrismo (udienza dell’8 novembre), per l’azione dello Spirito Santo (udienza del 15 novembre), nel cuore del battezzato e attraverso la teologia della Chiesa (udienza del 22 novembre 2006).
Cristo giustifica l’uomo accogliendolo « dalla giustizia misericordiosa di Dio» ed entrando in una comunione profonda con lui grazie al perdono dei peccati. È l’esperienza fondamentale vissuta all’epoca della conversione dell’Apostolo. L’uomo è dunque giustificato dalla fede. La seconda componente che illustra questo cristocentrismo è l’identità cristiana definita come « questo non cercarsi da sé, ma riceversi da Cristo e donarsi con Cristo, e così partecipare personalmente alla vicenda di Cristo stesso».6
La vita dell’Apostolo diventa una manifestazione della vita di Cristo. Ciò si realizza in noi per la vita dello Spirito Santo, che Paolo descrive come Spirito di Cristo. San Paolo analizza l’azione dello Spirito nella vita del cristiano: sul suo agire e sul suo essere (Udienza generale, 15 novembre 2006). La filiazione divina, frutto della presenza dello Spirito nel battezzato, appare, secondo Papa Benedetto XVI, come il primo e principale frutto dello Spirito: ci permette di rivolgerci a Dio chiamandolo Padre. È la presenza dell’amore divino in noi. Costituisce il pegno dell’eredità futura.
La Chiesa è dunque l’ultimo capitolo della meditazione del Santo Padre sulla figura dell’Apostolo Paolo. Questa « si convertì, nel contempo, a Cristo e alla Chiesa» (Udienza generale, 22 novembre 2006). Con ragione, dunque, la Chiesa si ritrova poi in tutta la vita dell’Apostolo. Le differenti comunità ecclesiali sono per lui fonti di gioie e di pene. Egli è come un padre o una madre nei loro confronti. È il corpo di Cristo, realtà ricevuta nel corpo eucaristico (1 Cor 10,17). Le esortazioni di San Paolo a favore dell’unità e della carità sono il frutto immediato della sua visione teologica. La Chiesa è il luogo della comunione con Dio e tra gli uomini. È l’assemblea di coloro che invocano il nome del Signore Gesù Cristo.
L’insegnamento del Santo Padre Benedetto XVI sulla figura dell’Apostolo realizza dunque una sintesi che permette a chi vuole entrare nell’insegnamento di San Paolo di ritrovarsi faccia con un autore del quale lo stesso San Pietro dirà che non è facile da comprendere. Potrebbe quindi essere un’eccellente porta di entrata per poi analizzare le lettere dell’Apostolo.
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Dossier a cura di P. Jean Baptiste Edart - Agenzia Fides 28/6/2008; Direttore Luca de Mata
Il primato dell’apostolo nell’epilogo al vangelo di san Giovanni
di vittorio Lanzani
Riguardo agli ultimi eventi della vita di Cristo, i ricordi personali di Giovanni l’evangelista, “il discepolo che Gesù amava” (Giovanni, 13, 23), si fanno più intensi e richiamano diverse volte in parallelo la figura di Pietro, quasi a voler stabilire un confronto dei due nei riguardi del Maestro. Il “Prediletto”, l’apostolo superstite, amato e venerato dalle comunità dell’Asia Minore, attesta apertamente la sua privilegiata vicinanza e il suo spirituale intuito verso la persona di Cristo, come un dono speciale che il Maestro gli aveva riservato.
Tutto ciò è messo in luce in alcuni momenti particolari. Nell’ultima cena, Giovanni si fa interprete di Pietro e si rivolge al Signore “reclinandosi così sul petto di Gesù” per domandargli chi fosse il traditore (Giovanni, 13, 35). È ancora Giovanni a far entrare Pietro nel cortile del sommo sacerdote (Giovanni, 18, 16), dove poi il primo degli apostoli negherà di conoscere Gesù. È lui, il discepolo prediletto, che sta con Maria sotto la croce di Gesù e lo vede spirare e osserva il soldato trafiggere il suo cuore, mentre Pietro è distante dall’evento (Giovanni, 19, 24-25 e 34-35). Inoltre il mattino di Pasqua, Pietro e Giovanni “tutti e due correvano insieme” al sepolcro (Giovanni, 20, 4). Il discepolo prediletto corre più veloce e arriva primo, ma lascia entrare Pietro. Tuttavia è sempre lui “che vide e credette” (Giovanni, 20, 9).
Nell’ultimo tratto di vangelo, il capitolo 21, ritenuto dai più come completamento maturo dell’evangelista o della sua cerchia, ormai sul finire del primo secolo, viene presentato un raffronto decisivo tra Pietro e Giovanni, alla luce della presenza gloriosa del Risorto, che sta per lasciare questa terra e guarda al futuro del suo “piccolo gregge”.
Dopo la risurrezione di Gesù, durante la pesca notturna e infruttuosa sul lago di Galilea, è ancora il discepolo prediletto a intuire nella luce dell’alba la presenza del Signore sulla riva: “È il Signore!”. A questa voce Pietro si getta in acqua per andare verso Gesù (Giovanni, 21, 7).
Nell’incontro che segue Cristo chiede a Pietro per ben tre volte un amore incondizionato e l’apostolo risponde altrettante volte: “amo te”. Dopo ogni dichiarazione, Cristo affida a Pietro la missione di pascere il “suo” gregge (Giovanni, 21, 25-17). viene dunque espressa nei confronti di Pietro una parola unica e decisiva. A Pietro è donato un “primato” e un carisma singolare dal Cristo stesso: quello di “pascere il suo gregge, le sue pecorelle”. Tutta la comunità giovannea riconosce e manifesta chiaramente il dono conferito unicamente a Pietro, la missione particolare verso tutto il gregge. Non solo, ma la pagina evangelica attesta anche la sequela perfetta dei due apostoli fino alla morte. A Pietro viene detto: “Con quale morte egli avrebbe glorificato Dio” (Giovanni, 21, 19). E anche di Giovanni si attesta implicitamente la fine: “Gesù non gli disse che non sarebbe morto” (Giovanni, 21, 23).
È significativo che l’evangelista Giovanni ricordi da parte di Gesù non solo la predizione del tradimento di Pietro, ma anche la promessa che l’apostolo lo avrebbe seguito più tardi, dicendogli: “Dove io vado, per ora tu non puoi seguirmi; mi seguirai più tardi” (Giovanni, 13, 36). Questo tema della sequela finale di Pietro viene sviluppato e chiarito proprio nel capitolo finale del quarto vangelo.
Già sant’Agostino, dal punto di vista della comprensione teologica di quest’ultimo capitolo giovanneo, introduceva il suo commento, proprio a partire dal racconto della pesca prodigiosa, sottolineando l’importanza dei misteri ancora da scoprire e riservati dall’apostolo alla pagina finale: “È un grande mistero questo (magnum sacramentum) nel grande vangelo di Giovanni e per metterlo maggiormente in risalto, l’evangelista lo ha collocato alla conclusione” (In Ioannem, Omelia 122, 6).
Le parole dell’evangelista Giovanni riguardanti il martirio dell’apostolo Pietro, che vogliamo direttamente rileggere, hanno la freschezza e la purezza dell’acqua che si beve alla fonte, che è quella del Vangelo. Parole che, riascoltate nel territorio Vaticano dove l’apostolo morì e ancor più nella Basilica che ne custodisce la venerata tomba, hanno la capacità di annullare la distanza dei secoli e di farci sentire viva e reale la voce di Cristo che parla al suo apostolo. Questo testo costituisce in assoluto la prioritaria testimonianza del martirio di Pietro a circa trent’anni dall’avvenimento stesso. Diciamo “prioritaria”, in quanto sono radicate nella predizione stessa del Cristo.
Infatti, se consideriamo la tipologia delle parole di Gesù sulle rive del lago di Galilea, dopo la risurrezione, esse suonano anzitutto come una predizione o profezia nei confronti di Pietro, ed è generalmente in questa linea che vengono citate e ricordate. Ma esse diventano anche, nel tempo in cui vengono fissate per iscritto nella pagina evangelica, la prima attestazione post factum, forse il primo ricordo a noi pervenuto e una anamnesi della immolazione di Pietro per Cristo, perché questo martirio era divenuto ormai un fatto acquisito dalle primitive comunità cristiane, sia di Oriente che di Occidente. La notizia può essere all’incirca coeva con il ricordo di Pietro e Paolo nella Lettera ai Corinzi di Clemente Romano.
Si noti anzitutto la modalità delle parole di Cristo. Egli si rivolge a Pietro con il tono di un solenne ed importante enunciato, che viene a concludere la triplice affermazione di amore dell’apostolo nei suoi confronti. L’oracolo o lògos di Cristo, è introdotto dalla singolare formula dichiarativa rivolta personalmente all’Apostolo: “In verità, in verità ti dico”; formula che si riscontra sulle labbra di Gesù per affermare alcuni particolari messaggi di rivelazione. Si tratta dunque per Pietro di un annuncio veritiero e di capitale importanza per la sua vita e per la sua futura missione nei riguardi del gregge che Cristo stesso gli affidava da quel momento.
A questa predizione di Gesù fa riferimento anche l’autore della seconda Lettera di Pietro, tramandando parole specifiche dell’apostolo, oppure, se considerata di redazione più tarda, appoggiandosi forse direttamente a questo passo giovanneo. Dice Pietro: “Io credo giusto, finché sono in questa tenda del corpo, di tenervi desti con le mie esortazioni, sapendo che presto dovrò lasciare questa mia tenda, come mi ha fatto intendere anche il Signore nostro Gesù Cristo” (2 Pietro, 1, 13-14). Parole che hanno un parallelo e una sorprendente analogia con quelle scritte in precedenza da Paolo al discepolo Timoteo, proprio da Roma, poco tempo prima del suo martirio: “Quanto a me, il mio sangue sta ormai per essere sparso in libagione ed è giunto il momento di sciogliere le vele (…). Ora mi resta solo la corona di giustizia che il Signore, giusto giudice, mi consegnerà in quel giorno” (2 Timoteo, 4, 6. 8).
Quanto alla testimonianza dell’apostolo Giovanni nei riguardi di Pietro, si può in particolare affermare che quando venne redatto il testo, a tutti erano noti i tre dati enunciati in modo quasi lapidario nel passo evangelico e che divennero, con l’apporto di altre successive notizie di altre fonti, patrimonio della tradizione cristiana.
La predizione allude ad una scena di coercizione, quasi in contrasto con il gesto sereno e vigoroso di Pietro sulla barca, che appena udì da Giovanni: “È il Signore!”, prontamente “si cinse ai fianchi l’indumento e si gettò in mare” (Giovanni, 21, 7) per andare incontro a Gesù. Ed è forse da questo gesto immediato e rispettoso nei riguardi del Signore, che Gesù stesso passa per allegoria ad una immagine capovolta, mediante un verbo che indica cingere, legare attorno alla vita e quindi dire a Pietro: “Quando eri più giovane ti cingevi da solo e andavi dove volevi, ma quando sarai vecchio un altro ti cingerà i fianchi e ti porterà dove tu non vuoi” (Giovanni, 21, 18). L’allegoria di Cristo non allude semplicemente al vestirsi di un giovane e all’essere vestito di un anziano, ma tutto si gioca sul rapporto di significato tra “cingersi” ed “essere cinto”, ovvero legato da un altro.
Questo “altro”, che rimane un personaggio indefinito, manifesta subito la fisionomia non di un amico, ma di un avversario, di un persecutore che agisce contro Pietro con mezzi coercitivi. Dietro questo misterioso “altro” della predizione di Gesù, l’evangelista e le primitive comunità cristiane sanno in realtà chi era nascosto: si tratta di un uomo di potere, che ha dato ordine di “cingere”, cioè di catturare e mandare a morte Pietro. L’avversario per antonomasia delle comunità cristiane delle origini è uno solo e i primi scritti apocalittici o apologetici coevi lo ricordano spesso. Se leggiamo innanzitutto questo brano nel contesto e nel solco coevo dell’Apocalisse giovannea, non è difficile ravvisare o trovare un accostamento con la figura nefasta di una persona, con funzione collettiva, che viene stigmatizzata per aver perseguitato i testimoni di Gesù: persona simboleggiata dalla immagine della “bestia che sale dalla terra” (Apocalisse, 13, 11), la bestia che porta la donna meretrice (Roma) “ebbra del sangue dei santi e dei martiri di Gesù” (Giovanni, 17, 6) e che porta un nome o un numero che la identifica (Apocalisse, 13, 17), per cui il veggente ammonisce: “Qui sta la sapienza. Chi ha intelligenza calcoli il numero della bestia: essa rappresenta un nome d’uomo. E tal cifra è seicentosessantasei” (Apocalisse, 13, 18).
Già i commentatori antichi, tra i quali sant’Ireneo di Lione, che a sua volta si richiama ad altri precedenti, non tardarono a decifrare in essa un nome iniquo, un nefasto anticristo. Il tentativo di decifrazione appassionata dell’enigma del numero 666 è continuato ed altri ricercatori più recenti sono sfociati nella suggestiva ipotesi del nome di Nerone imperatore. vi sarebbe dunque criptato da lettere dell’alfabeto ebraico Neron Qesar (njrwn qjsr), colui che per primo perseguitò in modo grandioso e ufficiale i cristiani. D’altra parte la valutazione e il giudizio espressi dall’Apocalisse nei confronti del potere imperiale romano sono di condanna e visti in chiave anticristiana.
Clemente Romano, attorno al 96-97, pur non nominando l’autore della persecuzione, testimonia con un ricordo forse personale, che Pietro e Paolo furono “generosi atleti a noi più vicini e della nostra generazione”. Perciò invita: “Teniamo davanti ai nostri occhi i valorosi apostoli”. Essi furono “le colonne più grandi e più sante della Chiesa, che hanno sofferto la persecuzione e hanno combattuto sino alla morte”. E ciò - egli dice - è “avvenuto tra noi”, cioè a Roma. “A questi uomini, maestri di santità, fu aggregata una moltitudine grandissima di eletti” (Lettera ai Corinzi, capitoli 5 e 6, 1).
La testimonianza di Clemente è comprovata e completata, per altro verso, dallo storico romano Tacito che parla pure di una stragrande moltitudine (multitudo ingens) di cristiani torturati e mandati a morte e ne contestualizza i fatti: persecutore è l’imperatore Nerone; la comunità cristiana diventa il capro espiatorio per l’incendio di Roma del 19 luglio 64: “Per questo motivo Nerone presentò dei responsabili e diede ai supplizi più raffinati uomini odiosi per i loro crimini, che il volgo denominava “cristiani”. Colui dal quale prendevano il nome, un certo Cristo, era stato giustiziato sotto Tiberio dal procuratore Ponzio Pilato. Dapprima repressa, questa esecrabile superstizione di nuovo irrompeva non soltanto in Giudea, culla di questo flagello, ma anche a Roma, dove confluisce e rigurgita quanto c’è altrove di più atroce e vergognoso. Furono arrestati dapprima quelli che confessavano d’essere cristiani, poi, sulla loro deposizione, un’ingente moltitudine, accusata non più per il crimine dell’incendio quanto per il loro odio del genere umano”. Pertanto la sincronia delle primissime fonti cristiane e pagane tra primo e secondo secolo attesta, anche a memoria d’uomo, il martirio degli apostoli Pietro e Paolo durante la grande persecuzione di Nerone e riguardo a Pietro in particolare viene ricordato il genere di morte detto da Gesù: “tenderai le tue mani”. E Tertulliano, alla fine del secondo secolo, sintetizza in questo modo la tradizione precedente: “Leggiamo le vite dei Cesari: per primo Nerone perseguitò la fede nascente a Roma. Fu proprio allora che Pietro viene legato da un altro, quando viene fissato alla croce” (Scorpiace, xv, 4).
“Ti condurrà dove tu non vuoi”. viene qui accennato a Pietro un luogo misterioso e indefinito. A Cristo che proferiva queste parole era già palese questo “dove”, come il luogo culmine della missione di Pietro. E viene spontaneo il raffronto con la profezia più esplicita rivolta da Gesù a Paolo nella notte, indicandogli il traguardo della sua missione: “Coraggio! (…) È necessario che tu mi renda testimonianza anche a Roma” (Atti, 23, 11).
Che non si tratti per Pietro di un semplice riferimento allegorico alla morte, è confermato dallo stesso avverbio di luogo “dove” e dal verbo “condurre”. Nella divina preveggenza di Cristo era già presente questa Roma e in particolare questo agro Vaticano verso il quale Pietro doveva essere condotto. D’altra parte ai lettori dell’ultimo vangelo questo “dove” era conosciuto e in particolare il luogo in cui l’apostolo “roccia della Chiesa” offrì la sua vita e venne sepolto fu certamente custodito con venerazione fin dalla prima generazione cristiana.
Si aggiunga che la memoria degli horti Vaticani e del circo, come luoghi di esecuzione e di tortura di numerosi cristiani della prima generazione romana, era nel ricordo collettivo e lo storico Tacito la conferma con la narrazione scritta: “Nerone aveva offerto i suoi giardini (hortos suos) per lo spettacolo e vi aveva organizzato giochi circensi, mescolandosi alla folla in abito di auriga o guidando un carro da corsa” (Annales, xv, 44). A questi dati topografici segue ben presto il ricordo sicuro della tomba di Pietro in questo luogo, nella famosa notizia del presbitero Gaio: “Io posso mostrarti i sepolcri degli apostoli. Se vorrai recarti al Vaticano o sulla via Ostiense troverai i trofei dei fondatori di questa Chiesa” (in Eusebio, Storia Ecclesiatica, l. II, c. 25, 7). Al riguardo, persino l’imperatore Giuliano l’Apostata, volendo negare in modo subdolo, nella sua opera Contro i Galilei, la divinità di Gesù a partire dagli stessi Vangeli, accenna anche alla primitiva venerazione delle tombe di Pietro e di Paolo, in questo modo: “Quel Gesù non osarono chiamarlo Dio, né Paolo, né Matteo, né Luca e neanche Marco. Ma quel buon Giovanni fu il primo a osare una simile attribuzione, perché aveva sentito che una moltitudine nella maggior parte delle città della Grecia e dell’Italia era già stata contagiata da questo morbo [la fede], e perché gli era giunta voce, come credo, che anche i sepolcri di Pietro e di Paolo, seppure in modo clandestino, erano però venerati” (in Cirillo di Alessandria, Adversus Iulianum, Patrologia Graeca, 76, 1003-1004). L’affermazione teologica priva di ogni fondamento viene confutata da san Cirillo, ma il ricordo continuo della venerazione delle tombe dei due apostoli mostra quanto profonde fossero le radici del loro culto tra i cristiani di Roma e delle altre Chiese, come lascia supporre la testimonianza stessa che l’evangelista Giovanni rende alla morte di Pietro.
Ma cos’era questo luogo, quando Cristo disse a Pietro: “Dove tu non vuoi” e quando Pietro “stese le mani” sulla croce? Il paesaggio Vaticano di allora può essere tratteggiato da reminiscenze degli autori pagani, come una zona rurale oltre Tevere, fuori dall’Urbe, con le sue alture o colli - montes Vaticani -, un poco selvaggia e inadatta alle coltivazioni e anche malsana nella zona digradante verso il fiume. Tito Livio cita una zona ubi sunt navalia (Historiae, IIi, 26, 8), dove si allagava con l’acqua del Tevere per i giochi navali, forse il luogo detto in seguito per lungo tempo Naumachia - dove sono gli odierni Borghi. Cicerone riferisce che Giulio Cesare aveva in animo l’ambizioso progetto di deviare il corso del Tevere all’altezza di Ponte Milvio, per poter così unire l’agro Vaticano al Campo Marzio dell’Urbe: Vaticanum fieri quasi Martium campum (Cicerone, Ad Atticum, xIIi, 33, 4). Per quanto riguarda la modesta coltura della vite ironizza Marziale: “Se bevi il vino del Vaticano, bevi aceto” (Epigrammata, x, 45, 5). Dai colli veniva cavata invece abbondante argilla per il vasellame, fin dai tempi antichi, come ricorda Giovenale: “le fragili ciotole di creta del monte Vaticano: Vaticano de monte” (Satirae, vi, 344). Tacito inoltre, per l’anno 69 fa riferimento “ai luoghi malfamati del Vaticano: infamibus Vaticani locis” (Historiae, II, 93).
Ma proprio verso gli anni trenta del primo secolo una donna potente e intraprendente, Agrippina, detta Maggiore, madre di Caligola, futuro imperatore e nonna del futuro Nerone, stava trasformando il luogo infelice e degradato della bassura vaticana, bonificando il terreno in horti, i famosi giardini, e costruendo una sontuosa villa sulle pendici digradanti del Gianicolo - dove oggi è la Curia dei Gesuiti e la Chiesa di Santo Spirito in Sassia - con porticati e ampio terrazzamento prospiciente il Tevere. Il figlio Caligola imperatore farà trasportare nel 37-38 il celebre obelisco egizio dedicato al Sole, come ornamento per un circo ad uso privato, facente parte della grande tenuta imperiale e che ebbe successivamente una risistemazione anche da parte di Nerone, ma dopo non molto tempo andato in rovina. L’obelisco rimane ancora oggi, pur trasferito dalla sua sede originaria, l’unico muto testimone del martirio di Pietro e della “multitudo ingens” di cristiani.
Se il Vaticano è il luogo particolare del martirio e della tomba di Pietro, la città di Roma, capitale del grande impero, è in senso più largo il “dove” l’apostolo era giunto ed aveva dato fondamento alla primitiva comunità cristiana. Roma in quel tempo, coronata dei suoi idoli, mostrava ostilità alla novità dei cristiani, che interpretava invece, al dire di Tacito, come “odium humani generis“, cioè una concezione dell’uomo talmente distante dalla cultura dell’impero romano da essere ritenuta avversa. Roma figurava come Babilonia, una potenza ostile a Dio. Anche la tradizione giovannea dell’Apocalisse sembra vedere in Roma, secondo la medesima similitudine allora ricorrente, una nuova Babilonia, “madre degli abomini della terra”, sotto sembianze di una donna “ebbra del sangue dei santi e del sangue dei testimoni di Gesù” (Apocalisse, 17, 5-6).
Ricordando tale contesto ostile san Leone Magno, in una sua omelia, si rivolgerà in modo familiare all’apostolo Pietro, esaltando il suo coraggio e il suo zelo: “Quali uomini di varie nazioni non abitavano allora nell’Urbe? O quali genti erano estranee in qualcosa a ciò che Roma aveva fatto suo? Qui c’erano da vincere le mode filosofiche, qui c’erano da dissolvere le vanità della sapienza terrena, qui c’era da reprimere il culto dei demoni, qui c’era da distruggere l’empietà di tutti i sacrifici, proprio dove si era raccolto con sottilissima superstizione tutto quanto in diversi luoghi era stato istituito con molteplici errori. Dunque, a questa città tu, beatissimo apostolo Pietro, non hai temuto di arrivare(…) O Pietro, non temere Roma, dominatrice del mondo, tu che nella casa di Caifa fosti impaurito dalla serva del sommo sacerdote. Forse era cosa da meno il potere dell’imperatore Claudio o la crudeltà di Nerone, che non il giudizio di Pilato o la perfidia dei Giudei? Tu vincevi tutti i motivi di timore con la forza dell’amore; né ritenevi di avere paura di coloro che avevi accolto per amare” (Sermone 82, per il giorno natalizio degli apostoli Pietro e Paolo, capitoli IIi e v).
“Stenderai le tue mani”. Questa affermazione si trova al primo posto nella profezia di Gesù come azione dominante, che viene però a seguire nella logica dei fatti: sarai cinto, sarai condotto, stenderai le mani.
Che non si tratti semplicemente di un porgere le mani per essere legato e neppure di un generico allargare le mani per la preghiera, il che non avrebbe alcun nesso con la profezia di Gesù, lo esprime molto bene il confronto terminologico: il linguaggio è certo allegorico, ma in contesto di supplizio e di morte alludeva senza dubbio ad un modo di crocifissione. Basti ricordare un passo del contemporaneo Seneca, quando parla del supplizio della crocifissione riservato agli schiavi: “Vedo là delle croci, non solo di un tipo, ma costruite in diversi modi: alcune hanno le loro vittime con il capo rivolto in basso verso il suolo; in altre le loro viscere vengono impalate; in altre le braccia vengono distese sull’asse orizzontale” (De consolatione ad Marciam, xx, 3). Sempre in ambito pagano il filosofo Epitteto (fine primo secolo dopo Cristo), ragionando circa i timori della povertà, paragona ad un crocifisso chi è disteso con le braccia allargate per farsi ungere il corpo: “Hai paura di non avere(…) altri che ti seguano, perché nel bagno, spogliato e tutto disteso come chi è crocifisso, sia massaggiato di qua e di là” (Le Diatribe, IIi, c. 26, 22). Anche il poeta latino Marco Manilio - inizio primo secolo - reinterpretando in versi il mito di Andromeda, scrive: “vengono distese le braccia (…) e la fanciulla è appesa per morire su una croce verginale” (Astronomica, v, vv. 550 e 552).
Pure in ambito cristiano, l’Epistola di Barnaba, redatta attorno al 130, legge la profezia di Isaia: “Tutto il giorno ho steso le mie mani verso un popolo disobbediente” come un “presagio circa la croce e il futuro Crocifisso” (c. 12).
Ma se ciò non bastasse, qui è lo stesso Giovanni evangelista a dichiarare esplicitamente questo significato e a voler intenzionalmente affermare con un chiarimento personale alle parole del Cristo questo tipo di supplizio, che mostra in tal modo di conoscere: “Questo (Gesù) gli disse per indicare con quale (genere di) morte egli avrebbe glorificato Dio” (Giovanni, 21, 19).
È questo il primo ricordo in assoluto del genere di immolazione di Pietro a imitazione del suo Maestro. L’evangelista scrive sì a conferma della predizione del Signore, ma anche già con parole cariche di venerazione per il sacrificio con cui l’apostolo “aveva reso gloria di Dio”. viene da pensare agli apostoli Pietro e Giovanni che corrono ambedue verso il sepolcro di Cristo il mattino di Pasqua. Corrono verso la gloria del Risorto, ma è Pietro il primo ad entrarvi.
Indirettamente lo storico latino Tacito viene a confermare la reale possibilità di un tale supplizio negli horti Vaticani, quando descrive la persecuzione dei cristiani: “Fu aggiunto lo scherno al supplizio, quale avviluppare gli uomini con pelli di fiere, perché fossero dilaniati dai cani, o inchiodarli alle croci, o destinarli al rogo come fiaccole che illuminassero l’oscurità al termine del giorno” (Annales, xv, 44).
Secondo la testimonianza di Seneca, sopra citata, a Roma non era neppure inusuale il genere di crocifissione a testa in giù, che Pietro da parte sua avrebbe richiesto per essere sottomesso al Maestro anche nella mort